Nutrire il pianeta dandogli in pasto donnine nude

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Foto F. Bottini

Pare che il ministro Maurizio Lupi voglia entrare, direttamente e coerentemente, nel dibattito sulla tutela dei posti di lavoro, nella scia del suo predecessore celeste al vertice di certi interessi perseguiti tutelando le carriere politiche delle cosiddette olgettine. Come quando promuoveva a man bassa una vecchia pensata milanese, ovvero il trasloco in grande stile dell’ex Motor Show emiliano direttamente all’ombra della Madonnina, o meglio di quelle sue propaggini occidentali oggi destinate a ospitare l’Expo. I posti di lavoro tutelati sarebbero abbastanza evidentemente quelli della fataline e fatalone sdraiate sui cofani, più o meno avvolte dentro a panni leopardati, latex, zeppe vertiginose e quant’altro. Quel tipo di fauna che si materializza solo nelle inserzioni pubblicitarie di serie C e, appunto, nelle occasioni motoristiche tardo-marinettiane.

Da quel che si capisce, l’area di ritaglio fra svincoli autostradali dopo aver transitoriamente simboleggiato l’alimentazione planetaria tornerà finalmente a ruoli più congrui, meccanico-petroliferi, scaraventandoci d’ufficio in una specie di atmosfera anni ’60, dove tutti sognano di stare con gomito fuori dal finestrino, con gli occhiali da sole e una Muratti Ariston (o Macedonia per gli autarchici) tra le dita, ascoltando l’ultimo successo di Betty Curtis alla radio prima del notiziario sulle mirabili imprese del Papa Buono di Bergamo, pota! Mentre nella giornata di eterno sole primaverile scorre il filare di platani con catarifrangenti, e da qualche parte un paroliere sta già mettendo giù i versi del prossimo hit di Mimmo Modugno: voglio dare un calcio a tutta la città: amore mio, vieni anche tu, e il capoufficio lasciamolo su!

La manifestazione motoristica del capoluogo emiliano, palese punto debole della filiera economica e di immaginario legata alla triade scoppio-espansione-scarico, pareva defunta, e lo era nel senso originario di urlo adolescenziale, del genere di quando si sta cambiando voce e crescono i primi peli. Solo che quell’urlo adolescenziale era stato pietrificato per sempre in una forma difficile da prolungare all’infinito. Si sa che l’esuberanza giovanile coi mezzi di trasporto si esprime a colpi di sgommate, impennate, consumi spropositati di carburanti, confusione totale fra le pratiche di mobilità e quelle dei rituali di accoppiamento. Poi passano gli anni, e così come ai gorilla si sviluppa quella schiena bianca segno di relativa pace dei sensi, anche sulle manifestazioni motoristiche adolescenziali dovrebbe scendere una relativa calma. Estesa poi al resto del mondo che queste rappresentano.

Già, il resto del mondo. Perché se i brufoli da nerd o i consumi compulsivi di gadgets assurdi riguardano tutto sommato una minoranza generazionale umana, nel caso del motorismo la tendenza è sempre stata all’opposto. Dall’epoca dei primi pionieri alla Henry Ford, attraverso i loro successivi e anche ruspanti epigoni alla Drake Ferrari, l’universo motoristico ha fatto come sappiamo molto più che impregnare di sé segmenti di mercato locali o generazionali: si è imposto come immagine del mondo. Il che andava ovviamente benissimo finché tutto ruotava intorno alle filosofie della crescita indefinita, delle risorse inesauribili, degli impatti ambientali intesi come fuggevole piccolo fastidio da pagare per le felicità eterna. Adesso, come non hanno ancora capito quelli che “aspettano l’uscita dalla crisi” come se tutto dovesse tornare come prima meglio di prima, questa felicità eterna andrebbe cercata da un’altra parte.

Ovvero non più una punta di iceberg ruggente con bolidi, donnine nude, scarichi e pneumatici fumanti in sgommata, folle osannanti alla velocità manco fossimo in un manifesto futurista del primo ‘900. E sotto questa punta di iceberg tutta la montagna delle autostrade, del modello di sviluppo socioeconomico-territoriale, dei consumi paralleli, dell’idea di vita. Adesso, con buona pace degli entusiasti di manifestazioni come il Motor Show, si capisce (chi vuole capire capisce, almeno) che qualcosa non va. Ce lo spiegano ogni giorno anche gli americani pensanti: guardate lo sprawl metropolitano, figlio legittimo e prediletto di una certa idea di crescita indefinita, industriale prima e finanziaria poi. Proprio lì si sono manifestate le prime crepe indicative di un crollo, coi mutui subprime concessi artificiosamente a chi non poteva permettersi la casetta, e tutti gli aggeggi familiari indispensabili per viverci, e le tre macchine indispensabili per raggiungerla dalle lontanissime altre mete della vita quotidiana, e i soldi indispensabili per una socialità che lo sprawl nega nelle forme urbane correnti …

Ecco, tutte queste cose i tizi del Motor Show non le capiscono, non le vogliono capire, rifiutano di considerarle. Si è chiusa la manifestazione a Bologna per via della innegabile crisi del settore? E la manifestazione si trasferisce a Milano, magari pari pari col suo codazzo di burini sgommanti, donnine nude in carne e foto, eventi collaterali chiassosi e rombanti come un dodici cilindri vintage. Del resto fauna e immaginario non scarseggiano né a sud né a nord del fiume Po, giù giù fino al Maghreb e su su fin nel regno di Odino. Terrore della destra e soprattutto della sinistra incumbent felsinea, delizia della destra padan Doc, quella che vive con l’occhio al pedemonte e il sedere saldamente posato a Milano. La sinistra di solito su qualsiasi tema lì si esprime con ritardo, per adesso tocca aspettare, ma si teme sostanziale identità di vedute. La kermesse del motore a combustione interna del resto si cala perfettamente in un contesto dove da lustri, sistematicamente, si pratica la politica autostradale più demente possibile, dove i legaioli ma non solo da un lato tuonano contro il consumo di suolo agricolo e la crisi dei valori identitari tradizionali, e dall’altro fanno fuoco e fiamme per promuovere tutto ciò che mangia terra a quattro palmenti. Lasciando i famosi valori identitari galleggianti in qualche sagra del cotechino importato da Guandong, o nelle scuole di parolacce dialettali del dopolavoro.

E noi innocenti ottimisti, magari impegnati con parecchia fatica a riacclimatarci in un ambiente ciclistico-pedonale, anche se ci piove sulla testa e i white van brianzoli della manutenzione eterna ci inondano dalle pozze! Noi innocenti ottimisti che speravamo, con la diffusione del car-sharing e di tante altre innovazioni tecnologiche e organizzative, di vedere l’automobile fare il suo bell’ingresso ufficiale dentro a iniziative elettroniche, energetiche rinnovabili eccetera, niente da fare. Speriamo almeno che vengano istituiti corsi di formazione e aggiornamento per donne nude di complemento, magari sdraiate su modelli d’epoca e con pannolone leopardato.

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