Un realistico progetto per il suolo urbano «liberato» del futuro

Schizzo dal rapporto Uber 2016

C’è in corso un oggettivo svuotamento di senso che forse non è stato davvero colto nelle sue potenzialità, mentre chi dalla medesima trasformazione rischia se ne è accorto eccome. E la cui migliore metafora viene perfettamente riassunta da ciò che molto impropriamente si chiama sharing economy: ovvero lo sfruttamento infinitamente più efficiente e adeguato di spazi, veicoli, servizi, e ogni altro genere di cosa, evitando che se ne stia lì a far nulla. Perché qui sta il punto forse non pienamente colto neppure da chi (giustamente) critica questo genere di «condivisione di mercato» ben diversa da qualunque criterio comunitario o volontaristico: si aumenta il valore d’uso riciclando di continuo qualcosa, anziché lasciarla lì immobile a fare da puro contenitore simbolico del proprio valore di scambio. Valore di scambio che al limite può anche però aumentare, tante volte quanto cresce l’uso in teoria. Logica che sta alla base, ad esempio, di alcuni immaginati futuri dell’auto automatica e senza pilota condivisa a basso impatto ambientale: un veicolo di per sé molto più costoso di quelli attualmente in circolazione, ma che diventa economicamente accessibile condividendo l’uso fra molti «proprietari temporanei». Ma c’è anche qualcosa d’altro, in questi sviluppi della sharing economy, poco compreso per quanto abbastanza ovvio: cosa ce ne facciamo dello spazio-zavorra liberato? Qui sta lo svuotamento di senso di cui si parlava all’inizio.

La nostalgia della congestione

Un recentissimo studio sulla scarsità di risorse planetarie (con pochi anni di autonomia) per la realizzazione di batterie delle auto elettriche, solo per fare un esempio, sottolinea ancor di più la necessità di concentrare moltissimo gli investimenti per unità di prodotto, spalmandone forzatamente l’uso su moltissimi utenti/proprietari temporanei, e liberando spazio. La stessa cosa può valere, facendo un altro esempio, per gli spazi costruiti della residenza, delle attività economiche, dei servizi, gli spazi casa-lavoro, o addirittura soluzioni high tech come l’agricoltura a superfici sovrapposte in verticale anziché distese sul terreno. In base a considerazioni e calcoli (ovviamente discutibili, ma è il presupposto che qui ci interessa) un gruppo di costruttori pensava di risolvere così il «problema della casa»: si liberano i parcheggi perché le auto senza pilota sono il 10% di quelle in circolazione prima, e non sostano mai, perché non costruirci sopra? La proprietà pubblica delle aree le rende ideali per convenzioni di case economiche e popolari, proprio quelle di cui si avverte la massima esigenza sociale. Un’opinione come un’altra, e con qualche ineccepibile fondamento, ma anche tante controindicazioni, non solo economiche: che ne sarebbe delle potenzialità ambientali, o agricole, o di verde, o addirittura di totale rivoluzione nella concezione di spazio nel dilagare della sharing economy? Ora però al terrore del vuoto urbano da concentrazione e condivisone dei valori, si aggiunge un nuovo elemento, l’evaporazione quasi totale della mobilità veicolare meccanica.

La scomparsa della strada

Suscitò in realtà pochissimo interesse e discussione pubblica, quel rapporto di UBER uscito tempo fa, in cui la nota compagnia delineava in termini davvero «fantascientifici» la nascita dal nulla di un intero sistema di aerotaxi, che nella logica dei piloti automatici, della riorganizzazione degli scali, dell’elettrificazione dei propulsori, del coordinamento intermodale, ipotizzava davvero scenari incredibili. Pure ipotesi futuriste da cartolina, si disse, liquidando quello studio come operazione di immagine, magari legata a nuove alleanze o riorganizzazioni finanziarie. Ma adesso abbastanza in sordina si sommano nuovi indizi, per esempio quelli già noti delle sperimentazioni su droni e apparecchiature di terra per le consegne di Amazon, e buon ultimo in ordine di tempo l’annuncio della Bell Elicotteri: stiamo lavorando concretamente per la progettazione esecutiva e sperimentazione di veicoli ibridi o totalmente elettrici da destinare in tempi brevi al trasporto urbano, e si tratterà di prodotti abbastanza economici, «di massa», di piccole dimensioni. Ovvero, esattamente ciò che delineava quello studio fantascientifico di UBER, dicendo che bastava n fondo sommare conoscenze già esistenti per arrivarci da soli. E allora riproviamo a sommare gli indizi: aumenta vertiginosamente l’efficacia/efficienza degli spazi stradali e di sosta con un calo verticale della quantità di veicoli circolanti a causa dell’uso condiviso; una ulteriore quota del trasporto meccanico di persone decolla verso il cielo, riorganizzando nel frattempo le funzioni dei tetti degli edifici, sempre più simili a una normalissima superficie a livello, usati come stazioni di interscambio. Dovremo davvero subire l’iniziativa di quei palazzinari che vorrebbero semplicemente costruire tutto quel «vuoto di senso», mettendoci metri cubi dalla funzione in realtà ancora tutta da capire? Oppure è il momento di ripensare seriamente tutti i criteri e gli standard urbani esistenti, e farlo anche piuttosto alla svelta? Non paiono domande da specialisti, né campate in aria.

Riferimenti: Mark Huber, Bell Aims for Urban Air Taxi by 2025, Aviation International News, 16 marzo 2018

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