Urbanistica e progresso sociale (1946)

argan1Le necessità inerenti ad ogni questione urbanistica vanno dall’organizzazione del lavoro e della produzione all’igiene, all’agio, alla moralità dell’abitazione, dalle manifestazioni della vita politica a quelle della cultura intellettuale e fisica, dalla conservazione di certi valori della tradizione alla libera incontrastata attualità della vita civile. Finché siano oggettivamente intese, queste esigenze sono indipendenti e persino contraddittorie tra loro, da non potersi conciliare che per compromessi; sul tavolo dell’urbanista, ciascuna di esse si riduce in valori di spazio e soltanto in un’unitaria concezione spaziale esse trovano un denominatore comune.

Per esempio: la questione dell’abitazione risulta da molti e diversi fattori, ma nel fatto si riduce alla determinazione di un’aliquota media di spazio per individuo; nella quale si risolve l’antitesi della naturale tendenza centrifuga, per una sempre maggiore apertura e disponibilità di spazi, e della tendenza centripeta, per una maggiore rapidità e facilità delle comunicazioni e dei traffici. È questo equilibrio che rappresenta l’economia di un tracciato urbano; e ne condiziona la forma, implicando, com’è evidente, la proporzione fondamentale tra aree costruite e aree libere, tra l’altezza media degli edifici e l’estensione del perimetro urbano.

Il predicato economico viene così, spontaneamente, a porsi accanto al moderno concetto di spazio: tanto da potersi affermare che, se gli urbanisti classici avevano dello spazio un concetto geometrico, gli urbanisti moderni ne hanno un concetto economico. E (poiché lo spazio non è una realtà oggettiva, ma una funzione mentale o un modo sempre diverso di pensare la realtà) materia dello spazio è per i moderni la vita degli uomini, nella sua viva e complessa attualità, cioè nella sua organizzazione sociale. Bisogna aggiungere che, come la concezione classica della vita poneva la conoscenza al vertice di tutti i valori dello spirito e dunque isolava l’individuo in una posizione speculativa e di distacco, così la concezione moderna pone al vertice di tutti i valori la vita morale e questa non può realizzarsi se non in una piena partecipazione; ed è proprio perciò che la civiltà moderna deferisce la soluzione dei problemi «oggettivi» dell’urbanistica all’artista, come al solo che possa intenderli, non da un punto di vista unitariamente scientifico, ma in quel loro mescolarsi e urtarsi, contraddirsi ch’è la vita stessa nella complessità e continuità del suo ritmo.

argan2I confini storici di questo concetto sociale ed economico dello spazio sono, da un lato, il giusnaturalismo illuministico, per il quale l’individuo, vero «èleve de la nature», dispone con ogni libertà delle cose del creato (ed è questo il punto di sutura tra l’idea classica di un dominio ideale, speculativo o conoscitivo, e l’idea moderna di un effettivo possesso, pratico e utilitario, dell’uomo sulla natura); e, dall’altro, il collettivismo comunista, che accentra nello stato, forma suprema dell’organizzazione sociale, il possesso e l’impiego di tutti i beni di natura che compongono lo «spazio vitale» della collettività. Entro questi limiti ideologici il moderno pensiero urbanistico riflette puntualmente la dialettica interna della vita sociale: il conflitto d’interesse privato e del pubblico, acquisito, della tradizione, ed il secondo è il «ius condendum», la conquista di una nuova condizione di libertà, l’attualità della storia.

L’urbanista si rappresenta il quadro della vita sociale attraverso il complesso dei dati statistici. Ma questi servono soltanto a documentarlo sulla situazione di fatto, che in effetti altro non è che il limite storico di una realtà oltre la quale deve costituirsi la nuova realtà della sua «forma urbis». Ogni architetto urbanista è, infine, un riformatore sociale, allo stesso modo che gli architetti del Rinascimento sono stati i riformatori del pensiero scientifico del loro tempo: e non già perché abbiano profeticamente intuito certe verità poi confermate dall’indagine scientifica, ma perché la realtà nuova e assoluta ch’essi hanno posto con le loro opere era una condizione, dalla quale il successivo pensiero, anche scientifico, non poteva prescindere senza rompere la legge stessa del proprio divenire storico, senza contraddirsi e negarsi.

Come l’urbanista moderno è pienamente responsabile, di fronte al mondo, della realtà che pone, così, reciprocamente, il mondo non può sottrarsi alla responsabilità di quella realtà ed escluderla dalla propria storia e rifiutarsi di assumerla come un momento del proprio progresso, ch’è, appunto, progresso sociale. Infatti, ogni non utopistica idea di riforma risulta da una critica serrata, da una metodica distruzione della tradizione, almeno di quanto, in quella tradizione, non si configuri come condizione e premessa di un problema attuale e non si faccia, nella coscienza moderna, materia di storia. Perciò la realtà sociale pensata dall’urbanista risulta dallo scrutinio di quanto è mera tradizione, poggiata sull’inerte autorità del passato, da quanto invece è sforzo di superamento, conquista di libertà contro quell’autorità.

A determinare l’attuale misura economica dello spazio non è tanto la quotazione di mercato dei terreni: dato indubbiamente importante del problema urbanistico, ma che, rappresentando lo «status quo» di un sistema fondato sulla proprietà privata, indica soltanto il limite di un diritto acquisito o di una situazione già storica. Finché lo spazio si pensava come natura, il problema della proprietà privata del terreno era, ai fini urbanistici, irrilevante; e quando la proprietà dei singoli si riassume nell’autorità dello stato, che la può forse limitare nei suoi diritti ma la protegge e garantisce nei suoi fondamenti, nascono quelle soluzioni unitarie e geometriche che sono tipiche del periodo degli assolutismi monarchici. Ma se si pensa lo spazio come la dimensione della vita sociale, tessuto vivo ed in continuo rinnovamento della mutua cooperazione e solidarietà umana, allora la proprietà privata dei terreni e la valutazione artificiosa che ne consegue, diventano un vero e proprio diritto d’interferenza o di veto per i singoli nei confronti del progresso collettivo.

Assistiamo infatti ogni giorno alla difesa di una urbanistica estetica, che consisterebbe nel comporre secondo consueti canoni di prospettiva e di simmetria degli edifici, ciascuno dei quali sarebbe pensato come un valore artistico a sé; cioè si pone alla base dell’urbanistica la singola unità edilizia, supponendo che soltanto la proprietà definitiva solleciti a costruire delle belle case, e si concepisce la città come l’insieme di quegli edifici, l’immagine stessa della stabilità del benessere dei suoi abitanti, e, nei suoi monumentali edifici pubblici, dell’eternità e della potenza dello stato; infine non come un fatto o un momento del progresso, interno e necessario alla sua storia, ma come una esterna testimonianza o rappresentazione. Così, in una tradizione artistica, si difende una tradizione di privilegi sociali.

argan3Bisogna infatti tener presente che quell’idea dell’urbanistica come armonico (leggi: simmetrico o prospettico) insieme di «belle architetture», cioè di architetture che realizzino ciascuna un proprio valore di spazio, presuppone e materializza l’idea classica dell’architettura che si attua in uno spazio finito, totalmente «posseduto» qual è lo spazio geometrico della tradizione classica; mentre se l’architettura sia essa stessa determinante di spazio, la forma nella quale lo spazio indefinito si concreata e manifesta (ed è la stessa idea dell’impressionismo pittorico: lo spazio, non più della contemplazione, ma del sentimento e dell’azione, in una parola della vita) nessuna distinzione sarà più possibile tra architettura e un’urbanistica, che sarà soltanto la sua determinazione o qualificazione storica.

argan4Sul piano sociale, l’idea dell’urbanistica come decoro civico contiene il principio che la città appartenga a coloro che vi sono nati, e vogliono continuarne la tradizione, acquistando diritti e prestigio sempre maggiori attraverso il consolidamento e l’aumento della loro ricchezza: presuppone cioè la prevalenza di una borghesia indigena. La città che dovrebbe essere uno strumento di lavoro, tende a diventare un capitale; ripetendo una situazione analoga a quella che si è prodotta, nel campo industriale, con la monopolizzazione e la capitalizzazione dei mezzi di produzione. Le classi operaie vengono considerate un personale di servizio, avventizio, le cui condizioni di soggiorno nella città diventano a tal segno gravose, per effetto della speculazione immobiliare, da far loro considerare un sollievo l’insidiosa offerta di una casetta nei villaggi operai annessi agli opifici dove una più tollerabile condizione di vita si scontra con una nuova specie di servitù, che si potrebbe chiamare la servitù d’officina.

Allo stato attuale delle cose, si può dire che il rendimento di un terreno è tanto più elevato quanto più basse sono le condizioni di vita che i proprietari riescono a imporre ai locatari, e che il valore economico di un terreno non è relativo al massimo ma al minimo standard di vita della popolazione: cosicché, prescindendo dai risultati ottenuti in molti paesi dall’azione delle cooperative edilizie tra lavoratori, il tenore dell’abitazione delle classi lavoratrici è, dalla rivoluzione industriale dell’800 in poi, in netto regresso.

Non intendiamo additare quell’ingiustizia sociale a una moralistica reazione dei moderni architetti; ma rimane il fatto che quell’ingiustizia è, storicamente, una condizione di inattualità, che contraddice e impedisce, come tale, il determinarsi di una più attuale realtà, artistica e sociale che sia. S’intende, tuttavia, che queste considerazioni negative intorno alla proprietà privata dei terreni urbani, come una remora alla funzione della città, non valgono soltanto nei confronti dei detentori di quella proprietà, l’alta e la media borghesia, ma nei confronti dello stesso proletariato; e, soprattutto, di quei proudhoniani fuori tempo, che vorrebbero fare di ogni lavoratore il proprietario della propria casa, con l’inevitabile risultato di paralizzare in modo anche più grave e permanente la funzione urbana.

Contro un siffatto riformismo, segretamente reazionario, vale, anche ai fini dell’urbanistica dell’avvenire, la protesta politica di Engels. Posta la contraddizione tra valore venale e valore economico del terreno, e tra proprietà privata e funzione urbana, risulta evidente che soltanto la funzione urbana può determinare il valore, non più commerciale ma economico e sociale, dello spazio. Funzione significa progresso; e progresso, superamento del passato della storia che si attua. La crisi del mondo moderno è appunto la crisi di superamento dei nazionalismi in una nuova coscienza internazionale; e la classe sociale nella quale si realizza pienamente quella coscienza è il proletariato: è dunque nella funzione politica del proletariato che si definisce l’attualità della coscienza storica moderna.

argan5Internazionale è anche l’attributo che più validamente qualifica, e non in una sua astratta tipologia ma nei suoi profondi motivi storici, l’architettura moderna; e internazionale è il suo linguaggio formale, che risulta dal superamento totale delle tradizioni nazionali, storicistiche o naturalistiche che fossero. E già quel rifiuto reciso dell’esperienza della tradizione è un atto morale, di cui non si sarebbe potuta avvertire l’inderogabile necessità se quella tradizione intellettualistica non fosse stata, di fatto, esaurita e conclusa. La prova più precisa dell’intrecciarsi della storia dell’architettura moderna alla storia dei grandi movimenti sociali degli ultimi cent’anni è data appunto dalla sfera d’azione ch’essa si è scelta: una sfera essenzialmente pratica, che dalla casa e dalla fabbrica discende fino alla suppellettile e all’utensile, mentre l’architettura della tradizione si sviluppa in una sfera che, dalla villa e dal palazzo patrizio si allargava a comprendere la reggia, il tempio, il mausoleo: cioè tendeva ad esaltare i principi d’autorità che, come dettati da volontà divina, disciplinavano in norme ritenute eterne la vita della comunità. Oggi l’antitesi di queste due concezioni non è più soltanto un’antitesi di gusto, ma l’antitesi stessa di reazione e di progresso.

Estratto da: il Politecnico, settembre-dicembre 1946

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