Un Sentiero sugli Appalachi (1921)

Nota del traduttore

Chi siamo, dove andiamo, cosa vogliamo? Sembra un dilemma degno del migliore Snoopy, nel bel mezzo della sua notte buia e tempestosa, e invece è una domanda che forse bisognerebbe farsi più spesso. Una domanda in buona parte alla base del singolarissimo «progetto di pianificazione regionale» di Benton MacKaye proposto di seguito. Un testo forse troppo poco conosciuto in Italia, ma che ad esempio già trent’anni or sono Francesco Dal Co definiva «originale sintesi tra la sorgente scienza regionalista e la «filosofia della natura» del pensiero trascendentalista». Forse fin troppo originale, verrebbe da dire, e soprattutto antitetico al filone principale e vincente del pensiero legato alla pianificazione territoriale: non propone sistemi più efficienti per la residenza, la produzione, i trasporti, ma un diverso rapporto fra tempo di lavoro e tempo liberato, fra produzione e natura, fra individuo e società. Detto in estrema sintesi, questo filone di pensiero regionalista, che discende logicamente da Patrick Geddes anche se con particolarissimi accenti americani, è lontano mille miglia dalla logica efficientista che negli stessi anni Venti vede svilupparsi questa branca della pianificazione territoriale soprattutto al servizio dell’efficienza produttiva metropolitana: dal bacino carbonifero della Ruhr, ai primi studi di Raymond Unwin sulla Greater London, al piano regionale di New York coordinato da Thomas Adams, tutti i maggiori sforzi metodologici e organizzativi si focalizzano sulla «produzione di ricchezza». MacKaye si sofferma invece a chiedersi: che ce ne facciamo adesso, di tutta questa ricchezza?
Naturalmente c’è molto di più, nel suo breve «progetto di pianificazione regionale», a partire dal trauma della guerra mondiale appena finita, dal dramma della disoccupazione e del parallelo spopolamento delle campagne, e conseguenti dissesti (frane, inondazioni). C’è anche un’idea socialista di sviluppo, in un’epoca in cui la parola non suona vagamente oscena all’orecchio americano, per cui curiosamente in questo 1921 si usa in modo ripetuto lo slogan N
ew Deal
. C’è soprattutto, la consapevolezza di parlare di una piccola cosa come i campi da «giovani esploratori», ma dal piccolo spunto nasce un ragionamento complesso, che si conclude significativamente con un dilemma pure tipico di questi anni: abbiamo evocato forze gigantesche, dove e come le vogliamo guidare? MacKaye, e più tardi insieme a lui i compagni della Regional Planning Association of America, evocano in qualche modo l’idea di Ebenezer Howard, di preparare gli spazi fisici ad una più libera società del futuro. Contemporaneamente, oltre oceano, un architetto svizzero con grandi capacità di comunicazione sta guardando dall’alto del suo ufficio le stesse, grandi forze dormienti della metropoli e della società. Anche lui ha una ricetta per trasformare quegli spazi. Ma questa è un’altra storia. (f.b.)


Qualcosa è cresciuto, in questi anni duri, qualcosa che nel frastuono della guerra è andato perso per la consapevolezza pubblica. È il lento e calmo svilupparsi dei campi per il tempo libero. Non si tratta di qualcosa di urbano, né di rurale. Sfugge all’attivismo dell’uno, e alla solitudine dell’altro. Sfugge anche alla maledizione, comune ad entrambi: l’alta tensione della lotta economica. Qualunque comunità affronta un problema «economico», in vari modi. Il campo lo affronta attraverso la cooperazione e il mutuo aiuto, altri attraverso la competizione e la mutua spoliazione.
Noi esseri civilizzati, urbani o rurali, siamo potenzialmente indifesi, some canarini in gabbia. La capacità di confrontarci direttamente con la natura, senza il riparo della confortante barriera della civilizzazione, è uno dei consapevoli bisogni dei tempi moderni. È lo scopo del movimento degli «esploratori». Non che si voglia tornare allo stato dei nostri antenati del Paleolitico. Noi vogliamo la forza del progresso senza le sue miserie. Vogliamo le comodità senza le vanità. La capacità di dormire e cucinare all’aperto è un buon passo in avanti. Ma lo «scouting» non deve fermarsi qui. Si tratta solo di un finto passo fuori dalla nostra condizione di canarini. Bisogna colpire molto più a fondo di così. Dovremmo ricercare la capacità non solo di cucinare il cibo, ma di raccoglierlo con meno aiuti – e meno intralci – dalle complessità del commercio. E tutto questo sta diventando giorno per giorno di importanza pratica crescente. Praticare lo «scouting», dunque, ha connessioni naturali con il problema della vita.

Un nuovo approccio al Problema della Vita

Il problema del vivere, alla base, è un problema economico. E questo da solo è brutto abbastanza, anche in un periodo di cosiddetta «normalità». Ma la vita è stata considerevolmente complicata ultimamente, in vari modi: dalla guerra, da problemi di libertà personali, e da «minacce» di un tipo o dell’altro. Si sono creati aspri antagonismi. Stiamo subendo la pessima miscela di alti prezzi e disoccupazione. È una condizione mondiale: risultato di una guerra mondiale.
Lo scopo di questo breve articolo non è quello di soffermarsi al livello di queste grandi questioni. La cosa più vicina ad una sfacciataggine del genere, sarà quella di suggerire posti a sedere più comodi e più aria fresca per coloro che devono affrontarle. Un grande professore una volta disse che «l’ottimismo è ossigeno». Stiamo caricandoci di tutto l’ossigeno possibile, per il grande compito che ci sta davanti?

«Aspettiamo» ci dicono, «fin quando sarà risolto questo maledetto problema del lavoro. Poi avremo tutto l’agio di fare grandi cose».
Ma supponete che mentre stiamo aspettando, l’occasione per fare sia passata?
Non c’è bisogno di dirlo, che dovremmo lavorare sul problema del lavoro. Non solo la questione «capitale e lavoro», ma il
vero problema del lavoro: come ridurre l’ingrata fatica quotidiana. Sforzi e fatiche della vita dovrebbero, aumentando gli apparecchi che risparmiano lavoro, formare una porzione sempre minore della giornata e dell’anno lavorativo medio. Tempo libero e fini più alti dovrebbero formare una porzione crescente della nostra vita.
Ma questo tempo libero, significherà davvero qualcosa di «più alto»? È una bella domanda. L’arrivo del tempo libero creerà da solo un problema: si «risolve» quello del lavoro, e nasce quello del tempo libero. Sembra non ci sia scampo, dai problemi. Abbiamo trascurato di migliorare il tempo libero che sarebbe nostro come risultato della sostituzione di pietra e bronzo con ferro e vapore. Molto probabilmente siamo stati imbrogliati sulla massa di questo tempo libero. L’efficienza dell’industria moderna è stata collocata al 25 per cento delle sue ragionevoli possibilità. Può essere una stima troppo alta, o troppo bassa. Ma il tempo libero che riusciamo ad avere, è forse utilizzato secondo un’efficienza più alta?

L’approccio comune al problema del vivere si rapporta al lavoro piuttosto che al gioco. Possiamo aumentare l’efficienza del nostro tempo di lavoro? Possiamo risolvere il problema del lavoro? Se si, possiamo ampliare le opportunità per il tempo libero. Un approccio nuovo, invertirebbe questo processo. Possiamo incrementare l’efficienza del nostro tempo disponibile? Possiamo sviluppare le opportunità del tempo libero come aiuto per risolvere il problema del lavoro?

Un’energia non sfruttata: il nostro tempo disponibile

Quanto tempo abbiamo a disposizione, e quanto potere esso rappresenta?
La grande massa del popolo che lavora – lavoratori dell’industria, dell’agricoltura, casalinghe – non hanno tempo messo da parte per «vacanze». L’impiegato di solito ha un permesso di due settimane, pagato, ogni anno. Gli impiegati del Governo hanno trenta giorni. Gli uomini d’affari abitualmente si concedono due settimane o un mese. I coltivatori possono stare lontani dal lavoro per una settimana o più alla volta, sostituendosi l’un l’altro. Le casalinghe possono fare lo stesso.
Per quanto riguarda il lavoratore dell’industria – in fabbrica o in miniera – la sua «vacanza» media è sin troppo lunga. Dato che è «congedo
senza stipendio». Secondo recenti statistiche ufficiali, il lavoratore industriale medio degli Stati Uniti, in tempi normali, è impegnato circa quattro quinti del tempo: diciamo 42 settimane l’anno. Le altre dieci settimane è occupato a cercare occupazione.

Proporzionalmente il tempo davvero disponibile per l’Americano medio adulto appare, quindi, davvero scarso. Ma una buona quantità ha a disposizione (o si prende) circa due settimane l’anno. Il lavoratore industriale durante le stimate dieci settimane fra i due lavori deve naturalmente continuare a vivere e mangiare. I suoi risparmi possono consentirgli di farlo senza eccessive preoccupazioni. Potrebbe, se si sentisse di risparmiare tempo dalla sua caccia al lavoro, e se fossero disponibili strutture adatte, passare due delle sue dieci settimane in una vera vacanza. In un modo o nell’altro, quindi, l’adulto medio in questo paese potrebbe dedicare ogni anno un periodo di circa due settimane a fare cose di sua scelta.

Qui c’è un enorme energia non sfruttata: il tempo disponibile della popolazione. Supponiamo che anche solo l’un per cento fosse dedicato a uno scopo particolare, come l’aumento delle strutture per la vita comune all’aria aperta. Si tratterebbe di più di un milione di persone, che rappresentano oltre due milioni di settimane all’anno. È l’equivalente di 40.000 persone occupate a tempo pieno.

Una base da campo strategica: la linea degli Appalachi

Dove potrebbe, questa forza imponente, fissare il suo campo strategico? I terreni da campo, naturalmente, hanno bisogno di zone naturali. Fortunatamente in America ce ne sono ancora disponibili. Sono zone non costruite, o poco costruite. Eccetto negli Stati Centrali le aree che rimangono naturali sono per la maggior parte fra le catene montuose: Sierras, Cascades, Montagne Rocciose a ovest, e i Monti Appalachi a est.
In varie aree del paese sono state destinate ampie zone all’uso per campeggi e altri scopi simili. Molte di queste sono nell’ovest, dove si collocano ampie zone di proprietà dello Zio Sam. Sono lo Yosemite, lo Yellowstone e altri Parchi Nazionali, che coprono circa due milioni e mezzo di ettari. È stato compiuto uno splendido lavoro, adattando questi parchi all’uso. Anche il sistema delle Foreste Nazionali, che copre circa cinquanta milioni di ettari – principalmente all’ovest – è attrezzato a scopi di tempo libero.

È stato attivato un grande servizio pubblico in questi Parchi e Foreste, per la vita all’aria aperta. Sono stati chiamati «campi da gioco per il popolo». E lo sono, per la gente dell’ovest, e per quelli dell’est che si possono permettere tempo e soldi per un lungo viaggio in una carrozza Pullmann. Ma i terreni da campo, per essere della massima utilità alla gente, dovrebbero essere il più vicini possibile ai centri di popolazione. E questo significa all’Est.
Accade fortunatamente che ci sia, lungo la parte più popolata degli Stati Uniti, una fascia piuttosto continua di terreni poco edificati. Sono contenuti entro una serie di catene che formano i Monti Appalachi. Parecchie aree di Foresta Nazionale sono state acquisite in questa fascia. Le montagne, che in parecchie occasioni possono competere con i panorami dell’Ovest, stanno a un giorno di viaggio da centri che contengono più di metà della popolazione degli Stati Uniti. La regione si estende attraverso i climi del New England e della
cotton belt; comprende popoli e ambienti del Nord e del Sud.

La linea del crinale teorico degli Appalachi si affaccia sulla maggior parte delle attività nazionali. Le aspre terre di questo crinale formano la base strategica per un campo nazionale del gioco e del lavoro.
Pensiamo ad un gigante, ritto sul crinale di queste montagne, con la testa che sfiora le nuvole fluttuanti. Cosa vedrebbe dal suo punto di osservazione, passeggiando per tutta la lunghezza della catena da nord a sud?
Partendo dal Monte Washington, il punto più settentrionale a nord-est, l’orizzonte mostra uno degli antichi territori di caccia degli Stati Uniti, i «Northwoods», terra di abeti puntuti che si estende dai laghi e fiumi del Maine settentrionale a quelli degli Adirondacks. Passando attraverso le Green Mountains e i Berkshires fino ai Catskills, il gigante vedrebbe per la prima volta l’est affollato: una catena di fumose città-alveare che si estende da Boston a Washington e contiene un terzo della popolazione dello spartiacque Appalachi. Oltre il Delaware Water Gap e il Susquehanna, sulle pittoresche pieghe degli Alleghany oltre la Pennsylvania, noterà altre colonne di fumo: i grandi impianti fra Scranton e Pittsburgh che sputano la materia base dell’industria moderna, ferro e carbone.

Per contrasto e respiro, passa oltre il Potomac vicino a Harpers Ferry, e si spinge nei boschi selvaggi degli Appalachi meridionali, dove trova conservati molti degli aspetti dei tempi di Daniel Boone. Qui trova insieme sul Monogehela il carbone nero del bitume e quello bianco dell’energia idrica. Continua lungo la grande divisione dell’Ohio superiore, e vede scorrere acque infinite, a volte in terribili inondazioni, acque capaci di generare immense energie idroelettriche e di portare la navigazione verso corsi d’acqua minori. Guarda oltre il Natural Bridge e sui campi di battaglia attorno a Appomatox. Si trova infine nel mezzo della grande fascia boscosa di Carolina. Ora sta in cima al Mount Mitchell, il punto più alto a est delle Montagne Rocciose, e conta sulle sue lunghe e grandi dita le opportunità che ancora aspettano di essere colte, lungo la linea di crinale che ha appena percorso.

Per prime, annota le possibilità per il tempo libero. Lungo gli Appalachi Meridionali, lungo i Northwoods, e anche lungo gli Alleghanies che serpeggiano fra le fumose città industriali di Pennsylvania, vede ampie aree di foreste intatte, terre a pascoli, corsi d’acqua, che con attrezzature adeguate e tutela potrebbero far respirare una vera vita agli sgobboni delle città alveare lungo la costa Atlantica e altrove.
Per seconde, annota le possibilità per la salute e il recupero. L’ossigeno nell’aria di montagna lungo il crinale degli Appalachi è una risorsa naturale (e una risorsa nazionale) che irraggia verso il cielo il suoi enormi poteri salutari, di cui solo una piccolissima percentuale è usata per il recupero umano. È una risorsa che potrebbe salvare migliaia di vite. I sofferenti di tubercolosi, anemia, malattie mentali, attraversano l’intero spettro della società umana. Molti di loro sono senza prospettive, anche quelli economicamente garantiti. Stanno in città, e anche in campagna. Perché il coltivatore, e specialmente la moglie del coltivatore, non sfugge allo stritolamento della vita moderna.

La maggior parte dei sanatori esistenti sono perfettamente inutili per coloro che soffrono di malattie mentali: le più terribili, di solito, fra le malattie. Molti di questi malati potrebbero essere curati. Ma non solo attraverso una «terapia». Hanno bisogno di ettari, non di medicine. Migliaia di ettari di queste terre di montagna dovrebbero essere dedicati a loro, e intere cittadine r progettate e attrezzate per le cure.
Subito dopo le possibilità per il tempo libero e le cure, il nostro gigante annota, come terza grande risorsa, le possibilità della fascia degli Appalachi per l’occupazione sulla terra. Questo solleva un problema che sta diventando urgente, grave e prioritario: la redistribuzione della popolazione.
La popolazione rurale degli Stati Uniti, e degli Stati Orientali adiacenti agli Appalachi, è ora scesa sotto quella rurale. Per l’intero paese è crollata dal 60 per cento del totale nel 1900, al 49 per cento nel 1920; per gli Stati Orientali è caduta, nello stesso periodo, dal 55 al 45 per cento. Nel frattempo l’area pro capite di terra coltivata è scivolata, negli Stati Orientali, da 1,35 ettari a meno di 1 ettaro. È un restringimento di circa il 28 per cento in 20 anni: negli Stati dal Maine alla Pennsylvania è stato del 40 per cento.

Nella fascia degli Appalachi ci sono probabilmente 10 milioni di ettari di pascoli e terre agricole che aspettano di essere messi a frutto. Qui c’è spazio per un’intera nuova popolazione rurale. Qui c’è un’opportunità – se solo se ne potesse trovare il modo – per quella contro-migrazione dalla città alla campagna che si è tanto spesso invocata. Ma il nostro gigante che riflette su questa risorsa è abbastanza giudizioso per sapere che il suo uso dipende da un nuovo patto per il sistema agrario. Lo sa se si è mai chinato a dare uno sguardo agli occhi infossati del «cracker» in Carolina, o dello «hayseed» nelle montagne verdi.
Il territorio a foreste, come quello agricolo, potrebbe dimostrarsi un’opportunità per l’impiego permanente all’aria aperta. Ma ancora ciò dipende da un nuovo patto. La forestazione deve sostituire la devastazione dei tagli indiscriminati per legname, e la conseguente occupazione occasionale. E questo il gigante lo sa se ha guardato ai taglialegna senza fissa dimora «non me ne frega niente» dei Northwoods.
Queste sono le visuali, queste le opportunità, viste dallo spirito osservante dal crinale degli Appalachi.

Le potenzialità di un nuovo approccio

Poniamo ora all’osservatore saggio e preparato la particolare questione che ci sta di fronte: quali sono le possibilità di un nuovo approccio al problema della vita? È praticabile, e vale lo sforzo, lo sviluppo di una vita comunitaria all’aperto, come uscita e pausa dalle varie pastoie della civilizzazione commerciale? Dall’esperienza di osservazioni e riflessioni sul crinale, ora è possibile dare una risposta.
Ci sono parecchi possibili guadagni, da un approccio simile.
Primo, ci sarebbe «ossigeno», che sta per parecchio ottimismo. Due settimane trascorse davvero all’aria aperta – ora, quest’anno e il prossimo – sarebbero un po’ di vita vera per migliaia di persone che sarebbero sicure di averne prima di morire. Avrebbero un po’ di divertimento, indipendentemente dal «risolvere problemi». Questo non recherebbe alcun danno ai problemi e aiuterebbe le persone.

Poi c’è un problema di prospettiva. La vita, in due settimane sulla cima di una montagna, mostra tante cose sulla vita nelle altre cinquanta settimane giù in basso. Queste ultime potrebbero anche essere viste nel loro insieme, a parte il caldo, il sudore, le irritazioni, Ci sarebbe l’occasione di tirare un respiro, di studiare le forze dinamiche della natura, e le possibilità di scaricare un po’ su di loro il peso portato ora dalle spalle degli uomini. Il rilassato studio di queste forze potrebbe produrre un più ampio, misurato, illuminato approccio ai problemi dell’industria. Che apparirebbe nella sua vera prospettiva: uno strumento per la vita, e non un fine in sé stessa. Una vera separazione della vita ricreativa e non industriale, sistematicamente da parte del popolo e non spasmodicamente da parte di pochi, dovrebbe enfatizzare la propria distinzione da quella industriale. Dovrebbe stimolare la domanda per ampliare l’una e ridurre l’altra. Dovrebbe immettere nuovo entusiasmo nel movimento sindacale. Vita e riflessioni di questo tipo dovrebbero porre in luce il bisogno di andare alle radici dei problemi industriali, e di evitare pensiero superficiale e azioni precipitose. Il problemi del coltivatore, del minatore di carbone, del taglialegna, potrebbero essere studiati intimamente e con minima parzialità.

Un approccio di questo genere dovrebbe dare l’equilibrio che porta alla comprensione.
Infine, questi sarebbero nuovi elementi per soluzioni costruttive. L’organizzazione di una vita da campo di genere cooperativo tenderebbe a risucchiare popolazione dalle città. Venuti da visitatori, non vorrebbero più tornare indietro. Diverrebbero desiderosi di stabilirsi in campagna, di
lavorare all’aperto, di giocare all’aperto. I vari campi avranno bisogno di rifornimenti. Perché non produrre cibo, oltre che consumarlo, su un piano cooperativo? Campi per la produzione di alimenti dovrebbero venire come conseguenza naturale. C’è anche bisogno di legname. Si dovrebbero incoraggiare operazioni su piccola scala nelle varie Foreste Nazionali degli Appalachi. Il governo ora afferma che ciò è parte della sua politica forestale. La vita da campo stimolerebbe la forestazione così come una migliore agricoltura. L’occupazione, in entrambe, tenderebbe ad aumentare.
Quanto queste tendenze possano svilupparsi, nemmeno l’osservatore più accorto potrebbe dirlo. Si dovrebbe procedere passo dopo passo. Ma le tendenze almeno si sarebbero stabilite. Sarebbero canali tracciati verso realizzazioni nel campo della vita: tagli trasversali a quelli che ora portano ad una distruttiva cecità.

Un progetto di sviluppo

Sembra, dunque, che alla fine valga la pena di dedicare qualche energia per trovare un modo migliore per l’uso del tempo libero. Il tempo disponibile per l’uno per centro della nostra popolazione sarebbe equivalente, come calcolato sopra, all’attività continuativa di circa 40.000 persone. Se questa gente fosse sul crinale, e tenesse gli occhi aperti, vedrebbe le cose che poteva vedere il gigante. A ben vedere, una forza di 40.000 persone sarebbe di per sé un gigante. Potrebbe percorrere la linea del crinale e sviluppare le varie opportunità. È questo il lavoro che proponiamo: un progetto di sviluppo delle opportunità, per il tempo libero, la salute, il lavoro, nella regione degli Appalachi.

Il progetto è per una serie di comunità dedicate al tempo libero attraverso la catena montuosa degli Appalachi, dal New England alla Georgia, collegate da un sentiero percorribile a piedi. Lo scopo è quello di costituire la base per uno sviluppo più esteso e sistematico della vita comunitaria all’aperto. È un progetto di architettura residenziale e comunitaria.
In questo saggio non viene proposto un piano per organizzare o finanziare il progetto. L’organizzazione è materia di dettaglio, da affrontare con cautela. Il finanziamento dipende da interessi pubblici di carattere locale nelle varie regioni interessate.
Ci sono quattro caratteristiche principali del progetto Appalachi:

1 – Il Sentiero

L’inizio di un sentiero degli Appalachi esiste già. È iniziato a comporsi da parecchi anni, in diversi luoghi lungo la linea. Si è fatto un lavoro particolarmente buono nel costruire sentieri da parte dello Appalachian Mountain Club, nelle White Mountains in New Hampshire, e da parte del Green Mountain Club in Vermont. Quest’ultima associazione ha già costruito il Long Trail, nei più di 300 chilometri attraverso le Green Mountains: quattro quinti della distanza dalla linea del Massachusetts a quella del Canada. È un progetto che logicamente sarà ampliato. Quello che le Green Mountains sono per il Vermont, gli Appalachi sono per gli Stati Uniti dell’est. Quello che si ipotizza, quindi, è un «lungo sentiero» sulla completa estensione della linea teorica di crinale degli Appalachi, dalla cima più alta al nord alla cima più alta a sud: da Mount Washington a Mount Mitchell.

Il sentiero si dividerà in sezioni, ciascuna consistente preferibilmente in una porzione ricadente in uno Stato, o un suo sottomultiplo. Potrebbero sorgere difficoltà per l’uso di proprietà private, specialmente nelle terre agricole lungo gli attraversamenti tra una catena montuosa e l’altra. Potrebbe essere talvolta necessario ottenere una concessione dallo Stato per l’uso dell’esproprio. Queste questioni potrebbero facilmente risolversi, premesso che ci sia sufficiente interesse pubblico locale per il progetto nel suo insieme. Le varie sezioni dovrebbero trovarsi sotto una specie di controllo generale federale, ma in questo saggio non si fanno ipotesi riguardo a tale forma organizzativa.

Non tutto il percorso di una sezione può naturalmente essere realizzato in una volta. È una cosa di parecchi anni. Al massimo, i lavori intrapresi in una singola stagione dovrebbero completare un segmento utilizzabile, come fino in cima o attraverso una vetta. Una volta completato, dovrebbe essere aperto all’uso locale e non attendere il completamento di altre sezioni, Ciascuna porzione costruita dovrebbe, naturalmente, essere mantenuta in modo rigoroso, senza consentirne il degrado per disuso. Un sentiero ha l’utilità del suo segmento minore.
Il sentiero potrebbe essere reso, a ciascuno stadio di realizzazione, di immediato valore strategico nella prevenzione e lotta agli incendi boschivi. Stazioni di guardia potrebbero venire localizzare ad intervalli lungo il percorso. Un servizio forestale antincendio potrebbe essere organizzato in ciascun segmento, e mantenersi in contatto coi servizi dei governi Federale e Statale. Il sentiero diverrebbe così una linea di lotta contro gli incendi.

2 – Campi rifugio

Si tratta delle abituali strutture parallele dei sentieri che sono state realizzate nelle White e Green Mountains. Sono gli attrezzi d’uso del sentiero. Dovrebbero essere collocati a distanze opportune, tali da consentire un comodo trasferimento di una giornata dall’uno all’altro. Dovrebbero essere sempre attrezzati per dormire e alcuni per servire pasti, come nel caso degli chalets svizzeri. È richiesta una rigida regolamentazione per essere sicuri che queste attrezzature siano usate, e non abusate. Per quanto possibile l’apertura e costruzione del sentiero e dei campi rifugio dovrebbe essere fatta da lavoratori volontari. Per il volontario «lavoro» è davvero «gioco». Lo spirito di cooperazione, come è comune in queste imprese, dovrebbe essere continuamente stimolato. Tutta l’opera dovrebbe essere condotta senza profitti. Il sentiero deve essere ben vigilato: contro il ladro e contro il profittatore.

Gruppi di Comunità

Sorgeranno naturalmente da rifugi e locande. Ciascuno consisterà in un piccolo gruppo sul o vicino al sentiero (magari sulla riva di un lago) dove è possibile vivere in abitazioni separate. Una comunità del genere può occupare un certo spazio, cinquanta ettari o magari di più. Questo dovrebbe essere comperato e mantenuto come parte del progetto. Di esso non si dovrebbero vendere singoli appezzamenti. Ciascun campo sarebbe una comunità proprietaria del proprio spazio, e non un’impresa immobiliare. L’uso delle abitazioni private, come altre fasi del progetto, dovrebbe avvenire senza profitti.

Questi campi comunitari dovrebbero essere accuratamente progettati in anticipo. Non si dovrebbe consentire che divengano troppo popolosi, il che sarebbe contrario allo stesso principio per cui sono stati creati. Più persone dovrebbero essere sistemate in più gruppi, non in gruppi più grandi. C’è spazio, senza affollarsi, nella regione degli Appalachi, per una popolazione parecchio numerosa alloggiata in questi campi. La loro localizzazione dovrebbe formare un elemento portante della pianificazione e struttura regionale.

Queste comunità sarebbero usate per vari tipi di attività non-industriali. Potrebbero eventualmente organizzarsi per scopi particolari: tempo libero, cura, e per l’istruzione. Si potrebbero istituire scuole estive o campi didattici stagionali, e organizzare corsi scientifici viaggianti e sistemati nelle varie comunità lungo il percorso. L’accampamento comunitario dovrebbe diventare qualcosa più di un «campo da gioco»: dovrebbe stimolare qualunque filone di impegno non-industriale all’aperto.

Campi per l’alimentazione e l’agricoltura

Questi non si potrebbero organizzare da subito. Verrebbero più tardi, come sviluppo successivo. Il campo agricolo è il naturale sviluppo di quello comunitario. Qui con lo stesso spirito di cooperazione e azione concertata, i cibi e prodotti consumati nella vita all’aria aperta saranno seminati e raccolti.
I campi per l’alimentazione e l’agricoltura possono essere fondati come comunità speciali nelle valli adiacenti. Oppure combinati coi campi comunitari, aggiungendo terre agricole circostanti, Il loro sviluppo potrebbe fornire un’opportunità concreta di sperimentare praticamente una questione fondamentale nel problema di vivere. Sarebbe il modo di provare il «ritorno alla terra». Sarebbe una possibilità per chi è ansioso di sistemarsi in campagna: aprirebbe una possibile fonte di impiego nuovo, e di cui si avverte il bisogno. Comunità di questo tipo sono ben rappresentate dalla Hudson Guild Farm in New Jersey.

Legna da ardere, legname vario e da costruzione sono altri bisogni di base per campi e comunità lungo il sentiero. Anche essi possono essere coltivati nei boschi come parte dell’attività di campo, anziché acquistati al mercato del legname. Il nucleo di una attività del genere è già stato attivato a Camp Tamiment, in Pennsylvania, su un lago non lontano dal percorso proposto per l’Appalachian Trail. Il campo è stato stabilito da un gruppo di lavoro di New York City. Hanno realizzato una segheria su un appezzamento di 800 ettari e hanno costruito i capanni della comunità col proprio legname.

I campi agricoli possono essere affiancati da campi legname tramite acquisizione (o affitto) di terreni boscosi. Dovrebbero naturalmente essere gestiti con criteri di forestazione così da avere una certa quantità costante di legname in crescita. La questione potrebbe essere sviluppata attraverso un contratto di vendita legname a lungo termine col Governo Federale riguardo a qualcuna delle Foreste Nazionali degli Appalachi. Anche questa sarebbe un’opportunità di occupazione stabile, solida, salubre all’aria aperta.

Elementi di un fascino straordinario

I risultati che si possono ottenere nella vita da campo e di esplorazione, sono patrimonio comune di quanti ci sono cresciuti. La comunità di campo è santuario e rifugio dalla competizione quotidiana della vita produttiva. Essenzialmente, è un ritrarsi dalla logica del profitto. La cooperazione sostituisce l’antagonismo, la fiducia il sospetto, l’emulazione la competizione. Un sentiero sugli Appalachi, con i suoi campi, le comunità, le sue sfere di influenza lungo la linea del crinale, dovrebbe con una ragionevolmente buona gestione riuscire in questi obiettivi. Che hanno al proprio interno gli elementi di un profondo, drammatico fascino.
Il fascino della vita da scout può essere il più formidabile nemico del fascino del militarismo (una cosa da cui questa nazione è minacciata tanto quanto le altre). Si avvicina moltissimo, tra le altre cose sinora ipotizzate, ad offrire quanto il professor James una volta definì un «equivalente morale della guerra». Fa appello agli istinti primordiali di eroismo combattente, di servizio volontario e lavoro per una causa comune.

Istinti che sono forze racchiuse in ogni essere umano, e che chiedono uno sbocco. Questo è oggetto di giuramento per il ragazzo o la ragazza del movimento scout, ma non dovrebbe limitarsi ai giovani.
La costruzione e tutela di un sentiero sugli Appalachi, con le varie comunità, interessi e possibilità, potrà essere almeno uno di questi sbocchi. C’è un lavoro per 40.000 anime. Il sentiero potrebbe essere realizzato, letteralmente, come linea di battaglia contro il fuoco e le inondazioni, e anche contro le malattie. A battaglie come queste, contro i nemici comuni dell’uomo, manca sempre – e vero – la «botta» che evoca l’uomo contro l’uomo. C’è solo un motivo: la pubblicità. Il militarismo è stato reso colorato, in un mondo di grigiore. Ma la cura della campagna, che instilla la vita da scout, è un elemento vitale in qualunque protezione della «casa e patria». Ciò che già esiste, può essere reso spettacolare. Qui c’è qualcosa che vale la pena di mettere in scena.

da: Journal of the American Institute of Architects, ottobre 1921 – Titolo originale: An Appalachian Trail: a Project in Regional Planning, traduzione di Fabrizio Bottini. Forse chi sinora non conosceva questo storico progetto di sviluppo montano sostenibile, elaborato nel quadro della RPAA e poi tradotto via via in pratica nei decenni, rivedrà con occhio diverso quel singolare duello tra città e campagna che ci propose a suo tempo Un Tranquillo Week-end di Paura ambientato proprio sugli Appalachi 

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