Strabismo a pedali

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Foto F. Bottini

Io ci rimango davvero male, tutte le volte che mi succede, anche se il meccanismo è noto, pure comprensibile. C’è un post lungo o breve, con o senza link, dove si magnificano le sorti dell’umanità se solo tutti iniziassero a pedalare felici verso l’avvenire, usando il particolare miracolo della cargo bike, della pista ciclabile a celle solari, della nuova pieghevole da duemila euro però in comode rate. Io osservo, credo educatamente, che forse c’entra anche quel che ci sta attorno, a contribuire alla felicità eterna, ma vengo spesso, anzi quasi sempre, rimbrottato: sei uno stronzo, probabilmente un perfido automobilista travestito, oppure un semplice cretino lobotomizzato, comunque fottiti. Ti fanno pensare, questi filosofi del Pedale di Ferro (nel senso del tallone di Jack London), di esserlo davvero un po’ scemo, di non cogliere lo zeitgeist. Ma ogni volta, superata la fase di depressione e risalito fiducioso in bici, mi tornano i medesimi dubbi, e la tentazione di intervenire di nuovo, magari molto più cauto, a circostanziare quei post: ma siete sicuri che non stia tutta lì, nella cargo pieghevole solare, la risposta alla felicità eterna?

C’è tutto un mondo attorno, che gira ogni giorno, e che fermare non potrai

Parlare di contesto, di circostanze, non è affatto respingere l’idea specifica, il progetto, l’innovazione particolare. Vuol dire solo un invito a pensarla in termini meno assoluti, e lo sperimento ad esempio proprio in questi giorni di brutto tempo autunnale, in cui dalla città sono spariti di colpo tutti i pedalatori trendy, mentre resistono invece quelli sempre trendy ma in prospettiva sfida atletica dell’area metropolitana. Ovvero da un lato chi il contesto lo cerca comodo e accogliente si ritira, chi invece cerca il confronto rude e fisico, fasciato di tutina fosforescente e in sella al mostro high-tech, trova come si suol dire la morte sua. Nulla di particolare, se osservato solo in prospettiva ciclistica, ma rivelatore se ci occupiamo di rapporto fra società, ambiente, mobilità: la bicicletta resta ancora marginale o modaiola, se non la si rapporta meglio al resto. Questo resto, inutile ripeterlo, sono gli spazi e le funzioni che dovrebbe percorrere, e attraverso a cui invece continua ad arrancare: andare da qui a lì senza bagnarsi o senza dover rischiare la pelle (le piste, anche le migliori, si interrompono esattamente agli incroci dove sarebbero indispensabili), andarci vestiti normali e portandosi appresso qualcosa, dal pupo alla spesa alla cartella dei documenti, trovare entro una distanza non atletica una quantità ragionevole di funzioni degne di essere raggiunte, ovvero lavoro tempo libero servizi consumi.

La parabola eterna dello shopping mall labirinto di cavie

Che il tema vero, a parte i professionisti e lobbisti di settore, sia quello, lo dimostra e conferma se necessario un articolo appena pubblicato dal Wall Street Journal, che racconta dell’ennesimo progetto di bike sharing applicato in una logica di mercato a un parco uffici suburbano. La cosa da sottolineare subito, è che l’ambientino come precisa l’autore in apertura sta “a un’ora in auto da Manhattan” ovvero che la centralità automobilistica è assoluta, fisica e mentale, indiscutibile perché così vuole il destino. Nondimeno, vuoi la moda, vuoi la medesima considerazione pratica che mi ha visto portare nel baule per anni e anni una pieghevole destinata alle nostrane ZTL, al Jefferson Office Park in New Jersey la bici va forte, dentro un complesso che più vetusto suburbano e autocentrico non si potrebbe. Accade come a suo tempo coi centri commerciali, che il sogno segreto dell’automobilista sia quello di diventare pedone, e gli scatolotti gli offrono il comodo parcheggio a un tiro di sasso dai suoi marchi preferiti. Nello stesso modo, la fantozziana multinazionale nel suo quartiere recintato vicino allo svincolo autostradale ti affitta la bici per fare un po’ di esercizio nella pausa pranzo, o per andare alla riunione dall’Edificio C6 al Quadrifoglio. E poi, fuori da lì, ti incolonni di nuovo per un’ora o due nella città rimasta identica e micidiale. Chiaro cosa intendevo per contestualizzare un po’? Intendevo che sotto il sacro pedale ci starebbe anche tutto il resto, con buona pace dei lobbisti di settore che mi danno dell’idiota al volo. Quel “tutto il resto” si cambia innanzitutto prendendolo in considerazione, almeno così pare.

Riferimenti:

Andrew Tangel, Bike-Sharing Rolls Into Suburban Workplaces, The Wall Street Journal, 29 novembre 2014

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