Un Pianeta di Città (2010)

Il XXI secolo non sarà dominato dall’America, dalla Cina, Brasile o India, ma dalla città. In un’era che ci appare sempre più ingovernabile, sono le città anziché gli stati a trasformarsi in isole di governabilità, sulle quali si costruirà l’ordine futuro. Il nuovo mondo non è – e non sarà – un villaggio globale, quanto una rete di differenti villaggi.
Tempo, tecnologie, crescita di popolazione, hanno enormemente accelerato l’avvento di questa nuova era urbana. Già oltre metà del mondo risiede nelle città, e la percentuale è in rapida crescita. Ma solo in 100 città si concentra il 30% dell’economia mondiale, e la quasi totalità dell’innovazione. Molte sono capitali evolutesi e adattatesi attraverso secoli di dominio: Londra, New York, Parigi. La sola economia di New York City è più grande di 46 economie africane sub-sahariane messe insieme. A Hong Kong ogni anno arrivano più turisti che in tutta l’India.
Queste città sono i motori della globalizzazione, e la loro vivacità costante deriva da denaro, conoscenza, stabilità. Sono le vere Città Globali di oggi.

Contemporaneamente, emerge in tutto il mondo la nuova categoria delle mega-città, al cui confronto scompare qualunque altra del passato. L’enorme flusso di persone non solo ha spinto alla crescita le città esistenti, ma ne ha create altre praticamente dal nulla, su proporzioni inimmaginabili, dalla città-fabbrica cinese nella provincia di Guangdong alle “città della conoscenza” che crescono nel deserto dell’Arabia. Carattere peculiare della nuova era urbana saranno le megalopoli, la cui popolazione si misura in decine di milioni di persone, con skyline irregolari estese fin dove l’occhio può vedere.
Molte pongono gravi problemi ai paesi che hanno dato loro vita. Perché se nessuna nazione può esistere senza almeno una di queste vitali ancore urbane – e neppure così una Kabul o Sarajevo attiva riesce ad essere garanzia per il paese – è anche vero che la globalizzazione consente alle grandi città di staccarsi dallo stato madre, realtà ben rappresentata dall’enorme e potenzialmente pericoloso distacco in termini di ricchezza fra città e campagna nei paesi emergenti come Brasile, Cina, India, Turchia.

Né una politica di equilibrio da XIX secolo, né quella dei blocchi dei XX, possono servire a comprendere il nuovo mondo. Dobbiamo invece guardare più indietro, quasi mille anni, sino all’epoca medievale in cui città come il Cairo o Hangzhou rappresentavano centri di gravità globale, estendendo agevolmente la propria influenza in un mondo senza confini. Quando Marco Polo partì da Venezia lungo l’emergente Via della Seta, non lo fece in virtù degli Imperi, ma delle città che li facevano grandi. Ammirò le vigne di Kashgar, le ricchezze di Xi’an, prevedendo anche – e giustamente – che nessuno gli avrebbe creduto, nel racconto della prosperità mercantile di Chengdu. Val la pena forse ricordare che il Medio Evo è un’epoca oscura solo in Europa: si trattò invece dell’apogeo della gloria araba, musulmana, cinese.

Oggi come allora, solo le città a fare da calamita all’economia, a innovare in politica, e sempre piuma essere soggetti di primo piano della diplomazia. Quelle che non sono capitali si comportano come se lo fossero. Una politica estera sembra svilupparsi anche fra città del medesimo paese, che si tratti di New York e Washington in lotta per le regolamentazioni finanziarie, o di Dubai e Abu Dhabiin competizione per il ruolo di guida negli Emirati Arabi Uniti. Questo nuovo mondo di città non segue le medesime regole dei vecchi stati nazionali; si scrivono propri opportunistici codici di condotta, animate dalla necessità di efficienza, collegamento continuo, sicurezza sopra tutto.

Sono le città occidentali ad aver dominato il sistema urbano dalla Rivoluzione Industriale, in virtù della loro forza lavoro qualifica, dei consolidati sistemi di leggi, di imprenditori in grado di assumersi rischi, di mercati finanziari di punta. New York e Londra insieme rappresentano ancora il 40% della capitalizzazione sul mercati globali. Ma osserviamo una mappa economica di oggi, e si nota una importantissima variazione. Poli finanziari dell’Asia-Pacifico come Hong Kong, Seoul, Shanghai, Sydney, o Tokyo agiscono sulla globalizzazione a stimolare una sorta di “asianizzazione” sempre più rapida. Il denaro affluisce verso queste capitali da tutto il mondo, ma con la tendenza a restare all’interno dell’Asia. Oggi un fondo monetario asiatico offre stabilità alle valute della regione, e sono cresciuti molto di più gli scambi all’interno del bacino asiatico che verso l’altra sponda del Pacifico. Invece dei lungi voli transcontinentali qui il sistema è dominato dalle compagnie low-cost a mettere in comunicazione chi si sposta fra Ulan Bator, Kuala Lumpur, Melbourne.

Ad accelerare lo spostamento verso un sistema di nuovi centri regionali di gravità, le città-porto o di entroterra, come Dubai, le Venezie del XXI secolo: “aree libere” da cui i prodotti vengono ri-esportati efficientemente senza l’intoppo della burocrazia governativa. Nonostante i recenti eccessi immobiliari di Dubai, le città stato emergenti del Golfo Persico investono a ritmi impressionanti in quartieri terziari, offrendo ottimi servizi e incentivi fiscali a chi si localizza lì. Bisogna aspettarsi che comincino a usare fondi sovrani per acquistare tecnologie avanzate dall’Occidente, comprare terreni agricoli in Africa per prodursi alimenti, tutelare i propri investimenti con truppe private e servizi di intelligence.

Si stanno già formando alleanze fra queste agli città, che ricordano la potenza militare medievale della Lega Anseatica nel Mar Baltico. Già Amburgo e Dubai hanno stretto un accordo di stimolo alla navigazione mercantile e alla ricerca nelle scienze della vita, mentre Abu Dhabi insieme a Singapore sviluppa un nuovo asse commerciale. Nessuno per fare questi accordi chiede permessi a Washington. I nuovi rapporti fra le città mondiali seguono i mercati: guardiamo il nuovo collegamento aereo diretto Doha-Sao Paulo della Qatar Airways, o quello da Buenos Aires a Johannesburg della South African Airways. Quandi a causa della crisi finanziaria si è prosciugato il traffico tra New York e Dubai, le linee aeree degli Emirati hanno rivolto la prua degli apparecchi Airbus A380 verso Toronto, il cui sistema bancario ha sofferto molto meno la scossa economica.

Per questi emergenti nodi globali, modernizzazione non significa automaticamente occidentalizzazione. I nuovi poteri dell’Asia vendono giocattoli o petrolio all’occidente, e acquistano in cambio architetture e tecniche ingegneristiche di punta. Valori occidentali come libertà di parola o religione non fanno parte dello scambio.
Ciò vale in modo particolare per le monarchie del Golfo Persico, le cui ambizioni urbane si manifestano in nuovi simbolici quartieri che sorgono dalle sabbie del deserto. Abu Dhabi sta costruendo la nuova
Masdar City senza auto e alimentata dal’energia solare – sarà la prima città del mondo a emissioni zero e senza sprechi – colonizzando l’isola di Saadiyat con meraviglie architettoniche, dove saranno ospitate le collezioni Guggenheim e del Louvre, negli edifici progettati da Frank Gehry e Jean Nouvel.

L’emirato ha in programma un ambizioso piano ventennale che investe non solo in città nuove, ma in un sistema urbano intelligente tale da coordinare aspetti urbanistici, ambiente, efficienti forme di trasporto, servizi, nella speranza di trasformarsi in un luogo dove possano arrivare a frotte anche gli occidentali in cerc di una migliore qualità di vita (di sicuro non grazie al clima o al ruolo giocato in Sex and the City 2). E i risultati nel Golfo Persico sono già qualcosa di totalmente nuovo, con quest’are un tempo vuoto culturale sempre più melting pot globale, come nella capital del Qatar, Doha, dove gli abitanti provengono da oltre 150 nazioni e superano di gran lunga gli indigeni. Se questi nuovi nodi a cinque stele giocano le carte giuste, potrebbero anche convincere gli occidentali a rinunciare alla propria cittadinanza e di assumere residenza permanente in questi contesti amichevoli e senza tasse.

Ci sono poi le megacittà, aree urbane iperpopolate, mondi a sé che – per ora – dal punto di vista economico non corrispondono affatto alla stazza: pensiamo a Lagos, Manila, o Città del Messico. Quando nel 1980 Tokyo è diventata la prima area metropolitana a raggiungere una popolazione di 20 milioni di abitanti, pareva una quantità inimmaginabile. Adesso dobbiamo abituarci all’idea dei quasi 100 milioni affollati attorno a Mumbai o Shanghai. In India, ci sono più di 275 milioni di persone che si prevede si sposteranno dalla campagna verso le brulicanti città nei prossimi due decenni, una popolazione che è quasi l’equivalente di quella degli Stati Uniti. Durante un recente viaggio a Giacarta, città dove si addensano fitte come in un minibus 24 milioni di persone, mi ha colpito come gran parte degli abitanti non uscirà mai dal perimetro della città che cresce di continuo, a conoscere il mondo esterno un po’ più di quanto si possa fare solo guardando gli aerei che ci passano sulla testa. In pochi decenni, lo sviluppo urbano del Cairo si è tanto allontanato dal nucleo centrale originario da sovrapporsi all’area delle piramidi a quasi venticinque chilometri, rendendole insieme alla Sfinge assai meno esotiche di come mio padre le ha fotografate negli anni ‘70, quando si vedevano giusto le piramidi e un cammello.

E davvero in queste grandi nuove concentrazioni urbane la diseguaglianza economica prospera. Basta guardare lo skyline di Istanbul, o Mumbai, o Sao Paulo, dove straordinari grattacieli sono circondati da scene di disperante squallore e degrado. Si calcola che il miliardario indiano Mukesh Ambani, quarta persona più ricca del mondo, stia spendendo circa 2 miliardi di dollari per costruire la propria casa su 27 piani – completa di giardini pensili, centro medico, eliporto – con panoramica sul più grande slum di Mumbai, Dharavi. Una volta, mente facevo jogging su un tappetino girevole in cima a un albergo di Sao Paulo, ho cercato di contare gli elicotteri che passavano ronzando. La città ha il più elevato tasso di elicotteri privati del mondo: segno letterale di quanto in alto si può arrivare per evitare la realtà che sta sotto.

Guardiamo una immagine dal satellite della terra di notte: mostra le brillanti luci delle città che lampeggiano giù in basso, ma anche una formazione minacciosa. Le città crescono come un cancro sul corpo del pianeta. Avviciniamoci e potremo scorgere le cellule benigne e quelle maligne che combattono la battaglia per assumere il controllo. A Caracas, scontri fra bande e rapimenti sono all’ordine del giorno, e i terroristi di Qaeda a Karachi non si nascondono affatto. Il regista Shekhar Kapur sta lavorando a un progetto intitolato Guerre per l’acqua: non è ambientato nella riarsa Africa o nel litigioso Medio Oriente, ma a Mumbai. Chiunque sia andato fino in Sudafrica per la coppa del mondo 2010 avrà notato come la sicurezza privata superasse due volte la polizia ufficiale, e i quartieri recintati proteggessero le elite dalle dilaganti townships dove impera la criminalità. Sono le città – non i cosiddetti ma inesistenti stati come Afghanistan o Somalia – la vera verifica quotidiana della possibilità che abbiamo di costruire un futuro migliore, o se dobbiamo aspettarci uno spaventoso incubo.

Complessivamente, l’avvento dei grandi nodi globali e delle megacittà ci obbliga a riflettere sul fatto se oggi sia la sovranità statale o il potere economico, il prerequisito per partecipare alla diplomazia globale. La risposta è naturalmente entrambe le cose, ma se la sovranità è un concetto che cambia e si restringe, oggi le città competono con gli stati per l’influenza globale.
La studiosa della Columbia University Saskia Sassen è responsabile della più comprensiva riflessione su quanto l’idea del vantaggio delle città si traduca poi in grandi strategie. Come scrive nel suo
The Global City, si tratta di contesti dalle caratteristiche uniche, perfettamente attrezzati a tradurre il proprio potere produttivo in “pratica di controllo globale”. Col suo lavoro scientifico ha ricostruito il modo in cui le città del Rinascimento europeo, ampiamente autonome, come Bruges o Anversa, abbiano innovato il quadro legislativo che consentirà poi i primi scambi azionari trans-nazionali, posto le basi del credito internazionale, e anticipato le attuali reti di scambi. Allora come oggi, nazioni e imperi non limitano l’azione delle città: sono solo filtri per le loro ambizioni globali.

La catena di alimentazione e flusso di capitale che oggi lega le città globali ha de-nazionalizzato le relazioni internazionali. Come sostiene la Sassen, nei centri urbani è impossibile fare le solite distinzioni fra pubblica amministrazione e settore privato: o collaborano, oppure la città non funziona affatto. Anche i massicci investimenti nazionali nelle telecomunicazioni o altre infrastrutture non riescono a riequilibrare il rapporto fra le città e il resto; finiscono per rinforzare le città, nel loro potere di sviluppare una propria diplomazia “sovrana”.
Consideriamo quanto siano diventate attive le città cinesi nello scavalcare Pechino inviando masse di delegati a convegni e fiere per attirare investimenti stranieri. Nel 2025, la Cina avrà 15 super-città con una popolazione media di 25 milioni di abitanti (l’Europa nessuna). Molte cercheranno di emulare Hong Kong, che nonostante oggi sia di nuovo una città cinese e non più un protettorato britannico, si caratterizza proprio per la grande differenza con l’entroterra. Cosa accadrebbe se tutte le super-città cinesi cominciassero ad agire nello stesso modo? O se in altre zone del paese si iniziassero a chiedere i medesimi privilegi accordati a Dalian, centro tecnologico nord-orientale trasformatosi in una delle
enclave più permissive? Sarà ancora Pechino a governare la Cina allora? O torneremo a una variante moderna più sfumata del periodo di storia cinese cosiddetto degli “Stati in guerra”, durante il quale c’erano molti nuclei di potere in competizione, con alleanze cangianti?


Pensiamoci: anche il più centralizzato stato-impero di oggi potrebbe essere distrutto di fatto dalle sua città. Finiti i tempi di Mao, quando una sollevazione di contadini poteva impadronirsi collettivamente del paese. Oggi, è il controllo delle città, non quelle delle campagne, la chiave del Celeste Impero. La stessa cosa vale per le fragili nazioni dell’Africa post-coloniale. L’urbanizzazione africana si sta avvicinando a quella cinese, e il continente ha già tanti centri da un milione o più di abitanti quanti ne ha l’Europa. Ma decenni di despotismo e guerre civili non hanno prodotto governi in grado di tenere uniti i paesi: e men che meno le due nazioni a maggiore estensione geografica dell’Africa, Sudan e Repubblica Democratica del Congo. Invece, questi paesi paiono incamminati verso una divisione, con nuovi confini definiti dalle principali città e dall’area di gravitazione, come Juba nel Sudan meridionale o Kinshasa in Congo. O magari non devono cambiare affatto i confini, ma scomparire, con gli abitanti in grado di accedere alla più vicina grande città, non importa in quale “nazione” si trovi. Dopo tutto, è così in realtà che funzionano le cose, anche se le nostre carte non sempre rispecchiano questa realtà.

L’ordine mondiale si costruisce sulle città e le loro economie, anziché sulle nazioni e i loro eserciti, e le Nazioni Unite diventano sempre più inadeguate ad essere simbolo di appartenenza universale nel mondo globalizzato. Si potrebbe partire da un altro modello, quello meno rigido del World Economic Forum noto per Davos, che riunisce chi conta: primi ministri, governatori, sindaci, presidenti di consigli di amministrazione, dirigenti di enti, sindacalisti, studiosi, celebrità influenti. Ciascuno di questi protagonisti sa benissimo che non ci si può fondare su un etereo “sistema” per offrire stabilità globale: aggirano l’ostacolo e fanno ciò che serve.

La scala delle ambizioni urbane oggi spazia da nuovi grandi quartiere degli affari a zone economiche speciali, a città completamente nuove ma viste sulle carte. Recentemente in visita a un cantiere sulle sponde del fiume Elba, ho discusso con Jürgen Bruns-Berentelg, CEO dell’audace nuovo progetto di HafenCity a Amburgo. Veterano del futuristico rifacimento della Potsdamer Platz a Berlino, ha fatto rinascere l’affaccio sull’acqua industriale abbandonato di Amburgo trasformandolo in un’isola di efficienza, amica del lavoro e delle famiglie, integrata senza soluzione di continuità alla città tedesca rivitalizzata. “Siamo passati dall’arbitrarietà a una progettazione urbana molto curata” mi confidava. Nello stesso modo in cui Amburgo era un tempo un nodo della grande rete medievale della Lega Anseatica grazie alla vicinanza al Baltico, gli ampi terminali portuali di HafenCity vogliono sfruttare i nuovi percorsi degli scambi per cogliere una porzione più ampia del grande mercato globale del trasporti navali. Ma HafenCity è pensata anche per ospitare l’industria del XXI secolo. Compagnie globali come Procter & Gamble hanno trasferito i propri uffici regionali in edifici eco-efficienti, al punto che i gabinetti non usano acqua. “Sia per le imprese che per le famiglie- sottolinea Bruns-Berentelg – venire a HafenCity è qualcosa di più di una semplice decisione localizzativa: è una scelta di vita”. Stanno venendo amministratori da Rotterdam, Toronto, e altri centri che pensano al futuro, per imparare da HafenCity, i cui abitanti sono pionieri di rinnovo urbano per tutto il resto del mondo occidentale, che non può permettersi il lusso di costruire le città dal nulla.

Ma lo può fare l’Africa, ed è esattamente quanto spinge l’economista della Stanford University Paul Romer. La sua iniziativa “Città Franchemira ad aiutare i paesi poveri a compiere il salto verso l’era urbana secondo il modello simile a quello di una scuola parificata ma con programmi autonomi: delimitare un’area, conferire particolare status amministrativo flessibile (come fece a suo tempo la Cina con la concessione di Hong Kong alla Gran Bretagna), poi farsi da parte e lasciare campo agli esperti. Romer sta discutendo con vari paesi in Africa per trovare un candidato disponibile a mettere l’area di un progetto pilota; l’idea potenzialmente potrebbe ribaltare la sorte di un intera nazione. Che si tratti o meno di una utopia, circolano ovunque vari sogni di stampo neocoloniale e c’è anche qualche esperimento riuscito: in Cina la provincia di Guangdong ha da decenni le proprie zone economiche speciali, dove sono eliminate le burocrazie per far spazio a una amministrazione parastatale molto orientata agli affari. Adesso il modello viene replicato in altre enclave, dalla Economic City di re Abdullah in Arabia Saudita, a Binh Duong in Vietnam.

Le città franche sono la versione per poveri del progetto sudcoreano da quaranta miliardi di dollari per Songdo, che promette di fissare un nuovo criterio di valutazione quando sarà completato nel 2015. Decantata come la più costosa realizzazione urbana privata della storia, Songdo è molto più che non zona economica o complesso urbano per gli affari: sarà la prima città mondiale senziente, con tecnologie avanzate di comunicazione in grado di rendere la vita totalmente interattiva, dalle case alle scuole agli ospedali. Ogni nuova sezione di quartieri residenziali e terziari che via via si propone sul mercato va esaurita quasi all’istante, nella Corea del Sud impazzita per la possibilità di connessione. E rappresenta anche la possibilità dell’Asia di trasformare la sua concentrazione demografica e scalata ai consumi, da una minaccia per il pianeta a modello esportabile anche verso i pesi sviluppati. Le calcolate prossime 300 nuove città della Cina, rappresentano un enorme mercato per costruttori attenti all’ambiente come la Gale International, principale protagonista del progetto Songdo, per attuare piani urbani eco-friendly.

E Songdo è probabilmente il segno più evidente della possibilità – probabilmente della necessità – che abbiamo di fronte, di cambiare il nostro modo di vita. Sono le città i luoghi in cui sperimentiamo nel modo più attivo l’impegno a salvare il pianeta da noi stessi. L’ex presidente Usa Bill Clinton ha riunito sindaci di 40 grandi città in una rete delle buone pratiche per la riduzione delle emissioni di gas serra. L’agricoltura verticale, da tempo in gran voga a Tokyo, si sta diffondendo anche a New York; i trasporti collettivi elettrici di Curitiba in Brasile vengono riprodotti in Nord America; la Cisco sta inserendo dei sensori nella segnaletica stradale di Madrid per eliminare il traffico dalla città. Lo studio di consulenza McKinsey recentemente ha valutato che se l’India persegue una urbanizzazione eco-efficiente, non solo diventerà un paese più sano, ma riuscirà a far aumentare dall’1% al 1,5% il tasso di crescita del Pil.

Così, un modo di città può riuscire a innescare un ciclo di virtuosa concorrenza. Come ha spiegato il geografo Jared Diamond, i secoli di frammentazione attraversati dall’Europa hanno significato competizione fra le varie città per il primato nell’innovazione, innovazione che oggi condivisa fa del continente l’area transnazionale tecnologicamente più avanzata del pianeta.
Quello che succede nelle nostre città, detto in parole povere, conta molto più di quanto succede negli altri luoghi. Le città sono i laboratori sperimentali del mondo, metafora di un’era di incertezza. Rappresentano sia un cancro che la base di un nuovo mondo connesso in rete, sia il virus che l’anticorpo. Dal cambiamento climatico alla povertà e alle diseguaglianze, le città sono il problema: e anche la soluzione. Orientare le città nella direzione giusta può fare la differenza fra un futuro luminoso, fatto di tante HafenCity e Songdo, e un mondo che assomiglia paurosamente agli angoli più oscuri di Karachi o di Mumbai.

da: Foreign Policy, settembre-ottobre 2010 Titolo originale: Beyond City Limits – Traduzione di Fabrizio Bottini

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