La città sostenibile non è la città verde degli immobiliaristi

Foto J. B. Hunter

Tempo fa, e ancora oggi, si discuteva sulle forme nuove assunte dal concetto di verde urbano, tecnologico, integrato, o high tech. Ne risultava un panorama a volte stimolante per le possibilità indotte da diverse e più avanzate forme di progettazione, ma in fondo piuttosto inquietante nei portati pratici, visto che gli esempi che si indicavano come pilota, dai boschi verticali, alle paradigmatiche ubique high line, ad altre forme ancora più inusuali, avevano in comune il segno della privatizzazione di fatto, o addirittura di diritto come paventato nel progetto di «ponte-parco» sul Tamigi. Ma c’è l’altro aspetto, complementare a questo anche se forse meno evidente, e che riguarda l’associazione diretta quasi lineare tra verde in senso lato e gentrification. Perché se appare ovvio come certo verde privatizzato faccia parte integrante di processi di trasformazione nel segno della sostituzione sociale (o comunque di insediamento di gruppi di élite), meno evidente sembra il processo secondo cui anche certi investimenti del tutto correnti qualificati però dall’aggettivo «green», dai parchi alle bonifiche ambientali alle scelte spaziali e di trasporto, di fatto finiscano per configurare in un modo o nell’altro spazi esclusivi, e per giunta con un bilancio sia sociale che ambientale complessivo tutt’altro che verde, a causa dell’espulsione e dello squilibrio nell’investimento di risorse scarse.

Verde quanto basta

Una situazione di fatto pianificata anche in termini di consenso sociale quando ci propongono quelle infinite declinazioni di gentrification «buona» o addirittura pianificata e promossa dall’ente pubblico utilizzando anche risorse pubbliche. Nel caso specifico costruendo una equazione secondo cui per innescare la riqualificazione a cerchi concentrici bisogna comunque partire da un nucleo forte e consolidato, e questo nucleo è l’insediamento di ceti e attività ricchi, ma la precondizione è un investimento urbano «verde» di base. Secondo il ragionamento corrente, poi, anche gli investimenti privati pretendono una loro resa, in termini di valorizzazione … che guarda caso finisce per essere l’unico processo a cerchi concentrici funzionante, espulsione di ceti economicamente deboli inclusa. È tanto automatico ormai questo processo, da aver reso il termine green qualificante, una specie di presupposto della sostituzione sociale, gerarchicamente sopra altri automatici sintomi come la riorganizzazione merceologica, o la comparsa di modalità di trasporto condivise, o l’affermarsi di alcuni apparentemente superficiali stili di vita. Non a caso le ricerche non schierate col mondo immobiliare e finanziario, quasi sempre di tipo sociologico anziché architettonico-urbanistico, hanno finito per elaborare un semplificato slogan che suona «just green enough», ovvero solo verde quanto basta, non un grammo di troppo, se vogliamo riqualificare senza gentrificare, magari inconsapevolmente.

Less is More

Qualche tempo fa due scientificamente pervertiti analisti di un centro studi bancario classificavano la gentrification (preventivamente giudicata positiva, ovvio) come pura trasposizione sul territorio dei redditi medi, ovvero senza alcun riferimento né agli aspetti concreti fisico-immobiliari, né alle attività, e neppure alle dinamiche sociali. In teoria avrebbero anche potuto monitorare quartieri dove gli abitanti avevano in massa vinto la lotteria e/o trovato ottimi posti di lavoro chissà dove, ma senza cambiar casa, senza investire in zona, insomma senza alcun effetto salvo sui conti correnti. Ma qualcosa di positivo ci insegna, questa prospettiva puramente finanziaria, sulla gentrification e i suoi antidoti: si tratta di un processo sociale manovrato con strumenti urbanistico-immobiliari, ed è possibile, una volta individuate le variabili dell’equazione, anche ribaltarne i termini per così dire «a sinistra». Per esempio isolando pur senza necessariamente escluderlo il fattore sostituzione sociale-edilizia, e anche quello scivoloso aggettivo green, che quando sta alla base di corposi investimenti pubblici o pubblico-privati si è rivelato un’arma a doppio taglio. Partire dall’idea di «just green enough», solo verde quanto basta per i nostri obiettivi e risorse, significa sottolineare chi sono i nostri referenti: gli abitanti di un luogo, intesi come quelli che già ci stanno ora, coi loro problemi sociali, occupazionali, le attività insediate e integrate. E non scopare sotto il tappeto dei soliti rendering verdeggianti, auto di car sharing e aeroplanini monoplano all’orizzonte, l’espulsione verso le famose e famigerate periferie, salvo poi riscoprire poco più tardi un nuovo problema.

Riferimenti:
Winifred Curran, Trina Hamilton, Sustainable cities need more than parks, cafes and a riverwalk, The Ecologist, 16 marzo 2018
Sui temi specificamente del Verde Urbano citati all’inizio, si veda su questo sito oltre all’omonimo tag a piè di pagina, soprattutto Marilyn B. Fashion,
C’è verde e verde, parco e parco, 16 dicembre 2016

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