Smart Green Infrastructure

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Foto F. Bottini

Sbocciano rigogliosi e numerosi come germogli a primavera, gli articoli pettegolai sulla gran moda della natura infilata pure nei cassetti della scrivania. Vien quasi da ricordare ormai certi fortunatamente tramontati sandali da stilista sadico con tacco trasparente pieno d’acqua dentro cui nuotavano moribondi pesciolini, presumibilmente a contraltare la guizzante sottigliezza della caviglia. Il verde contemporaneo infilato ovunque starebbe invece a sottolineare, vien da sé, la sostenibilità, la misura d’uomo ubiqua, la salvezza del pianeta ottenuta con comodi sgravi fiscali per chi dà una bella mano di verde alle sue trasformazioni edilizie. Un articolo pubblicato dal nostro quotidiano la Repubblica nelle pagine tendenze e costume, ad esempio, ci spiega come «Molti immobiliaristi, per esempio, hanno capito che se trasformo il terrazzo condominiale in un giardino, aumento il valore e le possibilità di uso dell’edificio da parte di chi ci abita». Il che fa subito pensare male, e presumibilmente indovinare: allora, la pubblica amministrazione rinuncia a un introito fiscale, per promuovere un aumento del valore degli immobili privati. C’è qualcosa che non va, almeno se si ritiene che il ruolo della pubblica amministrazione sia un altro.

Base per altezza

Per esempio, qualche tempo fa a San Francisco è esplosa una feroce polemica proprio a proposito degli incentivi fiscali verdi concessi dall’amministrazione cittadina in base a una legge statale sull’agricoltura urbana. I critici, sostenuti anche da un relativamente vasto movimento di opinione, dicevano ma come, in un posto dove si fa tutta questa fatica a trovar casa, voi invece di arraffare tutte le superfici possibili per realizzare nuove abitazioni, le sottraete all’edificazione incentivando invece gli orti coi pomodori e le patate, e questo a spese della collettività, siamo pazzi? In effetti c’è di che pensare, magari ragionando nella falsariga dell’economista urbano Edward Glaeser e della sua lineare tesi liberale, urlata anche nell’orecchio di tanti sindaci, ovvero che costruendo più case il prezzo unitario cala, e diventano più accessibili a redditi più bassi. Semplificazione non solo esagerata, ma ideologica soprattutto quando viene sfruttata (i toni della polemica a San Francisco si sono da subito qualificati così) per contrapporre ambiente e società, rossi e verdi, economia e qualità della vita. Mentre invece tutto si tiene, come ben sappiamo, e si tengono anche la base delle superfici verdi non edificate, e l’altezza dei tetti verdi trasformati.

La città a rete

Uno dei concetti smart più banalmente messi in secondo piano a favore della solita pervasività superficiale tecnologica, è l’idea di rete integrata, che vale anche e soprattutto per cose che apparentemente di tecnologico hanno poco o nulla. E invece. Invece pensiamo ad esempio al ciclo delle acque, a quanto il suo governo ottimo o carente sia da sempre alla base della differenza tra città prospere e città malate. Prima la scelta geografica della localizzazione storica della città, poi gli impianti fognari, le canalizzazioni, infine le scelte urbanistiche generali per i quartieri, le zone aperte, gli scarichi, le impermeabilizzazioni, tutto in una logica di rete, o quantomeno di sistema. E infatti oggi ogni qual volta piove lo sanno tutti che ci tocca guardare sia al sistema tecnologico che alla rete degli spazi aperti (o alla sua assenza) urbani, per capire cosa abbia contribuito di più all’ennesima emergenza. Ed è sempre nella logica di rete che le amministrazioni cittadine più accorte stanno applicando in modo incrementale certe politiche di rimozione dell’asfalto là dove possibile, a contenere il deflusso e il sovraccarico degli impianti fognari.

Il tetto che si mangia

Lo stesso schema vale, o almeno può valere, per quella strana bestia cangiante che chiamiamo agricoltura urbana, ovvero il vario evolversi delle forme di produzione alimentare tradizionali e non , che si intrecciano in un ambiente denso di manufatti, relazioni, e altre reti. Il concetto è, ancora, quello dell’infrastruttura verde introdotta col tema specifico della gestione dei deflussi, ma che nel caso si arricchisce di elementi tecnologici assai più raffinati di quanto non sia un condotto fognario o un eventuale depuratore. L’aspetto tecnico innovativo dell’agricoltura urbana va dalla sola organizzazione in rete dei piccoli e grandi spazi a livello terra, all’integrazione degli altri spazi in quota, che sono la vera versione praticabile della cosiddetta vertical farm. Di fatto le serre a idroponia sparse sui tetti di qualche edificio industriale, in funzione o dismesso, il piccolo orto condominiale realizzato sul tetto verde grazie agli incentivi fiscali, il vero e proprio complesso realizzato ad hoc per contenere impianti di acquaponia e magari anche di prima trasformazione e confezione, pensati da soli finirebbero per creare molti più problemi di quanti non ne riescano a risolvere. Salvo quello della pura sperimentazione ovviamente, ma non è detto che l’idea di laboratorio debba sempre essere così estranea a quella di vita quotidiana e relativa qualità. In questo senso, devono essere lette tutte le notizie che riguardano interventi pubblici a favore dell’ecologia urbana, ovvero nella prospettiva o meno di una integrazione a rete: non società contro ambiente, ma al contrario un’alleanza fra settori e competenze. Altrimenti si finisce davvero per chiuderci tutti in una specie di sgabuzzino mentale, utile solo a chi specula sugli interessi particolari, e trasforma e banalizza tutto in quel senso.

Riferimenti:

Angel Jennings, L.A. City Council introduces plan to encourage urban farming, Los Angeles Times, 8 ottobre 2014

Fabrizio Filosa, Vuoi un giardino sul tetto? Meglio con gli incentivi, La Repubblica, 9 ottobre 2014

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