Stradella: idiotismo dell’urbanistica rustica (2008)

A volte anche nella nostra provincia italiana (intendendo l’Italia come profonda provincia d’Europa) si parla di concetti come aree metropolitane, sviluppo suburbano o addirittura esurbano … ma poi si scopre che è tutto uno scherzo. E dai! Queste sono cose americane, magari inglesi, o francesi, ma “da noi” non succede. Ed è vero, sacrosanto, giuro: almeno dal punto di vista delle culture.
Nel senso che le cose succedono, identiche, anche da noi, e tra l’altro fanno molti più danni perché lo sviluppo della città diffusa (poco città ma molto diffusa) qui avviene sovrapponendosi a tessuti storici molto più delicati. Ma mentre succedono, le cose, non se ne accorge nessuno, e anche quando se ne accorge gli rispondono sempre “ma dai!”. Una pacca sulla spalla e via. Salvo poi, quando i danni sono fatti, aggiungere “ma noi non potevamo sapere”.

Questo non significa che delle cose non si parli. Anzi gli stessi documenti di pianificazione del territorio traboccano di travolgente slang disciplinare e ficcante terminologia, salvo poi – magari nel paragrafo immediatamente successivo – contraddirne il senso e/o la sostanza. Ad esempio il piano provinciale di Pavia che quando descrive l’asse della Padana Inferiore fra Voghera e Stradella parla di un insediamento che minaccioso “mostra un continuum urbanizzato”, salvo poi scordarsene, o comunque limitarsi a questa osservazione, di uno stato di fatto sui cui non si può in alcun modo incidere.

Per restare a Stradella, che ahimè rappresenta l’oggetto privilegiato di questa nota, proprio dalla zona di questo insediamento a nastro si diparte un percorso verso la collina, che funge da circonvallazione accessoria al nucleo centrale abitato. Come racconta il piano di governo del territorio ora in discussione, “lungo il tratto urbano della … Strada Panoramica l’insediamento si struttura con una omogeneità di funzioni a carattere prevalentemente residenziale in un tessuto periferico non consolidato” (Analisi del suolo urbano, p. 70). Il problema, come si vuole argomentare di seguito, sono i modi e le forme in cui questo non consolidamento vuole poi consolidarsi.

Se si dà un’occhiata al territorio di Stradella, anche solo con Google Earth, si nota facendo un po’ di attenzione come questa discontinuità dell’insediamento ad un certo punto sul versante a nord del centro assuma contorni piuttosto precisi: una “goccia” di spazio verde aperto definita sui due lati da percorsi stradali curvi che scendono verso il nucleo compatto storico, e che culmina a sud in un piccolo edificio ben individuabile. Quell’edificio è la basilica romanica di Montalino, dell’anno Mille più o meno, debitamente restaurata e tutelata. C’è un breve percorso a scalinata che sale alla chiesa, più o meno all’angolo fra la Panoramica e la via Montalino, e man mano si percorrono i pochi gradini si inizia a capire meglio il senso di quel nome, “panoramica”, perché si apre sulla pianura padana, e anche oltre il grande fiume sino alle Prealpi. Cosa curiosa, però: arrivati in cima nel piccolo spazio che corre attorno al restauratissimo edificio, lo stesso panorama scompare, schermato da una fitta muraglia di verde, evidentemente lasciata crescere a bella posta. Perché?

Forse perché, tornando a prospettive più ravvicinate delle Prealpi o dei campi pezzati sino agli argini del fiume, attorno alla basilica non è un gran bel vedere. Nel dibattito sulla formazione del nuovo piano comunale una rappresentante del Lions Club parla di “criticità all’azzonamento dell’area posta ai margini dell’edificato in via Cairoli, dove è in corso di realizzazione un edificio pluriplano …” (Verbale dell’incontro di presentazione degli obiettivi strategici del Piano di Governo del Territorio, 19 settembre 2007). Usando parole decisamente meno diplomatiche, come quelle di Giorgio Boatti, quello che si vede guardandosi attorno “la gentile chiesa di Montalino stretta d’assedio da fitte costruzioni e da villette di una Hollywood dei poveri” (La Provincia Pavese, 3 luglio 2008).

E suona comunque assai benevolo anche Boatti, scendendo per una passeggiata di qualche minuto tra le vie Montalino, Cairoli e Vena che definiscono la “goccia verde”. Dal rumore costante di fondo dei rigogliosi cantieri di costruzione mono o multipiano che tintinnano di macchinari in questa estate 2008, spunta tutto il campionario di una classica periferia strapaesana, dove l’urbanistica se mai è arrivata l’ha fatto solo col piglio dell’imposizione burocratica di malavoglia, o al massimo di qualche intervento tecnico.
Gli edifici si allineano compatti e continui sulle vie, con o senza marciapiede, con arretramenti minimi ma senza dare alcun senso urbano a quelle strade. Che erano, sono e resteranno per un pezzo viottoli che salgono verso la collina, dove qualcuno ha scaraventato un po’ di mattoni impilati a dire “questo è mio”.

Nessuna ostilità pregiudiziale verso chi abita quelle case, per carità! Se le sono fatte, pagate, sudate e tutto il resto. E decisamente quella “idea di città” (senza offesa per le città o per le idee, neh?) che esprimono non è peggiore di tante altre frange di piccolo centro, di mezza collina, di pianura, di montagna. Ma basta camminare verso valle qualche decina di metri, non di più, per cominciare a vede assai di meglio là dove il centro storico se non altro per inerzia ordinatrice – o ritmi più lenti di crescita – ha prodotto fasce esterne compatte, vie dove non ci si vergogna istintivamente passando a piedi, cortine più continue e compatte, interrotte da qualche slargo che non sembra un parcheggio, ecc. E invece il nuovo piano di lottizzazione, eredità del piano regolatore generale ancora vigente, appare come coerente con quel “tessuto periferico non consolidato”, e soprattutto sembra volerlo consolidare eventualmente nel modo peggiore: ovvero completando l’accerchiamento del green wedge di Montalino e riducendo la basilica, in una specie di parodia di uno sventramento d’altri tempi, a simulacro della sua storia, strappata al contesto dell’ambiente collinare. In questo senso davvero una Hollywood dei poveri, che replica in piccolo e virtualmente quei ruderi di castelli comprati a peso in Toscana dal classico americano arricchito, e rimontati magari nella Napa Valley per farci la tavernetta di lusso …

Il testo del piano di lottizzazione APR2 Località Montalino è candido nella sua volontà di “ridefinizione del bordo edificato … con la formazione di un tessuto edilizio con tipologie prevalentemente mono e bi-familiari”. Ovvero accerchiamento, trasformazione definitiva della goccia verde in uno di quei cosi residuali che si vedono ogni tanto, giusto perché la Sovrintendenza si è impuntata. E perché? Per costruire una manciata di villette, in un comune dove da anni la popolazione diminuisce, e che le onde lunghe della spinta suburbana dalla regione metropolitana milanese ancora trascurano. C’è da tremare, al pensiero di cosa si inventerebbero se ci fosse davvero una seria e motivata pressione insediativa!

Per questo, perché con un approccio ridicolo ai temi dell’urbanizzazione si rischia di buttare al vento la traccia ancora viva e presente di mille anni di storia, va firmata la petizione che chiede di ripensarci. Va sviluppata una diversa cultura dello sviluppo locale, anche soprattutto in centri che (APR2 Montalino e simili a parte) sono un ottimo modello: compatti, inseriti nell’ambiente, buon equilibrio fra ambiti pubblici e privati e nel complesso per nulla arcaici. Basta confrontare la Stradella compatta cresciuta nei secoli, sino ad oggi, sul fianco della collina, con la strip definita dalla Padana Inferiore, dalla ferrovia, dall’autostrada e dal guazzabuglio degli scatoloni commerciali. Insomma l’esempio c’è, e basta copiarlo.

foto F. Bottini

Fra gli obiettivi spaziali del nuovo piano i governo del territorio in corso di formazione si legge quello di uno “sviluppo edilizio posto in continuità fisica con la maglia urbana esistente, saturando in tal modo sia le aree di una certa consistenza già parzialmente escluse dalla filiera produttiva agricola e posizionate ai margini dell’abitato sia le aree posizionate in ambiti interclusi all’interno dei tessuti edificati” (Relazione, 4.1.2.3 A, Obiettivi del Piano nel settore insediativo residenziale, p. 284). Una bella frase, che fa decisamente a pugni con la sostanza, se non con la forma, di quella “ridefinizione del bordo edificato”. Ripensiamoci: non c’è niente da guadagnarci per nessuno.

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