Per ogni muro che cade, altri prendono il suo posto

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Foto F. Bottini

In tutte le varie celebrazioni per la «caduta del Muro» di Berlino, si sottolinea quanto poco senso abbia, tutto il gran clamore mediatico creato attorno all’evento in sé, quando non si evidenzia il vero tema, ovvero l’eliminazione di tutte le barriere inutili e dannose. Meritoria per esempio l’iniziativa di un gruppo di artisti per ricollocare anche fisicamente alcuni simboli della caduta del Muro, là dove ancora a oggi sorgono o addirittura si rafforzano altri Muri, attorno alla neo-fortezza Europa, sempre più chiusa su sé stessa riguardo ai flussi migratori globali. Del resto basta soffermarsi un solo istante sul concetto di muro o barriera, per evocarne centinaia, forse addirittura migliaia di forme, anche solo restando alla tipologia classica del manufatto fisico: le servitù militari, le privatizzazioni di spazi pubblici, l’organizzazione della città e del territorio su maglie spesso inaccessibili e impermeabili, le classiche barriere architettoniche insuperabili a chi ha qualche problema di mobilità. Come se non bastasse, a questi odiosi sbarramenti, che pure hanno una qualche perversa logica spiegazione, se ne aggiungono altri che di spiegazione logica mancano: i “cantieri per lavori”.

La cosa è sicura è solo questione di tempo

Già, la nostra sicurezza, cosa non si fa, per la sicurezza! Si rinuncia ad alcune libertà, ecco cosa si fa, ma spesso si rinuncia anche alla libertà di chiedersi cosa diavolo sia questa sicurezza. Quella dei cantieri si riassume, in breve, con la possibilità di chi lavora di farlo agevolmente, senza rischiare, e per chi i lavori non li fa di vedersi ad esempio cadere in testa la classica tegola, che ogni tanto svolazza di qui e di là per i cantieri. Ottimo, da un certo punto di vista, ma la domanda suona: è proprio indispensabile trasformare a tempo indeterminato tutta l’area di un cantiere nel pianeta proibito? Sul serio, ovunque e comunque ci sono muratori e macchinari pronti a inciampare nel passante occasionale, o schizzi di cemento a inglobare il barboncino appena tosato? Improbabile, anzi palesemente falso, come sappiamo tutti. Semplicemente, per l’impresa che fa i lavoro risulta assai più schematicamente comodo tapparsi dentro il suo bozzolo, e chi sta fuori si arrangi, prima o poi li ringrazierà, quando salirà il sipario svelando il capolavoro. Peccato che l’arrangiarsi produca l’esatto contrario della famosa sicurezza: le barriere dei cantieri in città (e non solo in città) si traducono in cul-de-sac, deviazioni di percorsi verso zone impervie o poco illuminate, trasformazione di spazi aperti in luoghi per agguati, e la domanda ritorna: è proprio indispensabile?

Risolvere i problemi, o lasciarli lì a monito dei posteri?

Uno dei risvolti positivi, se vogliamo, di Expo 2015 è stata la proliferazione contemporanea di cantieri ovunque su un’area assai differenziata, e delle proteste particolari o generali legate a quei cantieri. Per la prima volta è così emerso molto chiaramente un quadro generale, ad esempio dal puro accostarsi o accumularsi delle lettere nelle rubriche dei quotidiani, o dalla possibilità di sperimentare su un arco di tempo molto limitato varie tipologie di questa patente assurdità. Intere piazze sottratte per mesi e mesi alla frequentazione dei cittadini, con negozi e marciapiedi segregati e semisepolti, fallimenti commerciali, tutto per “lavori” quasi sempre invisibili, dato che non c’era alcun operaio, o macchinario, o attività rilevabile. Qualche giorno fa, in un parco lungo il Naviglio Grande, è stata aggredita una signora, e le donne hanno manifestato per un sacrosanto diritto a potersi muovere in sicurezza nella città. Proprio di fronte alla loro manifestazione, uno di questi maledetti “cantieri per lavori” trasformava in cul-de-sac tenebroso un lunghissimo tratto dell’alzaia del canale. La barriera garriva al vento della notte domenicale, senza ovviamente alcun lavoro in vista, né operaio intento a fare alcunché, ma assai più rischiosa per la sicurezza di qualunque tegola teorica svolazzante. Ecco: mentre celebriamo la caduta del Muro, guardiamoci anche attorno. Cui prodest?

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