Quartieri più densi: di cosa?

gratta dueOgni tanto qualcuno riscopre il «problema della casa» dopo esserselo scordato a lungo, e di solito lo scopre nel peggiore dei modi, ovvero cacciandolo dentro a forza in una propria visione parziale del mondo. Ciò significa, nella maggior parte dei casi, far partire un effetto domino che presto si scontra con altre visioni parziali, lasciando il problema esattamente come prima. Non che la visione settoriale e occasionale rappresenti di per sé una prospettiva sbagliata, ma dovrebbe essere quantomeno consapevole della propria parzialità, e stare a sentire da subito certe altre campane: che vuol dire innanzitutto «abitare», visto che di abitazioni stiamo parlando, e vorremmo continuare a parlare? Qui si dovrebbe quantomeno chiarire l’idea generale di spazio e società di quanti affrontano la questione delle abitazioni, visto che è inscindibile da tutto il resto. Un esempio particolarmente perverso viene offerto nelle recenti politiche in stile «capitalismo compassionevole» quando, per lasciare il mercato urbano liberamente fruibile dai flussi del mercato immobiliare speculativo, si è ridotta la casa a puro contenitore di sopravvivenza, in pratica a rifugio post-evento traumatico (dove l’evento traumatico è il capitalismo, si direbbe), scaraventando individui e famiglie prima fuori da quartieri di cui avevano contribuito a costruire la complessità e vivacità. Disperdendoli poi verso territori lontani e forse sperando che anche lì certa vitalità autoimprenditoriale poi riesca a ripetere le medesime situazioni di cui approfitteranno future generazioni di speculatori: si chiama «ideologia della crescita».

La casa nel mosaico della città

Posto che quell’atteggiamento ideologico quanto arraffone ha già abbondantemente colpito, colpisce e continuerà a colpire, determinando certe forme di sviluppo, pare anche inutile negare l’evidenza, e muoversi come se le cose fossero diverse, immaginando improbabili nuovi paradigmi. Uno di quei paradigmi solo per fare un esempio è quello della casa utilitaristica, cassetto che si riempie e si svuota a seconda delle esigenze. Un concetto forse adeguato a forme sociali perfettamente industrializzate, coi nuclei individuali ridotti a cellule del sistema produttivo, e che sta alla base di certe ideologie del quartiere pubblico novecentesco, le quali hanno nel migliore dei casi prodotto laboratori sperimentali. Esperimento sostanzialmente fallito, visto che non ha risolto né il problema della casa (che evidentemente è cosa diversa da un neutro contenitore fisico), né quello della città replicabile riproducendo all’infinito un modulo. Un altro modo di ragionare sul tema, mettendo nell’equazione anche il pur sgradevole approccio di soggetti variamente speculativi, è quello del salto di scala spaziale verso la complessità del territorio e delle aggregazioni. A cui affiancare le articolazioni funzionali, ovvero leggere nel migliore dei modi quella accezione di mixed-use he insieme all’altro termine, gentrification, i pescecani arraffoni di oggi usano a giustificare ogni politica di classe a proprio favore. Se di città parliamo, parliamo di quella davvero esistente, non di ideali fumosi, ma guardiamola sul serio nelle sue dinamiche e potenzialità.

Densi equilibri territoriali, sociali, ambientali, economici

La città-territorio, quella di cui parlano le statistiche internazionali sull’urbanizzazione, è quasi banalmente fatto di molto più che non lo scorcio di casette o torri che vediamo dalla nostra soggettiva finestra di osservazione. Anche solo dal punto di vista spaziale, si va dalle zone di dismissione produttiva-infrastrutturale più o meno degradate, agli ex contenitori a cassetto intercambiabile socialmente dismessi (gli ex quartieri dell’utopia modernista), alle fasce verdi di interposizione produttive o per il tempo libero di varia scala, potenziali infrastrutture, ai poli decentrati, storici o di formazione suburbana recente, nelle varie forme che assumono a scala di regione metropolitana. In tutti, e considerandoli sempre tutti, questi ambiti, si gioca la complessa partita della «casa», a partire dai calcoli effettivi degli equilibri domanda/offerta. E calcolando anche quell’arma messa nelle mani del riformista da un alleato insperato, ovvero gli stessi liberisti quando dicono che per risolvere il «problema della casa» basta costruirne di più. Loro naturalmente pensano a ben altro che alla soluzione del problema abitativo, stanno pensando a muratori, camioncini, tavoli da disegno e riunioni di consigli di amministrazione, tutti intenti a trasformare le inutili risorse di metri cubi d’aria fresca e metri quadri di erba umida in solidi valori immobiliari. Noi, tendenzialmente, potremmo iniziare a pensare a considerare quegli elementi, e ragionare in termini di densità relativa sostenibile, calcolando l’abitare nel suo insieme, ovvero risiedere, svolgere attività, muoversi: zero densità per le infrastrutture verdi, e a salire proporzionalmente per gli ambiti di trasformazione più o meno radicale, dalla ricostruzione completa, ai vari gradi di riqualificazione e densificazione. Questa parrebbe al tempo stesso una visione di insieme, in grado di confrontarsi in prima istanza con quelli che «lo dice il mercato». E vedremo cosa ne esce, si chiamano piani, programmi, strategie.

Riferimenti:
When brownfield is not enough
, rapporto Quod + Shelter, 2016

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