Salvini e l’urbanistica del Novecento

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Foto F. Bottini

C’è un tale Joe Formaggio che dorme col fucile sotto il letto, e dichiara sereno: «Se uno sfonda la porta di notte, io sparo». Poi c’è un altro, tale Matteo Salvini, anche lui specializzato nelle sparate a effetto, che vuole «Radere al suolo» i campi rom, entrando con le ruspe fra tende e camper. Entrambi, a modo loro, propongono una risposta coerente a certi problemi di convivenza nelle periferie, problemi che senz’altro esistono, e di sicuro non si risolvono chiamando a raccolta dei bravissimi progettisti di porte anti-sfondo, recinzioni anti-ladro attorno alle case e ai quartieri, cordoni sanitari militarizzati attorno alle città. Che non funzionino, questi metodi, lo sappiamo da circa un secolo, ovvero da quando ci si è posti in modo sistematico la questione delle periferie, dei quartieri di espansione, dell’urbanistica in senso lato e delle politiche urbane a cui dovrebbe afferire. Peccato che poi questa urbanistica sia andata in gran parte in altre direzioni, perché non era proprio così, all’inizio.

Cosa dovrebbe fare l’urbanista

Proviamo ad accostare due esempi quasi contemporanei all’inizio del XX secolo, uno italiano e uno americano. Quello italiano vuole modernizzare l’urbanistica, e propone una dozzina di campi operativi, da mettere tutti sul medesimo piano e far collaborare all’interno degli enti pubblici, con ovvia regia politica. Riassumendo si tratta di: amministrazione, finanza, demografia, statistica, urbanistica (come la concepiamo noi) edilizia, strade, trasporti, igiene e salute, gestione idrica, ordine pubblico e sicurezza, commercio e consumi, istruzione, rapporti interistituzionali. L’esempio americano risale alle basi sociali dei bisogni essenziali collettivi a cui una urbanistica adeguata dovrebbe trovare risposte, e individua un ottimo nodo logico-spaziale nel polo dei servizi scolastici, culturali, ricreativi. Ovvero, organizzando la progettazione di un quartiere sulla base dei criterio di accessibilità di quel nodo, mettendolo al centro fisico, dell’identità, delle funzioni, si riescono poi in linea di massima a stabilire anche altre masse critiche in grado di ristabilire tanti altri equilibri. Questi due signori, perché di persone fisiche si tratta, si chiamano Silvio Ardy, con la sua proposta (inizio anni ’20) di Scuola Superiore di Urbanismo, e Clarence Perry, sociologo dei servizi che fra il 1913 e il 1925 sviluppa la notissima teoria della Neighborhood Unit. Letti i bisogni della società moderna, si trattava di sviluppare una risposta che ne tenesse conto, ma poi non è affatto andata così.

Cosa hanno fatto i sedicenti urbanisti

Non è andata così, perché invece, ad esempio in Italia il buon Silvio Ardy è stato accantonato insieme alle sue idee, dentro il dimenticatoio della storia, e i fondatori dell’urbanistica nazionale, anzi dell’Istituto Nazionale di Urbanistica ente di alta cultura, luogo di elaborazione dell’idea di città dagli anni ’20 in poi, avevano in mente solo ed esclusivamente alcuni, dei punti programmatici, in particolare quelli che interessano l’architetto progettista. Gli altri, restavano a galleggiare nel nulla della discrezionalità di settore, senza alcun rapporto organico non casuale con lo spazio fisico della città. Anche la Neighborhood Unit ha di fatto subito, pur con percorsi diversi e articolati a livello mondiale, una distorsione analoga: via via affievolito il progetto sociale e culturale che ne stava alla base, lo spazio del quartiere è diventato prevalentemente territorio di caccia per esercitazioni estetiche e tecniche dei progettisti, tali da annullare o affievolire parecchio anche alcune solide intenzioni sostenute dalla politica (per esempio il nodo dei servizi sempre posto al centro e ad una determinata distanza).

Le stesse cose ritornano

E arriviamo a oggi, con la dispersione insediativa a trasformare in paranoico sprawl le antiche campagne, coi discendenti dei pionieri contadini che ancora dormono col fucile sotto il letto, e coi quartieri razionalisti che compongono le banlieu assediati da trasformazioni sociali indotte dalla globalizzazione, che fanno apparire in tutta la loro inadeguatezza certe schematizzazioni novecentesche, le idee di convivenza che sottendevano, quelle di progresso e promozione individuale, figuriamoci! Ma anche di fronte al collasso del tecnico spazialista pigliatutto, dobbiamo comunque vedere che la nostra politica in massa ne ignora i difetti di manico, al massimo condannando quella punta di iceberg rappresentata da alcune forme esterne invece di altre, o piccoli equilibri gestionali come la sicurezza, di solito caso per caso. Per fortuna nostra, pare che qualcosa inizi a sistemarsi da sola, con la proposta italiana di tornare all’idea originaria di Clarence Perry, e in fondo anche di Silvio Ardy, di profondo coinvolgimento sociale e interdisciplinare nell’urbanistica. Il passetto è piccolo, ma assai significativo: la scuola al centro del quartiere, ovvero operare anche sul tempo e sui soggetti, anziché esclusivamente sullo spazio fisico.

Un preside, imitato da tanti altri, inizia a sviluppare accordi con l’amministrazione (e i sindacati, e chi si occupa di sicurezza, ecc.) per tenere aperti gli edifici e i servizi oltre l’orario e le funzioni dell’istruzione dell’obbligo. Questo crea flussi, responsabilità, occhi sulla strada, partecipazione, e automaticamente integrazione. Questo fa rientrare dalla finestra nell’idea di spazio urbano una quantità di contributi bellamente esclusi, e a pedate nel sedere, dagli architetti razionalisti pigliatutto, anche se con le migliori intenzioni. Scusateci, siamo umani e non il Modulor che immaginavate. Quella cosa lì, la città insomma, sarebbe nostra, in senso lato. Grazie. E naturalmente i nerboruti Joe Formaggio e Matteo Salvini possono continuare a svolgere la loro funzione altrove, come sintomo di disagio funzionano abbastanza bene, per il resto proprio no.

Riferimenti:

Clarence Perry, La Scuola al centro del quartiere (1914) 

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2 pensieri su “Salvini e l’urbanistica del Novecento

  1. Negli anni 80 ho frequentato lo studio dell’arch. Luigi Pellegrin visionario dell’architettura organica come veniva definito dai suoi colleghi e dagli addetti ai lavori.
    In quegli anni ho collaborato con Lui, insieme a molti amici del suo studio, a concorsi sulla realizzazione di edifici scolastici (ricordiamo la Sua scuola di Pisa) dove l’apertura e la fruibilità degli spazi h 24 per tutta la collettività erano al centro della progettazione.
    Dove l’edificio “scuola” diventava parte della città e poteva essere “attraversato come una strada” e non chiuso come un ghetto.
    Oggi si parla di aprire le scuole alla cittadinanza rivalutando l’edificio come centro fisico di aggregaione della socialità perduta nel quartiere partendo dal presupposto di essere luogo di cultura e formazione per le nuove generazioni
    E’ bello vedere come dopo 30 anni le sue scelte progettuali, mirate al coinvolgimento ed alla fruibilità da parte della collettività, nonostante le modifiche profonde a cui la nostra società è stata sottoposta siano ancora attuali e oggetto di discussione.
    Nei suoi molteplici progetti, che avevano come matrice la città, è sempre stato guidato dal suo obiettivo primario di dare valenza “sociale” alle sue opere che dovevano essere fruite, utili e necessarie all’individuo (singolo ed associato) ed ha cercato con semplici gesti e scelte progettuali di rendere più vivibile gli spazi che l’attuale città ha negato ai suoi abitanti.
    Paolo Magrini

    • Ho risposto su Facebook, dopo aver riportato per esteso questo commento e il nome dell’Autore (con cui non ho amicizia purtroppo). In sintesi estrema: va benissimo la buona volontà dei singoli progettisti, ma evidentemente non basta, nemmeno sul versante delle culture, figuriamoci su quello dei risultati tangibili

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