Assalto degli ultracorpi commerciali alle città

Foto M.B. Style

Un laboratorio per definizione è un contesto artificiale nel quale è possibile portare avanti esperimenti decontestualizzati, per obiettivi di conoscenza di processi e prodotti, perfezionando poi un modello sistematico. Vale anche la definizione di laboratorio virtuale, ovvero quando ad essere artificiale è la prospettiva di osservazione, che esclude alcuni fattori per evidenziarne altri, come se quelli esclusi fossero appunto fuori contesto. In qualche modo però ci deve essere una tabula rasa, e quale migliore versione di questa idea esiste, del territorio sgombro? Nell’epoca d’oro della nuova frontiera suburbana, il territorio era sgombro per definizione: sgombro di storia da rispettare, sgombro di ostacoli da superare o aggirare, sgombro di idee con cui interloquire o soggetti con cui interagire. Ambiente ideale per scaraventarci dentro qualcosa e «vedere l’effetto che fa». Tra i tanti oggetti scaraventati su quella tabula rasa sicuramente spicca il centro commerciale nella sua forma matura e fissata a quanto pare per l’eternità, che a sua volta discende dal laboratorio virtuale di una ricerca durata almeno quanto l’introduzione progressiva dell’automobile di massa.

Il cugino di campagna

Se si scorre per esempio la rassegna di progetti che Victor Gruen nel suo Shopping Town USA (1960) porta a sostegno delle proprie tesi, o anche la successiva disamina critica di altri progetti e scuole di pensiero proposta da Richard Longstreth in City Center to Regional Mall (1998), non si può fare a meno di notare il progressivo restringersi, fino all’annullamento, di alcuni caratteri architettonici e urbanistici, che lasciano via via più spazio ad altri. Il laboratorio virtuale, del guardare in una particolare prospettiva l’esercizio commerciale nell’epoca della sua accessibilità automobilistica suburbana, prosciuga gradualmente il classico rapporto diretto del contenitore/contenuto con la strada (quello delle vetrine per intenderci) fino alla formalizzazione dello scatolone introvertito ideale. Pareti cieche, salvo le relativamente minuscole porte che immettono al passeggio interno, su cui affacciano gli esercizi commerciali, e a isolare ulteriormente quel mondo di consumo forzoso e univoco, l’anello multiplo dei parcheggi, delle corsie di accelerazione, degli svincoli di interscambio con la viabilità esterna. Un altro elemento destinato a sparire, ma con meno schematicità e sostanziale teorizzazione, è il concetto di spazio pubblico propriamente detto, che fino agli anni ’70 pur assai ridotto spesso conviveva con le attività commerciali private. L’astronave autoreferenziale e autoriproducibile pareva destinata alla vita eterna, ma iniziò a entrare in crisi proprio quella ex tabula rasa che l’aveva prodotta.

I cicli socio-ambientali dell’urbanizzazione

A partire dagli ultimi scorci del XX secolo, comunque si voglia considerare la questione (e qui le scuole di pensiero divergono anche di parecchio), entra in crisi il suburbio nella sua forma classica rigidamente segregata per funzioni, così come aspramente criticata per esempio nel «manifesto del nuovo urbanesimo» degli anni ’90. Tra i vari effetti, di questa evoluzione anche socioeconomica e di consumi, il cosiddetto rilancio delle città, la gentrification di molti quartieri, le aspirazioni urbane dei giovani, gli orientamenti meno automobilistici degli stili di vita. Che portano tra le altre cose le catene commerciali a investire di nuovo nel tessuto denso centrale della metropoli, abbandonato o quasi nell’epoca in cui era solo agli inizi la mutazione genetica che avrebbe condotto al modello ideale fissato da Victor Gruen, dello introverted shopping mall. Ma mezzo secolo e passa di pacchia monopolistica suburbana non poteva ovviamente non lasciare un segno profondo, in tutta l’organizzazione interna ed esterna della filiera commerciale, tutta sintonizzata proprio su quel modello spaziale, di proposta, di consumo, di aspettative. Anche se, appariva ovvio a tutti, non si sarebbe potuto mai, semplicemente, far decollare l’astronave centro commerciale dalla bassa densità di villette e svincoli, e adattarla a un tessuto e accessibilità diverse, senza traumi piccoli e grandi. Oggi probabilmente siamo ancora ben lontani dalla metà strada del nuovo processo di adattamento, partito sostituendo al mall chiuso tradizionale delle vie urbane, ma mantenendo quasi intonse composizione e organizzazione «interna». Che prospettive ci sono? Difficile dirlo, con tante cose che cambiano ogni giorno nella tecnologia (per esempio del pagamento e magazzino), ma certamente non si tornerà indietro.

Riferimenti: (ma in questo caso più che mai vedi anche i tags Gruen e shopping mall a piè di pagina)
Stefan Al, All under one roof: how malls and cities are becoming indistinguishable, The Guardian, 16 marzo 2017

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