Spazio pubblico, verde pubblico, e balle dei liberisti

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Foto J. B. Hunter

In principio era la città macchina moderna, che mirava (ufficialmente almeno) a un certo equilibrio fra interessi particolari e bisogni generali, però lo faceva a partire da presupposti quantomeno stravaganti: tutto è mercato, tutto si compra e vende, salvo questo qui, quello lì, le eccezioni che confermano la regola insomma. Dove sta l’equilibrio? Da nessuna parte sta, salvo imporlo con gli schiaffoni via via tecnico-amministrativi, o sanitari, sociali, politici, tutti da definire volta per volta, addirittura caso per caso se l’assurdo non salta proprio agli occhi. Facciamo spesso riferimento al piano di Manhattan del 1811 per capire questa perversione del manico, e il riferimento sta proprio nella filosofia di fondo, non certo perché si disegnano le street trasversali e le smisurate avenue longitudinali a disegnare quegli isolati rettangolari standard. Fossero pure stati ottagoni, cerchi concentrici, ideogrammi proiettati sul territorio a simboleggiare chissà cosa, se la filosofia di fondo era quella il manico urbanistico-sociale era sballato, altro che! Visto che in buona sostanza, accettato l’ambiente come merce da scambiare per la cosiddetta ricchezza delle nazioni, si partiva dalla massa critica degli investimenti di famiglie e imprese (l’isolato edificabile) ritagliandogli attorno e adattando il resto.

Il Park non è affatto Central

Sempre pensando a quella paradigmatica griglia di Manhattan, identica con poche varianti a tante altre nel mondo che la scimmiottano per puro automatismo, notiamo sino a che punto spazi liberi e spazi pubblici là dentro siano solo un ripensamento successivo. Emblematica la vicenda del pur famoso Central Park: tutto il gigantesco rettangolo era sostanzialmente destinato ad essere costruito e ritagliato in tovagliolini da investimento identici al resto, non fosse stato per il piccolo dettaglio delle statistiche di mortalità. Ovvero che dentro la meravigliosa griglia liberale degli spazi privati, collegati dalle arterie tecniche delle street e delle avenue, la gente ci crepava come mosche. Il filosofo che aveva concepito il suo equilibrio ideale, aveva una propria idea curiosa di vita: ci sono l’Hudson, l’East River, la Baia, quanta bella aria fresca e brezze salmastre, quanta salute e ambiente! Ergo non sappiamo che farcene di parchi, campagne, giardini, a interrompere la nostra efficiente fabbrica di soldi. I fatti, dopo un paio di generazione, gli davano torto marcio, al filosofo, sotto forma di morti infantili, aspettative di vita da cavernicoli, insomma si intuiva che il cadavere non produce e non consuma. Da qui l’idea di ritagliare (ah: mica era edificata ovviamente quella zona, solo nell’idea filosofica del mondo) dentro le schiere dei quartieri urbani il grande Central Park. Che non è centrale perché sta al centro dell’idea urbana, ma semplicemente perché un geometra o surveyor che dir si voglia lo piazza proprio lì. Al resto penseranno i fondatori del landscape planning, Frederick Law Olmsted e Calvert Vaux, futuro studio pigliatutto del ricco mercato suburbano nascente.

The sound remains the same

Insomma lo spazio pubblico, a differenza di quanto avviene con la città originaria tradizionale, che non è figlia di filosofie liberali o liberiste, è sempre una gentile concessione ex post, a prolungarci la vita di produttori e consumatori, altrimenti il valore non se lo fila nessuno, in un cimitero, no? Ma questi consumatori e produttori sopravvissuti, probabilmente istigati da religiosi e comunisti, pretendono sempre di più: piazze pubbliche, standard pubblici, sanità pubblica, prevenzione in forma di servizi pubblici, si stanno ritagliando troppo, meglio rimettere le cose a posto come devono essere. Nasce così la patacca ideologica, a cui appartiene ad esempio il centro commerciale suburbano: vi abbiamo disegnato una versione XX secolo di Manhattan 1811, molto naturalista perché le street e avenue non sono perpendicolari, dove invece del Central Park avete ciascuno il suo bel giardinetto, ma vi manca d’istinto la piazza? Eccola qui la vostra piazza, un vuoto ritagliato fra le botteghe, esattamente come quelle che rimpiangete. Peccato che la piazza fosse pubblica, discendesse dall’agorà, fosse la scintilla da cui la città era nata poi, non una aggiunta come quel centro commerciale, chiuso quando la direzione decide di chiuderlo. E adesso hanno scoperto che si può tentare la medesima operazione ideologica col verde, spendendoci addirittura soldi della collettività, per regalarli al privato benefattore che costruisce il nuovo verde “pubblico” high-tech. In sostanza è questa la filosofia liberista alla base del “ponte nel verde” sul Tamigi, pensata londinese che fa il verso alla High Line newyorchese, peggiorando di parecchio il livello di ideologia. Leggere per credere: quanta faccia di bronzo!

Riferimenti:

Mark Townsend, London garden bridge plan is a misuse of funds say critics, The Observer, 4 aprile 2015

 

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