Earle Sumner Draper: esercizi di pianificazione territoriale (1933)

Parks

Vancouver Town Planning Commission, Parks Recreation Schools, 1946

Parecchi anni fa mi capitò tra le mani una raccolta di testi di Carlo Doglio, che dal titolo si presentava come una specie di manuale pratico, Dal paesaggio al territorio: esercizi di pianificazione territoriale (il Mulino, 1968). Al mio sguardo da laureato in architettura con qualche velleitario sbilanciamento urbanistico, parve subito contraddittoria quella partenza che di territoriale pareva non aver nulla di nulla: si parlava di relazioni fra persone, di incontri nelle stanze di una cooperativa, dov’erano mai le mappe, le forme fisiche assunte o ipotizzate per questo o quell’insediamento, nuovo o da trasformare? Non concludo con il classicissimo “beata innocenza” solo per un motivo: sono certo che allora come oggi quell’incipit suonerebbe contraddittorio, o peggio addirittura fuorviante, alla stragrande maggioranza dei lettori che si ritengono cultori di pianificazione. Mentre invece gli esercizi di pianificazione, a ben vedere, iniziavano proprio con quella qualità, affatto fisico-spaziale, del manuale o raccolta di contributi che dir si voglia. La cosa mi è tornata in mente scorrendo un documento d’archivio pescato quasi per caso ieri, la sbobinatura di un colloquio con Earle Draper.

L’uomo che inventò lo sprawl

Earle Sumner Draper, chi era costui? In effetti il nome non è notissimo, ma si tratta come raccontavo anch’io tempo fa in una breve nota, dell’uomo che “inventò lo sprawl” ovvero usò ufficialmente la parola per definire lo sparpagliarsi scomposto delle trasformazioni edilizie sul territorio. Ma il motivo per cui già nella seconda metà degli anni ’30 quel fenomeno poteva apparire evidente, a un osservatore attento, sta proprio nella natura degli esercizi di pianificazione a cui Draper era indotto ogni giorno, e che non riguardavano più, come gli era accaduto fino a pochi anni prima, la progettazione e realizzazione di villaggi industriali, agricoli, o eleganti sobborghi giardino da libero landscape architect professionista. La sensibilità dell’ex progettista si era affinata grazie soprattutto al suo ruolo di responsabile della pianificazione per la Tennessee Valley Authority, compito a cui era stato chiamato dal coordinatore del comitato direttivo per un motivo particolarissimo. Lo racconta lo stesso Draper, ricordando quel lontano colloquio: “Gli risposi, se vuole un urbanista ce ne sono anche di piuttosto famosi, e certamente interessati a questa posizione. Feci il nome del mio ex principale, John Nolen, e di altri a New York. Ma lui mi rispose che non era quello il tipo di persona che cercava, uno che arrivasse con una filosofia estranea al contesto, da imporre. Io invece conoscevo il Sud, ci avevo vissuto, capivo la situazione locale, non appartenevo certo a chi ne avesse un’idea preconcetta”.

Sensibilità interdisciplinare

Il coordinatore del comitato TVA, Arthur Morgan, non cercava neppure (come forse si potrebbe sospettare da quel riferimento al contesto locale) un agente per lo sviluppo del territorio, come lo chiameremmo oggi, ma una figura soprattutto in grado di interagire ad alto livello con altre professionalità e competenze, per restituire un approccio davvero integrato che si potesse in qualche modo chiamare pianificazione regionale. Draper era preferito, tanto per fare qualche nome, a gente come Thomas Adams reduce dal Piano Regionale di New York e probabilmente sponsorizzato dal circolo vicino a Roosevelt che l’aveva sostenuto, o ai grandi titolari di studi come il citato Nolen, o gli altri assi pigliatutto Frederick Law Olmsted Jr. e Harland Bartholomew. No, ci voleva qualcuno in grado di garantire ascolto e sintesi, trasversale e forse verticale. Così si arriva a capire che esiste il rischio dello sprawl, quando le automobili di massa sono ancora un sospetto, al massimo le carrette dei contadini stroncati dalla dust bowl e in viaggio verso la California, raccontati in Furore! Capire che quegli edifici residenziali o agricoli sparsi non sono affatto i capisaldi di un decentramento, di una diffusione urbana, di un anticipo spontaneo della contemporanea Broadacre di Wright, ma una patologia da capire e prevenire, non è da tutti. Ci arriva solo chi sa ascoltare.

La Cassandra generalista

Ci arriva, a intuire pur solo vagamente i guai in arrivo, chi ascolta l’agronomo quando spiega le esigenze di modernizzazione rurale, di miglioramento integrato della vita dei contadini piccoli proprietari, ma senza compromettere la produttività. Ci arriva chi rispetta le esigenze tecniche degli ingegneri costruttori di dighe, centrali e reti di distribuzione, ma sa anche distinguere fra tecnica e puro conformismo, come è quello di assoggettare sia l’insediamento urbano che quello rurale alle esigenze pur legittime della produzione energetica. Il territorio insomma, banalmente fatto di materie prime inerti, materia vivente, e comportamenti più o meno consapevoli di questa materia vivente, va considerato sempre in quanto tale. E non si tratta, si badi bene, del classico ruolo di “suprema arte di costruzione dello spazio” così come rivendicato negli stessi anni dagli architetti urbanisti, quando ad esempio in Italia anche nella mega-sezione Urbanistica Rurale del congresso INU avocano a sé il naturale compito di coordinamento della bonifica integrale. Invece, quella di Draper è vera assunzione di responsabilità, dichiarazione al tempo stesso di disponibilità a partecipare, non a includere unilateralmente.

Questioni di metodo

Vengono in mente questi primi (e forse anche ultimi) vagiti della programmazione pubblica del territorio a scala vasta, anzi vastissima, intesi in senso scientifico, e politico davvero solo in quanto propulsione di indirizzo generale, non certo intromissione. Lo ricorda ancora Draper, quanto gli schieramenti ideologici almeno nel gruppo dirigente pesassero assai poco, come nel suo caso personalissimo, di iscritto del partito Repubblicano, convinto liberale, ma poi cooptato prima professionalmente ai principi dell’intervento pubblico, poi personalmente – ma solo personalmente – al partito Democratico. L’esercizio di pianificazione diventato ascolto, diventa anche un possibile strumento di conoscenza e prospettiva di osservazione critica per capire, magari confusamente ma con una certa preveggenza, che lo sprawl è un pericolo per tutti. Certo nessuno può immaginare crisi climatiche, energetiche, petrolifere, questioni di obesità e casalinghe disperate, ma quegli edifici sparpagliati appaiono a un metodo di osservazione comprensivo già portatori di contraddizioni non esclusivamente estetiche. Contraddizioni magari anche notate dall’agronomo, dal sociologo, dall’economista, sia nella propria prospettiva specializzata che in quella generale. Ecco perché ripensare sistematicamente a questi temi aiuta a non rifare certi errori, come quello marginale ma indicativo di Ilvo Diamanti su la Repubblica di ieri, che trattava in modo a mio parere superficiale e supponente una cosiddetta “Rivincita della provincia”, disinformando anziché informare.

Riferimenti:

Oral History of the Tennessee Valley Authority – trascrizione del colloquio con Earle Sumner Draper, a cura di Charles W. Crawford, 1969

Ilvo Diamanti, La rivincita della provincia, la Repubblica 7 ottobre 2014 [link a Eddyburg con postilla di F. Bottini]

Fabrizio Bottini, L’uomo che inventò lo sprawl

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