Urbanizziamoci il cervello

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Foto J. B. Hunter

La maggioranza delle persone prima o poi nella vita ha pensato di avere un figlio, e la maggioranza di queste persone poi l’ha anche avuto, e pure altri. Tutti, salvo qualche raro essere sfigato dalla mente contorta, per questo loro bambino hanno immaginato il più roseo e splendente futuro, ricco, comodo, stimolante, pieno di prospettive. Adesso facciamo rewind e poi subito restart. Letto in modo appena lievemente diverso, quanto sopra suona: la maggioranza delle persone promuove attivamente e consapevolmente la crescita di popolazione, e il suo insediamento in luoghi adeguatamente attrezzati per quanto riguarda l’abitazione, il lavoro, i servizi. Tutta la faccenda è detta urbanizzazione del pianeta, da alcuni anni riguarda oltre il 50% dell’umanità, e ai ritmi attuali sull’arco di un paio di generazioni scarse arriveremo all’80%. Fine dei dati inoppugnabili. Poi ci sono le opinioni, e lì iniziano i guai.

Perché ci sono tanti tipi di cose diverse con la caratteristica di contesto urbano, così diverse che tanta gente ti sbotta: “io in città? Mai, piuttosto la morte”. Mentre sta già da un paio di generazioni felicemente e guazzante dentro a un’area metropolitana statistica, giusto con veduta su un campo di mais davanti al vialetto del garage a confondere le idee. Città sono ovviamente e inoppugnabilmente certe altissime densità edilizie soprattutto asiatiche, coi vistosi grattacieli, o i volumi terziari curtain wall disabitati di notte delle downtown americane e europee. Città sono le baraccopoli sterminate che spesso cingono proprio l’emergenza brillante degli stessi grattacieli. Città, infine, è anche lo sprawl suburbano o esurbano a bassissima densità, con popolazione sparsa ma totalmente priva di rapporti diretti o indiretti con le campagne, spesso per nulla coltivate, dentro cui si trova, anche qui con una curiosa sfalsatura temporale. Perché la casetta magari conquistata coi risparmi di una vita, nel quartierino denominato Salici Piangenti (perché ci stavano i salici una volta, poi appunto sepolti sotto il quartiere) la si può godere solo per dormirci, o riposarsi nei fine settimana. Il resto del tempo si passa altrove, in un altro pezzo della stessa grande città, dove sono gli uffici, o il centro commerciale, o il complesso scolastico integrato.

Il famoso 50% o meno di umanità ancora residente nelle campagne, quella effettiva quota di popolazione rurale, non ha nulla da spartire con l’elegante signora che va “in villa” sgommando nervosa dal parcheggio dell’ufficio la sera. Si tratta in stragrande maggioranza di poveracci al limite della fame, ammucchiati in villaggi privi di servizi essenziali, dalla corrente elettrica all’acqua potabile, che vivono una vita grama e appena possibile si incamminano verso le mille luci della più vicina città, sperando di migliorare la propria situazione. Insomma, come si dice, siamo tutti sulla stessa barca, e la cosa migliore da farsi è riconoscerlo senza troppe storie, ed evitare di ribaltarla con movimenti bruschi. Diconsi movimenti bruschi, ad esempio, gli impatti ambientali determinati dalle nostre attività individuali e collettive, spostarsi, consumare, lavorare, studiare, tutto può avere impronte ecologiche variabili a seconda di come lo si fa. Una cosa è certa: la cosiddetta civiltà dei consumi, così com’è cresciuta almeno per tutta la seconda perte del ‘900, non è un modello riproducibile ed estendibile nel futuro a tutti coloro che sinora ne sono stati esclusi.

L’innovazione urbana è lo spirito che ha animato tantissime ricerche tematiche interdisciplinari, soprattutto rivolte agli strumenti conoscitivi e applicativi che di solito ci vengono propinati dalla stampa sotto l’etichetta smart city, ma che a monte richiedono personalissime innovazioni di cervello, che sommate e ricomposte si fanno poi sociali, politiche, di comportamento e stile di vita, traducendosi in vere trasformazioni ed evoluzioni. Riflettiamo un istante su un fenomeno abbastanza recente e che sta cambiando rapidamente le nostre città: il car-sharing. Fenomeno complesso, che si può leggere per esempio anche a partire da una forte spinta culturale alla condivisione, per cui l’auto un tempo segno di posizione sociale, sorta di prolungamento della famiglia, della casa, dell’individuo, perde tutte queste caratteristiche per trasformarsi in altro. Cambia il modo di produrla e concepirla, potenzialmente il suo rapporto con le fonti energetiche, cambia l’interazione con gli spazi urbani (strade, parcheggi, abitazioni, posti di lavoro, rete commerciale) e si condizionano sul medio periodo anche produzione e manutenzione di questi spazi. Cambia infine anche il rapporto con le tecnologie esterne e le altre modalità di spostamento: se l’auto privata non interagiva o interagiva poco con la pubblica amministrazione, le reti immateriali, il sistema pedonale, ciclabile, dei mezzi pubblici, il car sharing invece si integra perfettamente.

E questo esempio, piccolo e molto a portata di mano, si può estendere e sovrapporre poi a tanti altri aspetti, ad esempio l’intreccio (il grande ed esiziale intreccio) fra ambiente, energia, alimentazione, urbanizzazione, cambiamento climatico. In cui ad esempio risulta importante chiarire davvero quale modello insediativo vogliamo perseguire: il cosiddetto chilometro zero rappresenta solo un fenomeno alla moda, buono per alimentare qualche segmento di mercato? Oppure le riflessioni sull’autonomia alimentare, le infrastrutture verdi, l’agricoltura urbana, la convivenza di elementi naturali e artificiali, hanno davvero un respiro strategico? Infine: stiamo ragionando solo da una prospettiva di paesi ricchi, in grado di costruirsi futuri desiderabili e apparentemente ragionevoli, solo basandosi sul presupposto di un asservimento di fatto di altre aree del pianeta, su cui scaricare ogni diseconomia? Anche queste questioni sociali, sia ampie che di più immediata comprensione come l’organizzazione delle famiglie (e ad esempio delle abitazioni) alla fine rinviano a un mutamento di paradigma personale, soggettivo, volontario, ma tale da riuscire poi a ricomporre un panorama davvero ampio, e a volte sorprendente nella sua capacità di intrecciare temi apparentemente distanti.

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