Urbanistica a Milano tra le due guerre mondiali: una «bibliografia ragionata»

Giuseppe Gorla, «Milano futura», Conferenza tenuta all’Università Popolare il 26 febbraio, Milano. Rivista mensile del Comune, 31 marzo 1929

«Milano risorge per volontà dei propri abitatori e per fatalità, perché essa sorge in un luogo per cui fatalmente deve essere grande. … Milano quale è oggi voi la conoscete: è la città più popolosa d’Italia coi suoi 946.861 abitanti al 31 dicembre scorso. È la città più ricca, pagando da sola circa un sesto delle tasse del Regno. Sede di centinaia di istituti bancari, la sua Borsa ha un movimento di liquidazioni di 37 miliardi di lire in un anno, mentre attraverso una “stanza di compensazione” si compiono nello stesso tempo operazioni per 354 miliardi di lire. È la città più industriale con diecine di migliaia di esercizi, ed è quella dove fervono più intensi gli scambi, superando le aziende commerciali il numero di 50 mila. È la città più generosa per il numero, la potenzialità e la varietà delle istituzioni benefiche e di assistenza. È la più fornita di istituti di istruzione e la meglio dotata di tutti i prodotti della civiltà moderna, quel complesso di agi che gli stranieri chiamano comfort. … Altri la dice brutta: a noi, suoi figli, è immensamente cara» (p. 129). «Potevano forse supporre, coloro che hanno creato il Corso Vittorio Emanuele, la via Manzoni, la via Torino, che esse avrebbero un giorno dovuto servire ad una città che conta trentamila automobili, 1500 vetture tranviarie, senza contare le persone e i mezzi a trazione animale? Poiché mentre tutto è aumentato e moltiplicato, persone, mezzi di trasporto, traffico, le strade e la loro ampiezza soltanto, come cose statiche, sono rimaste immutate. Ed ecco che un bel giorno ci si è accorti che non bastavano più, che erano congestionate, che non adempivano più al loro ufficio» (p. 130). «Constatato che l’abito è troppo stretto per il corpo che deve contenere, il rimedio è chiaro e unico: si deve allargarlo. Ed ecco la necessità di preparare il Piano Regolatore, cioè quel complesso di provvidenze per cui, informandosi ai pubblici bisogni e prevedendo per quanto è possibile quelli futuri, si stabiliscono norme che disciplinano il continuo rinnovamento della città, qui aprendo una nuova arteria al posto dove sorgevano edifici, là creando nuove piazze, altrove imponendo, nella ricostruzione dei caseggiati, opportuni arretramenti di fronti per allargare le vie prospicienti e lasciare maggior spazio alla circolazione» (p. 131). «I criteri che hanno presieduto alla compilazione del nuovo Piano Regolatore generale, da cui dovrà uscire la Milano futura, sono essenzialmente i seguenti: correggere la struttura monocentrica della città, creando nuove arterie trasversali, quasi a formare diversi anelli concentrici, allo scopo di convogliarvi il traffico di transito proveniente da una qualsiasi estremità della città e diretto alla parte opposta, e col fine di alleggerire il movimento nel centro che oggi è punto di obbligato passaggio. Aprire di preferenza nuove vie invece di allargarne delle esistenti. … Congiungere agevolmente, con opportuna rete di strade, tutti i quartieri della città alla nuova stazione» (p. 132). «Commisurare e distribuire gli spazi destinati ai parchi, ai giardini e alla fabbricazione rada a ville … Indicare le zone destinate alle industrie, quelle per i quartieri popolari e per i vari servizi. … Il Piano è concepito con larghezza sufficiente di vedute ma non eccessiva quando si pensi alle condizioni in cui oggi si svolge la viabilità nel centro e al fatto che in un solo anno, l’ultimo, le automobili nel Comune sono aumentate di 5000 unità. Il sacrificio finanziario, pur essendo notevole, sarà perfettamente sopportabile dalla nostra città se il rinnovamento verrà eseguito gradualmente e con oculatezza. Fatalmente si urteranno molti e legittimi interessi privati, purtroppo è questa una fatalità ineluttabile» (p. 133). «Si domanderà: ma voi volete dunque distruggere Milano? No, rispondo, si vuole ricostruirla» (p. 134). «La metropolitana è ormai necessaria, perché … è la indispensabile integrazione del piano regolatore. Dovendo vuotare il centro dalle abitazioni per trasformarlo in uffici, occorreranno mezzi adeguati per portare dalle case agli studi i lavoratori. La metropolitana è matura, perché dovrà servire oltre a tutto per disurbanare la città, o almeno a frenale l’immigrazione dal contado, permettendo a coloro che vi vengono a lavorare ogni mattina, di poter percorrere in pochi minuti grandi distanze» (p. 135).

Giorgio Ciucci, Il dibattito sull’architettura e la città fasciste, in Storia dell’arte italiana, Parte seconda, dal Medioevo al Novecento, Volume terzo, il Novecento, Einaudi, Torino 1982

«La successione di regolamenti edilizi e piani che caratterizzò Milano nei primi decenni del Novecento tendeva, da un lato, a definire il limite esterno della città, dall’altro, a riorganizzare il centro, sulla spinta della pressione esercitata dalle attività terziarie in piena espansione. Ciò significò, già dall’inizio, la ricerca di unità fra centro e periferia: unità non solo amministrativa … ma anche di struttura urbana; l’espansione della città, sia quella organizzata che quella fuori da ogni controllo, avvenne partendo da Piazza del Duomo, che era e doveva rimanere il perno di una città radiocentrica. Tale ipotesi fu l’idea guida del progetto dichiarato vincitore nel concorso per idee per un nuovo piano regolatore del 1926-27, promosso da Cesare Albertini, capo dell’Ufficio tecnico del comune e personaggio presente nel dibattito urbanistico europeo» (p. 301). «In Portaluppi, l’invenzione di soluzioni originali e l’elaborazione di idee ardite non era … disgiunta dalla considerazione delle reali condizioni esistenti … Nel caso di Milano egli si avvaleva di una conoscenza approfondita e attenta della città e dei suoi monumenti e, insieme, di una disponibilità a distruggerne alcune parti per rimodernarne il volto: “ciò per amor”, come aveva suggerito attraverso il motto del piano presentato al concorso del 1926-27, forse questa volta senza ironia anche se quel motto, Portaluppi disegnatore satirico non sapeva rinunciare al gioco, era l’anagramma de nomi di battesimo dei due progettisti. Tutto ciò rispondeva perfettamente alle necessità di Albertini, che aveva bisogno di idee … e di realismo ma soprattutto di disinvolta disponibilità da parte dei progettisti, per avere le mani libere per operare» (p. 302). «Il Club degli Urbanisti coltivava il sogno di una Milano alto-borghese e illuminista. Il “classicismo” di un Muzio, di un De Finetti, di un Cabiati, era l’opposto della brillantezza e dell’eclettismo di un Portaluppi, ma anche l’opposto di ciò che serviva a un Albertini per la gestione della città: egli voleva una griglia indifferenziata, Muzio parlava di forma urbana; Albertini parlava di urbanistica, De Finetti mostrava di credere ancora all’arte di costruire le città; Albertini cercava idee da poter utilizzare o meno, Cabiati offriva immagini precise, modellate sui “nobili e severi” esempi del passato» (pp. 303-304).

Guido Zucconi, La città contesa. Dagli ingegneri sanitari agli urbanisti (1885-1942), Jaca Book, Milano 1989

«Il caso più clamoroso di contrasto, quello ove emergono con più chiarezza le frustrazioni degli aspiranti dittatori di città, è costituito dagli esiti del concorso per il piano regolatore di Milano. Dopo la discussa decisione della giuria, nel 1927, la redazione esecutiva del piano viene demandata all’Ufficio urbanistico del Comune, diretto non già da un architetto-urbanista, come auspica Piccinato, ma dal più coriaceo avversario delle loro tendenze espansionistiche: Cesare Albertini. … L’accusa di “incompetenza tecnica” mossa agli apparati burocratici troverà, d’ora in poi, il suo bersaglio preferito nella persona di Cesare Albertini. Se c’è una personalità che negli anni trenta, e nei decenni successivi, gode di scarsissime fortune critiche, questi è proprio l’ingegnere-capo del comune di Milano: a testimonianza del disprezzo che circonda ancora oggi la sua opera, basti il giudizio di chi recentemente ha visto in lui “l’incompetenza surrogata da assunti ideologici reazionari e l’incoerenza empirica di un notaio del potere” [Giancarlo Consonni, Graziella Tonon, «Giuseppe Pagano e la cultura delle città durante il fascismo», Studi Storici n. 4, 1977]. Incompetente Albertini non era di certo: anzi, ciò che moltiplica i furori degli urbanisti è il fatto di avere di fronte una testimonianza vivente dell’infondatezza dell’accusa. La sua opera teorica lo colloca tra le figure di maggior spicco del panorama italiano» (pp. 166-167).

Paolo Sica, Storia dell’urbanistica. III. Il Novecento, Laterza, Bari 1978

«Il progetto vincitore … interpreta da vicino le istanze del capitalismo immobiliare milanese cui i due autori sono legati, ed è anche lo schema che negli anni successivi influenzerà la redazione del piano regolatore ufficiale del 1930-34. L’idea di fondo del piano è quella di poter “adeguare” indefinitamente la struttura antica, in tutte le sue parti, “alle esigenze della vita moderna”, accentuando le funzioni di Milano “città d’affari” attraverso una grande quantità d’interventi sul centro, con altissime densità edilizie (fino a 265.000 metri cubi per ettaro…) [“Il centro andrà ingrandendosi a poco a poco, ma più come agglomerazione di città d’affari che non di abitazioni, e la tendenza da favorire anzi, dovrebbe essere appunto questa … Il resto della città, fino alla cerchia dei Bastioni, diverrà una grande raccolta di fabbricati ad uso uffici, con grandi negozi e denso traffico, per il quale ben pochi elementi regolatovi saranno necessari”, Piero Portaluppi, Marco Semenza, Milano com’è ora e come sarà, Bestetti e Tuminelli, Milano-Roma 1927]. Il nuovo piano regolatore di Milano viene elaborato dall’ingegner Albertini, capo dell’ufficio tecnico del comune e pubblicato in due tempi per parti separate. Nel 1930 vede la luce il piano regolatore della zona interna … Nel ’31 si pubblica il piano di ampliamento … Nell’insieme, i due piani del ’30 e del ’31, che saranno approvati contestualmente dal ministero, rivelano … un atteggiamento forse insuperato di soggezione allo stato di fatto e alle forze economiche dominanti, e di sfiducia nell’azione pubblica … Non fa meraviglia quindi che … si sia considerata una contraddizione irrilevante la prassi di una compilazione di stralci di piano per zone speciali, avviata prima della definizione dello strumento generale, e proseguita anche dopo l’adozione in sede comunale … vengono approvati successivamente dopo il 1930 i piani per le aree sud, est e nord-est della piazza del Duomo, per la zona del palazzo di Giustizia, per il quartiere degli affari» (pp. 430-431).

Ferdinando Reggiori, Milano 1800-1943. Itinerario urbanistico-edilizio, Edizioni del Milione, Milano 1947

«il Piano Regolatore di Milano era divenuto monopolio gelosissimamente custodito in Palazzo Marino, ove l’Ufficio Urbanistico andava covandolo e cocendolo a fuoco lento, avendo, finalmente, trovato “the right man in the right place”» (p. 58). «proseguivano le demolizioni per l’apertura del corso che sarà detto del Littorio, ora corso Matteotti e, fin dal gennaio del ’28, era in atto la rimozione del carosello tranviario di Piazza del Duomo, con conseguente costruzione del “sagrato” … nel dicembre dello stesso anno la Podesteria De Capitani pubblicava ufficialmente un primo stralcio del Piano Regolatore: precisamente, la zona sud, est e nord-est di Piazza del Duomo, nel cui tracciato apparivano ricucite le sparse membra fino ad allora rese note a mezzo della stampa cittadina, e pezzi e bocconi. A giustificazione della pubblicazione limitata ad un solo settore cittadino, l’Ufficio Urbanistico municipale annunciava che il Piano entro la cerchia dei Bastioni sarebbe stato pubblicato entro il gennaio del successivo 1929 (pubblicato invece nell’aprile 1930); mentre il Piano oltre i Bastioni e comprendente i Comuni di recente aggregati, sarebbe stato reso noto entro l’aprile 1929 (fu, invece, reso pubblico tre anni dopo!). Nella relazione … era scritto che occorreva “distinguere i provvedimenti che intendono soddisfare i bisogni immediati di vita della città e quelli che mirano ad assicurare l’espansione ordinata ed organica”» (p. 62). «il 6 febbraio [1934] … la Podesteria diramava il seguente comunicato ufficiale: “Prossimamente verrà pubblicato il testo di legge che approva il Piano regolatore della nostra città, e il Comune darà tutta la sua azione e collaborazione coi proprietari privati perché esso abbia … sollecita attuazione. È intendimento dell’Amministrazione comunale di favorire le ricostruzioni, segnatamente nella zona centrale … con l’agevolare, anche con rateazione, il pagamento nella vendita di aree di proprietà comunale, in modo da rendere il meno onerosa possibile l’esecuzione delle ricostruzioni stesse … Le zone centrali cittadine a cui segnatamente si riferiscono dette agevolazioni sono le seguenti:

  1. zona fra via Cappellari, Piazza Duomo, va Rastrelli, via Paolo da Cannobio, corso Roma, piazza Missori, via San Giovanni in Conca, piazzale Diaz e nuova via fra il piazzale Diaz e la via Carlo Alberto in angolo con via Cappellari;
  2. allargamento della via Falcone con risvolto verso va Carlo Alberto da una parte e via Unione dell’altra;
  3. completamento dell’isolato compreso fra le vie Palazzo Reale, Ore, San Clemente e Larga (già eseguito per la parte in angolo via Larga e via Palazzo Reale);
  4. completamento dell’isolato compreso fra la via Cavallotti, il Largo Augusto, la via Verziere e la via San Zeno per la parte in allargamento di via San Zeno con risvolto verso via Verziere da una parte e via Cavallotti dall’altra;
  5. completamento della testata via Durini, largo Augusto, via Cerva;
  6. allargamento di via San Pietro all’Orto e completamento dell’isolato compreso fra la via stessa, il corso del Littorio, Piazza Crispi, via San Paolo e corso Vittorio Emanuele;
  7. zona compresa fra via San Paolo, piazza Crispi, via Catena, piazza San Fedele, via Agnello, corso Vittorio Emanuele;
  8. completamento della testata in corso Vittorio Emanuele angolo via Monte Napoleone;
  9. completamento dello sbocco del corso del Littorio in angolo via Bagutta-Corso Venezia;
  10. zona compresa fra le vie Alciato, Beccaria, Verziere, Brolo, piazza Santo Stefano, via San Clemente, piazza Fontana;
  11. zona compresa fra le vie Bocchetto, Santa Maria Fulcorina, delle Orsole, San Vittore al Teatro e Posta”.

Ed allo scopo di affiancare senz’altro l’opera esecutiva, il Podestà nominava, il 7 marzo successivo, due Commissioni, presiedute dal Vicepodestà conte ingegnere Carlo Radice Fossati, di cui la prima sovrintendesse al piano del nucleo centrale (ing. Cesare Albertini, ing. Cesare Chiodi, ing. Giuseppe Gorla, arch. Marcello Piacentini, arch. Piero Portaluppi, dott. Ettore Modigliani, ing. Giuseppe Baselli), e la seconda si occupasse della zona di ampliamento (ing. Cesare Albertini, arch. Diego Brioschi, ing. Cesare Chiodi, ing. Giuseppe Gorla, arch. Piero Portaluppi, ing. Giuseppe Baselli). … mentre nelle due Commissioni erano presenti i vincitori del 1° e del 3° premio del Concorso Nazionale del 1926-27, nessuno del componenti il gruppo vincitore del 2° premio era stato officiato» (p. 80).

Nel novembre del ‘935 la Podesteria Visconti di Modrone cedeva il fardello alla Podesteria Pesenti-Marinotti-Vella. Ed il nuovo Podestà … dichiarava di fare del Piano Regolatore cittadino il perno della pur vasta e complessa opera amministrativa … il programma predisposto per il quadriennio comprendeva le seguenti sistemazioni:

  • completamento di piazza San Babila ed apertura della via tra San Babila e Piazza Beccaria;
  • sistemazione Verziere e sbocco sul corso Porta Vittoria;
  • prolungamento via Andreani e strade attorno al Palazzo di Giustizia;
  • nuova via tra via Adua e Piazza Missori, allargamento via Paolo da Cannobio e nuova via di Piano Regolatore;
  • sistemazione di piazza Fontana e completamento strada tra il Verziere e via Adua;
  • nuova via da via Principe Amedeo a via Croce Rossa;
  • nuova via tra piazza Crispi e via Berchet;
  • trasversale da piazza della Scala al Largo Cairoli nella direzione di via Filodrammatici;
  • allargamento via San Pietro all’Orto e suo prolungamento;
  • nuova via da Piazza San Marco a via Mercato;
  • allargamento vie Marcia su Roma e San Marco;
  • piazzale Duca d’Aosta» (p. 84).

«il difetto non stava in questa o quella soluzione particolare, ma proprio “nel manico” … A questo proposito un’intervista che il Corriere della Sera del 14 dicembre 1937 teneva con l’architetto Gianni Rocco … non poteva meglio riassumere il pensiero di tutti gli oppositori, lontani e vicini … “la risoluzione dell’attuale disagio urbanistico, di quello che il collega Gio Ponti definiva nel vostro giornale giorni or sono “incapacità di realizzare”, penso che risieda soprattutto in un errore di impostazione e ripeto che non ne vedo il rimedio se non con l’affidare a un tecnico capace la direzione del piano regolatore. Occorre un capo al quale subordinare i buoni e gli ottimi elementi che non mancano negli uffici, dandogli i poteri e la continuità necessaria per condurre a termine la grande opera in modo degno. Un provvedimento del genere non significa mutare radicalmente il piano e non tener conto di quanto è stato attuato, delle situazioni di fatto già intervenute fra Comune e proprietari di aree interessate, ma significa sostituire l’ordine alla confusione, sostituire un indirizzo unitario al frazionamento e significa inoltre la possibilità di impostare, perché siano sempre tenuti presente in avvenire, alcuni postulati che rispondono alla aspirazione generale dei cittadini”» (p. 92).

Dario Franchi, Interventi edilizi e piani regolatori a Milano 1923-1934, in Dario Franchi, Rosa Chiumeo, Urbanistica a Milano in regime fascista, La Nuova Italia, Firenze 1972

«la forza motrice dell’intervento comunale era determinata dal fattore preminente dell’interesse delle società immobiliari che vedevano nelle zone degradate centrali la possibilità di enormi guadagni, attraverso la demolizione di vasti quartieri e la ricostruzione, sul terreno rimasto libero, di nuovi lussuosi edifici secondo i dettami del maggior sfruttamento dello spazio. Banche e società industriali vedevano la possibilità di ottenere nuove sedi e uffici direzionali in ambite zone centrali ad un prezzo relativamente basso, in quanto il terreno ceduto proveniva direttamente dall’esproprio del Comune ai proprietari originali. Le autorità locali, fedeli esecutrici della politica del regime, attraverso l’eliminazione dei quartieri declassati dal centro della città, ottenevano il duplice scopo di espellere da tali zone la scomoda verità della miseria degli abitanti … e permettere la creazione di lussuosi e decorosi edifici» (p. 29). «Attorno al programma annunciato dal Comune si polarizzarono numerose iniziative private, cosicché, ancor prima delle laboriose procedure per l’approvazione legale del piano, “si resero possibili accordi amichevoli per l’esecuzione del piano stesso, in modo che, a piano approvato, si potesse passare senz’altro all’esecuzione (su detto piano, secondo le dichiarazioni del podestà, nel settembre del 1930, erano state concluse convenzioni con privati e società per 260 milioni); il fatto che venissero avanzate al Comune parecchie proposte di convenzione veniva ostentato dall’Ufficio Urbanistico come prova della praticità e aderenza alla realtà del piano stesso … premessa l’impossibilità di decentrare, veniva progettata tutta una serie di nuove strade che volevano risolvere il problema del traffico, sventrando il tessuto connettivo urbano. Si equivocava sulla parola decentramento e, evitando di parlare dell’unico vero decentramento, quello dei servizi, si accentrava la questione sul problema del traffico: la parola d’ordine divenne decentrare il traffico. Ora poiché è chiaro che il traffico è provocato dai servizi, dagli uffici, dalle sedi direzionali nonché da un maggior numero di abitazioni ecc., insomma dall’insieme di funzioni che tradizionalmente costituiscono un centro, coll’accentrare anziché col decentrare le funzioni suddette, si impostava a priori in modo errato il problema. Il decentramento anziché problema urbanistico, con tutte le implicazioni sociali che comporta, fu ridotto a una questione viabilistica: ciò a cui si mirava era la comunicazione ad ogni costo tra i diversi quartieri della città, passando attraverso il centro … ma evitando piazza del Duomo» (pp. 30-31).

«Malgrado le autorità locali avessero auspicato una rapida approvazione legale del piano per la zona a sud, est e nord est del Duomo, lungo e laborioso fu l’iter legislativo del piano stesso. Ancor prima della sua approvazione da parte del podestà, la Sovrintendenza alle belle arti manifestò la propria opposizione; alle rimostranze dell’ente rispondeva l’Albertini che assicurava di voler “risparmiare dalla demolizione, tutto quanto di monumentale esiste nella zona” anzi manifestava il desiderio di “mettere in miglior luce i monumenti esistenti, costituendo tali criteri norma fondamentale di ogni piano regolatore studiato secondo retti criteri urbanistici”. Senza tener per nulla conto delle osservazioni della Sovrintendenza, il piano fu pubblicato e quindi adottato nel novembre 1928 dal podestà … ma … la procedura fu bloccata dall’intervento del Consiglio superiore delle belle arti; una commissione nominata da quest’ultimo, con a capo Gustavo Giovannoni, manifestò le proprie riserve» (p. 37). «Data l’urgenza il ministero dell’Educazione nazionale … assunse un ruolo mediatore nella questione proponendo … l’approvazione legale di uno stralcio del Piano regoltore della zona Duomo, riguardante la parte compresa tra le via Carlo Alberto, Cappellari, Visconti, San Giovanni Laterano e San Giovanni in Conca, dato che da tempo era stata decisa la formazione della piazza Diaz e non si era assolutamente disposti a tornare sulla questione (RDL 20 novembre 1931). Approvato lo stralcio che comportava il maggior numero di demolizioni fu facile pochi mesi dopo (6 gennaio 1932) nonostante continuasse l’opposizione del Consiglio superiore delle belle arti, giungere all’approvazione del piano per intero» (p. 38).

«”La questione dell’abbattimento e della riutilizzazione del rilevato è assai dibattuta anche presentemente, il che dimostra come non sia prudente scartare definitivamente la soluzione del mantenimento dello stesso. Il fattore sociale (cioè il forte impiego di manodopera nella demolizione del manufatto ferroviario, giustificante, secondo il Prefetto, la demolizione stessa) non deve far dimenticare il fattore economico dell’opera perché, in senso contrario, quello che oggi potrebbe costituire un benessere, finirebbe per determinare in un prossimo domani una situazione assai più disagevole e più gravosa non per una limitata categoria di cittadini, ma per tutta la cittadinanza”. Comunque la sorte della cerchia ferroviaria, alla fine del 1931, era già definitivamente segnata, mentre si avviavano a soluzione (favorevole alle Ferrovie) anche le questioni relative alla demolizione della stessa e al conseguente riordino. Le sempre più frequenti pressioni dell’amministrazione ferroviaria presso il Comune, affinchè quest’ultimo si limitasse “alla formazione di strade strettamente necessarie per le esigenze di viabilità, lasciando libertà di lottizzazione e di sfruttamento dei reliquati ferroviari” approdarono alla fine del 1931 ad una revisione del Piano regolatore generale mirante appunto a ridurre le sedi stradali, ricavate dai terreni resi liberi dai residuati ferroviari, in favore delle aree fabbricabili» (p. 52). «Nel luglio del 1933 un laconico comunicato del podestà al prefetto pone fine alla storia del piano regolatore parziale della zona [Duca d’Aosta-Repubblica n.d.r.] facendolo sfociare nuovamente e, questa volta, definitivamente nel piano generale» (p. 55).

«Quando in Parlamento il Ministro dei Lavori Pubblici, Crollalanza … fu costretto a pronunciarsi in merito alla questione della mancata consultazione, a livello periferico e a livello centrale, degli enti preposti alla sovrintendenza dei monumenti, egli rispose che non era stata ravvisata materia di speciale riguardo per le belle arti nella copertura del Naviglio milanese. Materia di speciale riguardo per le belle arti parvero ben scorgerla invece le autorità comunali che, appena ricevuta l’autorizzazione governativa di iniziare i lavori prima dell’approvazione legale del progetto, si preoccuparono di far coprire per primi i tratti della Fossa Interna segnalati unanimemente come maggiormente degni di nota perché tra i più suggestivi e caratteristici della città. L’Albertini … rideva di coloro che versavano lacrime sulle memorie del passato e affermava che non c’era alcun motivo di rincrescimento per la sparizione del Naviglio» (pp. 58-59).

«Nel 1923 l’assessore per l’edilizia Cesare Chiodi aveva già predisposto che il palazzo di Giustizia dovesse sorgere sull’area resasi disponibile in seguito all’abbattimento del vecchio macello, nelle vicinanze di Porta Magenta … importantissima premessa per attivare questa parte della città, dato che … un importantissimo polo di attrazione della vita cittadina, gli uffici giudiziari, avrebbe creato una quantità notevole di nuovi interessi destinati a valutare decisamente la zona. Ad un simile disegno si opposero risolutamente, e con ogni mezzo, la magistratura milanese e gli avvocati della città» (p. 62). «Mussolini … inaugurò un nuovo slogan: non vogliamo mandare la giustizia al macello … La Podesteria De Capitani … avendo avuto l’area della caserma di artiglieria a cavallo”Principe Eugenio di Savoia” sul corso di Porta Vittoria, decise di stabilire senz’altro che detta area, la quale da sola aveva una consistenza di mq. 40.000, servisse per la costruzione del palazzo di Giustizia. Secondo le dichiarazioni delle autorità milanesi, “la zona si prestava particolarmente, per la centralità, per il decoro e per la possibilità di rapida formazione di un vero e proprio quartiere signorile”» (p. 63). «La costruzione di un edificio così importante e il desiderio che venisse realizzato un quartiere di lussuose e decorose case … determinarono la decisione … di approntare un piano regolatore per la zona. Una delibera podestarile nell’aprile del 1929 affermava essere necessario provvedere con un Piano regolatore … “sia per ottenere migliori condizioni di fabbricazione … sia per predisporre convenientemente la lottizzazione … sia infine per … coordinarsi al piano generale”» (p. 64). Sempre nell’aprile del 1929 veniva bandito un concorso tra gli iscritti al Sindacato Nazionale Fascista degli Architetti per l’erigendo nuovo palazzo .. degli 11 progetti presentati 3 vennero premiati … il Comune … aveva concesso la possibilità di progettare il palazzo … anche a un corpo solo … Un nuovo piano, progettato dall’Ufficio urbanistico municipale e adottato con delibera podestarile il 20 agosto 1930, accoglieva le richieste» (p. 66). «Il 3 ottobre 1931 venne affidato ufficialmente al Piacentini l’incarico di redigere il progetto definitivo del palazzo di Giustizia e di dirigerne i lavori: questi condizionò la propria opera di architetto a delle nuove varianti del piano … il palazzo … doveva venir ad assumere la forma di un trapezio» (p. 67). «Il progetto seguì una procedura rapida per cui il 25 gennaio 1932 venne approvato legalmente. Per l’esercizio del piano era ssegnato al comune il termine di 10 anni» (p. 68).

«nel 1927 … per iniziativa del Consiglio provinciale dell’economia veniva prescelto a sede della nuova Borsa (la vecchia si trovava in piazza Cordusio) un edificio situato in corrispondenza alla stretta via S. Vittore al Teatro, che secondo il piano del 1912 avrebbe dovuto rimanere invariata: non si trattava di una nuova costruzione, ma di un adattamento allo scopo del palazzo già sede dell’Unione Cooperativa» (p. 68). «Il progetto della Borsa nel luogo predetto era avvenuto nella ferma convinzione che il Comune “avrebbe studiato con nuovi criteri il piano della località, così da formare davanti al nuovo edificio (la cui facciata dava sulla via San Vittore al Teatro) una piazza di convenienti dimensioni”. Il Comune, che già aveva convenzionato la sistemazione in modo completamente diverso, venne a trovarsi in una … imbarazzante situazione» (p. 70). «tuttavia, di fronte al notevole interesse cittadino che era in gioco, non credendo opportuno ostacolare le direttive che … provenivano direttamente dal ministero delle Finanze, fece predisporre un nuovo piano regolatore della zona» (p. 71). «L’approvazione legale del piano regolatore, avvenuta il 25 luglio 1932, anche se non metteva fine alla sistemazione della zona, la cui definizione si trascinerà per tutto il decennio successivo, sanciva il perfetto accordo, vanto del regime, tra ente locale e Governo per la realizzazione della stessa politica urbanistica» (p. 76).

«Coerentemente con il metodo che aveva caratterizzato l’opera dell’Ufficio urbanistico milanese in quegli anni, nell’aprile 1930 venne pubblicato il Piano regolatore limitato alla zona interna alla cerchia dei bastioni: risultava priori errata l’impostazione di un progetto le cui direttrici fondamentali non venivano messe in necessario collegamento con le esigenze della zona esterna; come è possibile infatti tracciare nuove strade in ogni direzione nella parte più centrale della città, quando il traffico su di esse, il loro tracciato, la loro stessa ragione d’essere trovano motivo principalmente in rapporto ai traffici che dall’esterno giungono in città? … Era accaduto qui, come nei piani precedenti, che l’iniziativa privata aveva condizionato l’opera dell’Ufficio urbanistico non solo in relazione alla scelta dei luoghi … e ai modi di esecuzione (convenzioni) dei piani stessi, ma anche in relazione ai tempi … alla base del piano è ancora una volta il concetto che si possa modificare indefinitamente il centro cittadino per adattarlo alle esigenze della vita moderna, mentre la distruzione di tanti edifici nella zona della vecchia città non veniva a trovare nessuna contropartita nella previsione di nuovi quartieri in periferia» (pp. 77-78).

Luigi Dodi, «L’urbanistica milanese dal 1860 al 1945», Urbanistica n. 18-19, marzo 1956

«La trasformazione della zona centrale cittadina, progettata in un primo tempo in maniera radicale, ebbe a subire man mano ritocchi e limitazioni, che tuttavia non valsero a mutarne l’impostazione; mentre rimase pressochè inalterata la configurazione dell’ampliamento urbano … Nella zona centrale, una rete di grandi arterie larghe m. 30, tracciate con l’intento di decongestionare la piazza del Duomo e le immediate adiacenze, doveva sventrare vari settori cittadini attivando il rinnovamento edilizio col presupposto economico di un tornaconto tale da finanziare automaticamente il piano. Incroci multipli, slarghi e piazze triangolari o poligonali, allargamenti di vecchie vie secondarie furono subito fortemente criticati. … La città mastodontica, fitta, omogenea, era vista adunque così, senza direttrici fondamentali, senza una norma chiara, senza alcuna di quelle specializzazioni dei suoi elementi e di quei principi di sana organizzazione che l’urbanistica aveva oramai proclamati indispensabili e che lo stesso autore del piano andava ripetendo nei suoi scritti» (p. 36). «Le osservazioni e le critiche mosse da più parti al piano Albertini, specie per bocca di esperti, indussero la civica amministrazione a nominare nel 1935 una commissione consultiva, ad allargarne inseguito la composizione, a costituire poi nel 1938 un’apposita divisione urbanistica dell’ufficio tecnico, la quale, affiancata dall commissione anzidetta, avrebbe dovuto curare l’attuazione del piano e studiarne le varianti. La pubblicazione della legge urbanistica nel 1942 fornì nuovi motivi per una più ragionata revisione del piano, anche agli effetti dell’azzonamento. Gli infausti bombardamenti del 1943 e le vaste distruzioni da essi causate, specialmente nelle zone centrali, diedero altra materia di studio e nuove possibilità per un’ulteriore revisione» (p. 37).

Virgilio Vercelloni, «Milano 1861-1961. Un secolo di occasioni mancate nello sviluppo della città», Casabella-Continuità n. 253, luglio 1961

«1931. Nuova Stazione Centrale di Milano realizzata su un vecchio progetto (risalente al concorso del 1912) dell’architetto Ulisse Stacchini, enfatico e non corrispondente alle necessità di una città moderna. … Nello stesso anno si completa la copertura dei Navigli. A distanza di tempo, è facile riconoscere l’errore di questa iniziativa. La nuova arteria sarà – dal punto di vista urbanistico e viabilistico – un cappio al collo della vecchia Milano. … Ulteriori contributi negativi in questo senso saranno il corso del Littorio … una pugnalata nel cuore di Milano – e l’abbattimento dei bastioni da piazzale Fiume a Porta Nuova. In questa posizione i Bastioni realizzavano un incrocio moderno a due livelli: nella parte alta lo scorrimento veloce della circonvallazione, a piano stradale l’attraversamento dei Bastioni grazie a due fornici verso la Stazione … vengono così distrutti i due unici elementi cittadini che potevano essere utilizzati per fermare ogni attività di sventramento del vecchio centro … 1932. Anche l’attività dell’Accademico Marcello Piacentini si limita a Milano a interventi particolari. Ha inizio in quest’anno, ma si completerà solo nel 1940, la costruzione della più chiassosa opera del regime: il Palazzo di Giustizia. 1934. Approvazione del Piano Regolatore e di Ampliamento … una forzata caricatura – portata alle estreme conseguenze fisiche – del principio praticistico e senza problemi, della “macchia d’olio”. Fortunatamente non tutto il previsto di questo piano verrà realizzato. L’attività dell’ingegnere Albertini, sorretta da potenti appoggi politici, sarà decisiva per la distruzione della vecchia Milano come per la costruzione, agnostica e senza alcun problema, dei nuovi quartieri di sviluppo. A nulla valsero le accorate, ragionevoli e documentate proposte e suggerimenti che architetti e urbanisti offrivano alla Amministrazione comunale in occasione di ogni intervento di un certo rilievo» (p. 33).

Angelo Villa, «L’architettura novecentista e le trasformazioni del centro», Casabella n. 451-452, ottobre-novembre 1979

«Dopo i risultati del concorso 1926-27, l’Albertini procede ad una elaborazione (e relativa pubblicazione) di piani regolatori particolari per zone: l’ordine seguito nella compilazione dei piani stessi, a seconda delle zone, è rivelatore delle direttive urbanistiche e sociali delle autorità municipali. In successione cronologica: piano per la sistemazione della zona e sud, est e nord-est della piazza Duomo (RDL 6 gennaio 1932); piano per la sistemazione della zona adiacente al Palazzo di Giustizia (RDL 25 gennaio 1932); piano per la sistemazione della zona detta “Quartiere degli affari” (RDL 22 luglio 1932); infine PR generale (Legge 19 febbraio 1934) … È facile osservare come l’interesse del Comune sia rivolto al centro, con particolare attenzione per le zone in cui si addensano le abitazioni della popolazione più povera, suscettibili quindi di un forte incremento di rendita edilizia e fondiaria» (p. 34). «concetto ispiratore del regolamento edilizio fu “il desiderio di favorire il maggior sfruttamento delle aree centrali, senza pregiudizio dei criteri igienici”. Le norme avevano dunque la funzione di facilitare la costruzione di edifici ad lata cubatura evitando a procedura di speciali deroghe di volta in volta. Le norme generali procedono: l’altezza degli edifici verso le piazze e le strade di larghezza uguale o superiore a m. 30 poteva raggiungere i 30 metri; erano ammesse sopraelevazioni oltre tale limite, purchè arretrate rispetto al filo di fabbrica e per uno sviluppo non superiore a un terzo di ogni singolo fronte. Proviamo ora a scorrere i luoghi centrali della nuova Milano per un elenco significativo della presenza novecentista nella loro edificazione. Nel 1933 con una convenzione tra il Comune e l’INA, il Portaluppi inizia l’edificazione di Piazza Diaz. Successivamente Piacentini completa il fronte ovest della piazza edificando l’isolato tra via del Giardino e via Carlo Alberto. Sul lato est l’albergo Plaza riprende i caratteri stilistici dell’edificio del Portaluppi. L’ingresso a Piazza Diaz da Piazza del Duomo … è costruito da Muzio, Portaluppi, Griffini e Magistretti, riuniti in gruppo in occasione del concorso del 1934 e del secondo grado del 1938, che vinceranno eseguendo l’edificio. All’inizio del corso del Littorio, su piazza Crispi, sono gli edifici di Magistretti, Portaluppi e Greppi, compiuti entro il 1934; su via Case Rotte l’edificio di Portaluppi (1932) mentre l’intero tratto del corso del Littorio tra San Pietro all’Orto e San Babila è edificato dal Lancia (1936-1939). In Piazza San Babila il fronte nord è costituito dal palazzo del Toro progettato prima dall’Andreani e successivamente progettato e costruito dal Lancia (1939). La torre SNIA all’attacco del corso del Littorio è dell’architetto Rimini (1935) come pure il palazzo d’angolo tra San Babila e corso Venezia (1935-1936). … Nel Quartiere degli Affari, Mezzanotte edifica il palazzo della nuova Borsa (1931), con la monumentale facciata adorna di timpano, nicchie e statue. Sulla base delle sistemazioni del piano Albertini, Lancia edifica il palazzo di fronte alla Borsa (1939) costituito da un vasto portico a pilastri verso la piazza, sopra il quale due avancorpi racchiudono un terrazzo con statue ai lati. Il Quartiere è concluso dal Banco di Roma dello Scoccimarro (1939). In zona Vittoria … oltre l’edificio di Piacentini per il nuovo Tribunale, viene edificato il Palazzo dei Sindacati di Bordoni, Carminati e Caneva (1933). Tra piazza Fiume (oggi Repubblica), via Principe Umberto (oggi Turati) e piazza Cavour sono gli edifici di Ponti per la Montecatini (1936) e di Muzio per la sede del Popolo d’Italia (1939), mentre della grande immagine di piazza Fiume come luogo d’ingresso alla città dalla nuova stazione, come appare in un disegno di Muzio, restano solo la torre del Bacciocchi e l’edificio d’abitazioni in mattoni di Muzio (1939)» (p. 35).

Augusto Rossari, Architettura e trasformazioni urbane dal 1920 al 1940, in Maurizio Boriani, Corinna Morandi, Augusto Rossari, Milano contemporanea. Itinerari di architettura e urbanistica, Designers Riuniti Editori, Torino 1986

«Si afferma spesso, e a ragione, che Milano è una città completamente “rinnovata”, dove gli edifici storici sono, salvo rare eccezioni, delle mere sopravvivenze, isolate dal loro contesto originario, in mezzo a grandi estensioni di edilizia più recente. Tale massiccio cambiamento urbanistico ed edilizio fu attuato in gran parte durante gli anni tra le due guerre mondiali e nel periodo della successiva ricostruzione. Se si aggiunge che alle operazioni di demolizione e sostituzione nel centro storico si accompagnò il tracciamento della griglia a maglie strette e irregolari entro cui furono costruiti molti quartieri di ampliamento, il quadro è completo e si può ben comprendere come il volto di Milano, compatto ed esteso, che nasconde a fatica lo sfruttamento speculativo delle rendite posizionali, sia stato ampiamente delineato durante il periodo fascista» (p. 37). «Il rinnovamento edilizio fu … enorme tra il 1923 e il 1935: si valuta che siano stati demoliti dai 2000 ai 2500 locali all’anno, mente ne furono costruiti in media all’anno 28.900 (corrispondenti a 8900 appartamenti), con punto di 35.961 (10.195) nel 1925, di 49.140 (14.848) nel 1929, di 40.072 (12.716) nel 1934. Inoltre più del dodici per cento delle costruzioni furono rinnovate e sopralzate. Milano era costellata di cantieri; ovunque fervevano lavori di demolizione o di costruzione, grandi edifici condominiali sorgevano sia nel centro che in periferia, e molti giardini privati furono lottizzati. In totale, nel periodo 1923-38 furono realizzati più di 400.000 vani, circa il 40 per cento dell’intero patrimonio edilizio cittadino, che ammontava, secondo i dati del censimento del 1939, a 958.437 vani ad uso residenziale. … Attorno al 1934 … gran parte dei professionisti affermati si compromise con le occasioni offerte .. nell’ambito dei piani parziali. Si dissolse così la compattezza e la capacità di intervento critico del Club degli urbanisti; all’opposizione rimase il solo De Finetti (si era dimesso dal Sindacato fascista degli architetti nel 1931), che continuò una coerente ricerca» (p. 43). «La crescente influenza del novecento si manifestò anche con gli incarichi per la realizzazione di importanti edifici pubblici che, per l’estensione dell’area e la rappresentatività della destinazione, costituirono effettivamente un’opportunità per caratterizzare un’intera parte di città. Muzio costruì l’università Cattolica, il Palazzo dell’Arte, e l’Arengario (con Griffini, Magistretti e Portaluppi); Paolo Mezzanotte il palazzo della Borsa valori in piazza degli affari; Bordoni, Caneva e Carminati la sede dei Sindacati fascisti dell’industria. Per parte loro Piero Portaluppi e Marcello Piacentini … furono protagonisti, oltre che del dibattito sul nuovo piano regolatore, dei piani parziali per le zone di piazza Diaz e piazza Missori e del Palazzo di Giustizia. Negli anni dopo il 1934 il novecento, interagendo con il monumentalismo romano di Piacentini, accentuò la simmetria aulica e la massiccia tettonica, quasi un congelamento delle più libere manipolazioni precedenti … l’immagine assunta dalla città nel periodo tra le due guerre, pur con tutti i lati negativi che hanno portato a definirla “Milano di pietra”, è l’ultima che vale a fornirle una significatività urbana difficile da rintracciare negli episodi successivi di sviluppo della città» (pp. 59-61).

L’Ambrosiano, 15 settembre 1929 (da Grande Genova nov-dic 1929)

«Nella zona della Posta Centrale, dove fino a pochi mesi or sono era ancora il dedalo tortuoso e buio delle Cinque Vie, ora è un vastissimo quadrilatero, formato dalle demolizioni delle vecchie case di via S. Vittore al Teatro, Santa Maria Fulcorina e vicolo omonimo e Bocchetto. È qui che dovrà sorgere il progettato Quartiere degli affari. Nelle vicinanze, in via Gaetano Negri, già si scorgono, attraverso le armature, le moli imponenti dei nuovi fabbricati. Altre nuove costruzioni, che sembrano balzare di sotterra e crescere “a vista d’occhio”, stanno sorgendo nell’area che un anno fa era ancora chiusa tra le vie San Paolo, San Pietro all’Orto, Pietro Verri e Soncino Merati, e dove l’opera del piccone è stata davvero salutare, sia dal punto di vista igienico che da quello morale».

Corriere dei Costruttori, 6 settembre 1931 (da Genova, ottobre 1931)

«Il superbo fabbricato della borsa appare già in tutta la sua immensità. Il terreno col fabbricato dell’ex Unione Cooperativa, in buonissima parte abbattuto, è costato 30 milioni, le nuove opere murali sommano a 17 milioni, ai quali se ne debbono aggiungere altri 3 per l’arredamento: sono così in tutto 50 milioni. La Borsa merci ha due ingressi: uno da Piazza degli Affari e l’altro da via Meravigli».

Il Corriere della Sera, 23 novembre 1934

«Fra qualche mese cominceranno i lavori per la sistemazione dello sbocco del Corso del Littorio e di via Monte Napoleone, secondo il nuovo piano regolatore. Questo prevede la formazione di una grande piazza quasi rettangolare, nella quale dovrebbe ordinarsi e smistarsi il traffico proveniente da corso Vittorio Emanuele, da corso Venezia, da corso del Littorio, da via Monte Napoleone, da via Durini, dalle altre vie minori, nonché dalla nuova grande arteria di cui è prevista l’apertura e che, partendo dall’angolo di corso Vittorio Emanuele con via Durini, arriverà in piazza Fontana. La nuova piazza sarà lunga 170 metri ed avrà una larghezza minima di metri 70 ed una massima di metri 90. Sarà una piazza imponente per vastità, essendo, sotto questo punto di vista, inferiore soltanto a quella del Duomo, e maggiore di tutte le altre milanesi» (da Genova, dicembre 1934).

Il Corriere dei Costruttori, 28 ottobre 1936

«Nella sistemazione edilizia della zona di San Babila va rilevata la costruzione della Torre e palazzo (proprietà della Società SNIA Viscosa), i cui lavori, iniziati nel 1935, sono presso che alla ultimazione. La Torre, con i suoi quindici piani, raggiunge la massima altezza di metri 59,80 all’attico e le sue fondazioni sono spinte fino a m. 8 sotto il piano stradale. … I primi tre piani del fabbricato saranno adibiti ad uffici ed i restanti piani sono occupati da appartamenti ad uso abitazione» (da Genova, novembre 1936).

Genova, gennaio 1939

Il Duce ha recentemente approvato il piano regolatore di Milano, che comprende la sistemazione delle piazze Duomo, Diaz, Cavour, San Babila, degli Affari, San Fedele, del Bottonuto, del Verziere, della via dei Giardini e della piazza della Stazione Centrale. La spesa a carico del Comune è fissata per questi lavori in 150 milioni, di cui 38 preventivati per la Piazza del Duomo. La sistemazione di Piazza Diaz (L. 12.000.000) contempla in faccia il palazzo di fondo, che avrà un’altezza intorno agli 80 metri, la costruzione di una fontana. Nel progetto riguardante la piazza del Bottonuto è stata introdotta una modifica intesa a dare un maggior respiro al “Covo” in via Paolo da Cannobio; vi si crea infatti un angolo, una piccola piazza a voltone, che verrà ad incunearsi nella grande via nuova, che metterà in comunicazione Via Pantano con Piazza Missori. Due palazzi nuovi sorgeranno nella Piazza degli Affari e uno di essi, quello di prospetto alla Borsa, scrive il Popolo d’Italia dell’11 dicembre, sarà costruito tutto a porticati e con un grande portico centrale, dove si raccoglieranno i mercanti per i loro affari. Per piazza San Fedele il progetto contempla l’isolamento della chiesa e la costruzione di tre palazzi di cui uno in faccia a Palazzo Marino e facente fronte con questo. La piazza è destinata a diventare una delle più armoniche e più frequentate con la creazione della nuova via che la metterà in comunicazione diretta con Piazza Crispi e col Corso del Littorio. Spesa preventivata: 12 milioni. La sistemazione della zona della Stazione Centrale comprende una assoluta novità: la creazione di due grandi palazzi a forma circolare con portici e due grandi arcate, che formeranno l’imbocco di via Napo Torriani da una parte e via Pirelli dall’altra; due formazioni industriali si sono formate per la costruzione dei due grandiosi palazzi, che faranno angolo con la via Vittor Pisani debitamente ampliata. Per la sistemazione di Piazza San Babila procedono a ritmo accelerato i lavori di demolizione» (p. 75-76).

Virgilio Vercelloni, Storia della città e storia dell’idea di città, in AA.VV., Milano durante il fascismo 1922-1945, Cariplo, Milano 1994

«l’ipotesi che la speculazione edilizia potesse sostenere i costi i costruzione della nuova città (nella differenza tra il valore delle case da distruggere e quello delle case da edificare) era fallace: il ritmo del rinnovamento previsto come immediato e continuo era invece molto rallentato e puntiforme e le previsioni economiche si traducevano in una realtà più modesta. Così all’Ufficio Tecnico ci si chiese se i vantaggi offerti ai costruttori non fossero troppo modesti, se non si potessero garantire loro indici di edificabilità maggiori per accelerare il processo di trasformazione» (p. 202). «La questione del grattacielo a Milano, sino al secondo dopoguerra è scandita da pochi fatti …: Mario Borgato edifica nel 1923 i due “grattacieli” (28 metri di altezza) gemelli di Piazza Piemonte; nel 1924 Giovanni Muzio elabora un progetto per la sistemazione dell’allora Piazza Fiume (oggi piazza delle Repubblica) organizzata su due grattacieli gemelli (saranno poi effettivamente costruiti nel dopoguerra due grattacieli diversi, uno dei quali proprio di Muzio; … nel 1933 Emilio Lancia e Gio Ponti edificano la casa a torre sui bastioni di Porta Venezia; nel 1935 l’ingegner Alessandro Rimini costruisce il grattacielo di Piazza san Babila e nel 1939 l’architetto Mario Bacciocchi realizza in via Virttor Pisani un edificio di notevole altezza, ma non un grattacielo. Sarà nel dopoguerra, nel contesto del boom ma anche di un nuovo “americanismo”, che il grattacielo milanese vedrà altre sperimentazioni» (pp.214-215).

Silvano Tintori, Normativa tecnica e contrattazione nel governo urbanistico di Milano, in Giulio Ernesti (a cura di), La costruzione dell’utopia. Architetti e urbanisti nell’Italia fascista, Edizioni Lavoro, Roma 1988

«La terziarizzazione moltiplica le strutture della società nello spazio fisico, generandone di nuove e sbarazzandosi delle solidarietà diventate inattuali con una varietà di modi, una articolazione di scale e una velocità di trasformazione che lo stesso mondo industriale non conosceva. Forse il primo segnale “urbano” della sorprendente mobilità e pervasività di siffatte strutture ci è dato dagli squilibri che si formano fra le funzioni residenziali e quelle produttive … dalla maggiore capacità del terziario di insinuarsi nel tessuto della residenza e di “arrampicarsi” nel costruito, dall’energia che esso esprime nel competere con le presenze urbane più antiche nei luoghi più eloquenti della città. Sono cose risapute. È tuttavia intorno al 1930 che una serie di avvenimenti in campo economico, scientifico e politico … incita a mettere in soffitta il sapere dell’urbanistica “postnapoleonica”» (pp. 285-286). «L’urbanistica “postnapoleonica” resta tuttavia in auge a Milano, perché offre a una città in grave ritardo nell’allestimento delle sue infrastrutture primordiali un supporto, necessario e ormai accettato da tutti, per fare case. Il piano “dirige” con i suoi sventramenti il passato, si riduce a mappa di un’offerta edilizia che – un po’ drogata dagli incentivi fiscali e però innegabilmente in aumento sotto la spinta delle trasformazioni … – pare essere l’unica politica per una trasformazione che è quantitativamente meno forte di quanto ci si illuda e annuncia mutamenti qualitativamente più importanti di quanto si pensi. … A ben vedere il costo sociale di questo errore è il sacrificio della città storica; quello economico è la mancanza di una contropartita apprezzabile in termini di efficienza nel centro, in periferia, a scala territoriale. Lo scompaginamento di ceti e attività “deboli”, che l’urbanistica demolitrice torna drammaticamente e favorire, è il prodotto di una pianificazione che vorrebbe essere modernamente aggressiva e invece sa essere soltanto brutalmente vecchia» (p. 286). «Chi c’è alle spalle delle società promotrici o comunque attive nella Milano degli anni Trenta? Banche, assicurazioni, e alcune “grandi” famiglie: la Banca Popolare interviene nella piazza Crispi, ora Meda, compagnie di assicurazioni – come l’Ina – nella piazza Diaz e poi i Bolchini, i Bonomi, i Crespi, i Falck, i Feltrinelli, gli Jucker, i Marinotti, i Visconti di Modrone e altri vecchi possidenti di matrice feudale, più o meno celati dietro alcune società “promotrici”, sono i protagonisti della ristrutturazione del centro milanese; tant’è che un non mancherebbe all’appello se percorressimo con le convenzioni in mano il tratto che dalla piazza Crispi (ora Meda) per corso del Littorio (ora Matteotti) va a chiudersi nella Piazza San Babila o poco più in là» (p. 296). «anche i seguaci del movimento moderno … giovani ed entusiastici … mostrano scarso interesse [per i problemi attuativi e gestionali ndr] … l’architettura razionalista è “decontestualizzata” … perché appare superficiale l’analisi del nodo gestionale della città e approssimativo l’approccio tecnologico e non soltanto nell’Italia del tempo: come gravata da ipoteche culturali che disconoscono il valore storico e ambientale della città cui avevano prestato … lucidi interessi i De Finetti, i Muzio, i Reggiori e altri … il ventennio si chiude in sordina, rannicchiato in un ripensamento da quale affioreranno più dubbi che certezze e troncato dal precipitare degli eventi bellici e politici» (p. 298).

Giuseppe De Finetti, Milano, costruzione di una città, a cura di Giovanni Cislaghi, Mara De Benedetti, Piergiorgio Marabelli, Etas Kompass, Milano 1969

«con la decisione di conferire il primo premio al progetto Alfa la giuria aveva confermata la tendenza sempre presente nello spirito italiano allo smisurato, al monumentale, al complesso, tendenza che in questo caso trasferiva il problema della città dal campo del reale a quello dell’immaginario, dal dominio della ricerca metodica a quello dell’utopia … E quel progetto celebra nel tempo l’indirizzo della scuola di architettura milanese più efficacemente di ogni altro documento» (p. 240). «L’organizzazione dell’azienda comunale era assai manchevole e come premuta da una tradizione di modestia di mezzi. La funzione tutoria dell’autorità statale era macchinosa nelle forme, ma assai debole come vaglio critico. Quel periodo fu anche caratterizzato dalla crisi mondiale del 1930 … Ma anche dopo la crisi economica mondiale lo spirito animatore del piano regolatore rimase quello degli anni dell’espansione, del conato di potenza, dell’utopistica aspirazione al grande, al complesso, al macchinoso» (p. 249). «Ma si deve pur ammettere che l’accusa di assurda audacia che si merita il piano Albertini trova due ragioni attenuanti, se non di discolpa: 1. La spinta verso i grandi sviluppi urbani che aveva informato la politica fascista sino alla crisi del ’30, determinando il “clima” nel quale il piano Albertini assunse forma e carattere; 2. L’esempio del progetto Ciò per amor che la giuria del concorso aveva proclamato al primo posto di merito» (p. 259). «Certo è che questa azione diretta della burocrazia municipale, che contrapponeva agli interessi dei cittadini il miraggio trascendente e quasi mistico della gigantesca città futura, giungeva dritta al suo scopo: far tacere le opposizioni. Il successo di quel tale proprietario che aveva saputo far cancellare nel piano la nuova diagonale da San Babila alla Piazza Cavour rimase una fortunata eccezione; guai se dei proprietari meno cospicui avessero tentato una campagna, associandosi tra loro: li avrebbe colpiti l’accusa di antifascismo, equivalente a quella di stregoneria al tempo della peste» (p. 260). «Il piano regolatore milanese legalizzato nel 1934 mancò di una base economica e finanziaria. Nella prima relazione dell’Albertini che sia stata resa pubblica, allegata ad un frammento di piano, era detto: “Sospettare che Milano possa assumersi l’intero carico della esecuzione del piano significa non conoscere la storia finanziaria delle grandi città, le quali, premute da ogni parte da bisogni urgenti in conseguenza del loro rapido accrescimento, non trovano mai, o quasi mai, nel loro bilancio i mezzi per affrontare opere pubbliche colossali come quelle che sono causate dall’esecuzione di un piano regolatore. Occorre dunque contare sulla privata iniziativa, la quale dal Comune deve essere sorretta e guidata ed alla quale il Comune, attraverso il piano regolatore, deve offrire quelle possibilità di equo tornaconto che a invoglino ad intervenire. Chi stende il piano deve trovare qui la soluzione del problema economico: e qui si è cercata nel presente piano”. Comune di Milano, Relazione al piano regolatore e di ampliamento – zona interna, Tip. Cardani, 1930. L’opuscoletto non reca nomi né del compilatore né del podestà in carica. Il testo è dell’ing. Albertini» (p. 278). «Prospettare un’amplificazione continua e metodica di questo genere di iniziative, non destinando a demolizione solo le case più vecchie e già ammortizzate, ma tutte le case, di qualunque anzianità, che capitino nell’ambito delle nuove strade delineate di un piano regolatore che sovverte e muta la fisionomia della città, sembra assurdo. Per realizzare un rinnovamento di questa natura occorrerebbe un immenso capitale di giro ed una città ausiliaria, nella quale potere immettere temporaneamente la vita dei settori cittadini che si tratta di trasformare. Fu questo l’espediente a cui si fece ricorso in Torino, nei due cicli d’attuazione della riforma della via Roma; ma lì si riuscì ad allogare pro tempore solo dei negozi, non delle masse cospicue di cittadini. E poi ci si può chiedere se, rifacendo i conti per benino, non converrebbe dar corpo ad una città ausiliaria con tanta cura e diligenza, da far diventare questa la città del sole, adatta ai traffici moderni che gli autori del progetto proponevano» (p. 282). «Un’altezza doppia, triplice, quadruplice non darà alla casa due, tre, quattro piani terreni, mentre sono proprio e solo gli alti redditi dei negozi quelli che determinano, secondo un rapporto diretto e palese, l’alto prezzo dell’area. Non è affatto vero che per ogni area d’alto prezzo l’edificio ottimo sia quello che si spinge alla massima altezza consentita … La voga del verticalismo, che derivammo dall’America per la nostra facoltà di assorbire modi stranieri e la tendenza a compiacercene come di superamenti e conquiste, ha annebbiato le menti. L’ipotesi economico-tecnica di potere rifare tutta la vecchia città entro i bastioni con case alte, tutte destinate ad uffici, e con gratuite strade larghe, non si fondava sul vero; è pertanto naturale che essa sia crollata alla prova dei fatti. La prova dei fatti! Milano moderna ci porge una serie di prove di questa natura, dal corso Matteotti alla pazza Diaz, alla piazza degli Affari; si può anzi dire che tutte le opere iniziate in ossequio al piano regolatore legale sono rimaste a mezzo appunto per l’intrinseco paradosso della teoria che continueremo a denominare, per intenderci, albertiniana». (pp. 283-284).

Cesare Albertini, Il piano regolatore di Milano. Relazione sul progetto di piano regolatore approvato con legge 19 febbraio 1934, n. 433, Estratto da La Casa 1941-42, Stab. Tip. Miglietta, Milano & C., Casale Monferrato 1943-XXI

«per esteso che possa apparire il piano che si è studiato, sarebbe stato desiderabile che esso, nelle sue linee fondamentali, fosse prolungato oltre i confini del Comune. Sarebbe in altre parole stato desiderabile che il territorio del Comune avesse avuto ampiezza proporzionata a quella che già oggi è la zona abitata. Ora mentre nella parte occidentale e meridionale oltre la zona abitata si ha un vasto territorio tuttora adibito a scopi agricoli, che consente al Comune di raggiungere con provvedimenti tempestivi la sua sistemazione, invece nella parte settentrionale ed orientale l’opera disciplinatrice del Comune giunge con grande ritardo, e sarebbe conveniente un ampliamento del territorio comunale di tale estensione da permettere al Comune di riprendere la sua funzione che deve essere essenzialmente antiveggente. … se tale estensione non si potesse ottenere si dovrebbe auspicare lo studio di un piano regionale il quale, pur lasciando ai singoli Comuni una giusta autonomia per quanto riguarda la soluzione dei loro particolari problemi, regolasse la sistemazione della regione circostante a Milano» [paragrafo VIII, Manchevolezze del piano].

Nota: questa raccolta di citazioni testuali costituisce una parte degli «appunti preliminari» per la stesura di un saggio sulla Storia dell’Architettura Italiana del Primo Novecento, Electa 2005. Più specificamente il testo che notizie e osservazioni contribuiscono a costruire e a cui fare quindi riferimento, disponibile su questo sito, è: Fabrizio Bottini, Milano fascista, Manhattan tascabile

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