Automazione e Localizzazione (il lavoro e la città)

Foto J.B. Hunter

È piuttosto noto che lo slogan identitario degli agenti immobiliari riecheggia sulle tre categorie di «Location – Location – Location». Ovvero che tutto il valore alla fin fine si risolve nella posizione relativa del bene scambiato, e non certo delle sovrastrutture qualitative complementari che gli si possono comunque appioppare per buona misura, e che di solito fanno la parte del leone nelle promozioni. E tra i fattori di localizzazione spicca senz’altro la vicinanza a qualcosa (anche lo zoning di fatto altro non è che vicinanza ai propri simili e garanzia di stabilità), principalmente lavoro, servizi, amenità. Principio antico e sedimentato che si articola naturalmente in vari modi, e a seconda dei singoli casi, ma che è sempre stato lì a contraddire nei fatti qualunque chiacchiera più o meno articolata sulle varie «indifferenze localizzative». In principio, ovviamente limitandoci all’epoca più recente di sviluppo industriale che ci interessa, esiste il cosiddetto decentramento, a sua volta da articolare in una destra e una sinistra: da un lato la auspicata planned decentralisation, dall’altro la forma patologica dello sprawl disperso. Che non è naturalmente solo un problema di forme più o meno gradite al gusto corrente, e neppure quel grave problema ambientale ed energetico emerso in seguito, ma un guaio umano e sociale, che guarda caso diventa poi evidente in quel portato che chiamiamo convenzionalmente economia.

Ogni luogo la sua funzione?

Qual’è in breve ma in sostanza la differenza tra l’ipotesi pianificata del decentramento e quella invece della dispersione strategica? Che nel primo caso le locations assumono, o provano quantomeno ad assumere, una forma organica, integrata, mixed use e urbana, riproducendo o perfezionando i rapporti sociali e le relazioni che si ritengono alla base della convivenza, e poi naturalmente del rapporto con l’ambiente e con l’economia. Mentre nel secondo la prepotenza della cosiddetta «efficienza di mercato» trasforma il decentrarsi in una concentrazione, in realtà, visto che la location monouso produce enormi bubboni specializzati lontani uno dall’altro, e connessi solo meccanicamente dalle reti infrastrutturali. Questa città che non è affatto tale, soprannominata benevolmente Tecnoburbio da chi sperava che il fattore tecnologico, automobili e telefonia in testa, riuscisse in qualche modo a colmare il gap indotto da dispersione/concentrazione, produce un fenomeno di nomadismo-pendolarismo coatto. Che essendo nato sganciato dall’integrazione sociale, non aveva messo affatto in conto i propri costi, monetari, di tempo, relazionali (anche appunto prescindendo da quelli più noti di carattere ambientale). Costi che alla fine emergono nel punto più inatteso, ovvero nei bilanci delle imprese diventati a quanto pare l’unica prospettiva di lettura del mondo, quando queste si trovano di fronte alle contraddizioni indotte dal proprio modus operandi storico.

Contraddizioni in seno a fuori dal popolo

È il caso, abbastanza noto, dei complessi direzionali e di ricerca che, staccatisi dal cordone ombelicale urbano verso metà ‘900 con l’invenzione del formato Office Park (analogo a campus universitario, centro commerciale, suburbio monoclasse e altre formazioni disperse), con l’affermarsi delle economie della conoscenza scoprono una specie di idiotismo rustico indotto dalla propria pura esistenza in locations tanto artificiose. Ma è anche il caso assai più banale delle più classiche attività di tipo industriale, quelle che richiedono manodopera tradizionale e presenza fisica, e che a furia di cercare la posizione e le dimensioni più adeguate a una propria esclusiva logica interna, paiono ormai sganciate dalla vita umana, e cercano un salvagente in nuove infrastrutture artificiali. Per adesso, sia nel caso dei giovani pensatori creativi delle economie della conoscenza, sia nel caso dei neo-operai della logistica e della produzione, si sono inventati gli autobus aziendali, che scarrozzano a carissimo prezzo (per tutti: imprese, dipendenti, altri cittadini) qui e là la risorsa umana, da casa al lavoro e viceversa. È anche possibile che qualche genietto stia già ragionando, in epoca di gran sviluppo parallelo delle telecomunicazioni e della robotica, di traslocare ulteriormente queste infrastrutture sulla rete, automatizzando tanti processi e consentendo comunque al lavoro umano di diventare meno dipendente dalla location. Ma l’impressione è che di nuovo si stia scrivendo un’equazione monca di variabili essenziali.

Riferimenti:
Eric Roper, As low-wage jobs shift to Twin Cities suburbs, some companies offer their own shuttles, Minneapolis Star Tribune, 28 ottobre 2017

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