Biodiversità e agricoltura urbana

IMG_8010Quando verso la metà del XX secolo si profilavano i termini della cosiddetta «rivoluzione verde» agricola, gli obiettivi erano schematicamente chiarissimi: riorganizzazione del settore a scala planetaria, secondo criteri scientifici e industrialeggianti, per superare le emergenze alimentari e garantire sostentamento ad una popolazione mondiale in piena esplosione. Detto in termini operativi, si trattava di puntare su specie, e tecniche, in grado di garantire la massima «efficienza» e prevedibilità, così da trasformare le campagne in una sorta di replica delle distese di fabbriche che da un secolo e mezzo avevano costruito l’idea stessa di progresso, affiancandola apparentemente in modo indissolubile con quella di civiltà. E pareva quasi ovvio, che inseguire quella efficienza e affidabilità produttiva significasse anche ridurre e selezionare al massimo ciò che in quelle campagne cresceva, e come lo si faceva crescere, e come si gestivano i processi, secondo criteri di massima standardizzazione derivati dall’industria.

Un metodo che in buona sostanza con pochissime eccezioni e aggiustamenti è continuato poi fino ai nostri giorni, con un risultato che a osservarlo bene con gli occhi contemporanei, pare più che un pochino sconcertante: «Tre quarti di ciò che mangiamo in tutto il mondo, è prodotto da sole dodici colture di vegetali, e da cinque allevamenti di specie animali. Trionfa la monocoltura, ovvero grandi zone in cui esiste solo una produzione: così è certo facile meccanizzare i processi, e produrre con criteri industriali grosse quantità. Ma ci si orienta però, al tempo stesso, nella direzione opposta a un ecosistema bio-diversificato e resiliente».

La città e la resilienza

Anche nel peggio, filosoficamente parlando, si può scovare il meglio, e forse in certe leziose mode e comportamenti urbani è possibile trovare spunto per qualcosa di meno effimero e costruttivo. Se pensiamo un istante al vezzo post-moderno dell’originalità, sia nella produzione che nel consumo di prodotti alimentari, notiamo la tendenza al curioso, all’inusuale, al recupero dell’antico e del tradizionale. Una moda, appunto, quella dei pochi vasi di qualcosa di «esotico» ma commestibile sul balcone o nell’orto sul retro, o nella coltura cooperativa e tecnologica negli spazi di recupero, che però indicano una direzione apparentemente virtuosa, e praticabile. Molto è stato scritto sui sistemi urbani come luogo della differenza e della resilienza, dal punto di vista ambientale, sociale, energetico e così via, e parrebbe assolutamente coerente immaginare che anche la pratica in crescita dell’agricoltura urbana (comunque intesa nelle sue varie sfumature) possa costituire un paradigma ribaltato rispetto all’agro-industria novecentesca semplificatrice, ed ecologicamente abbastanza micidiale, quella che va «nella direzione opposta a un ecosistema bio-diversificato e resiliente».

Per esempio, il concetto di vertical farm originariamente formulato dalla scuola di Dickson Despommier, ha obiettivi di recupero della biodiversità molto ben definiti: la concentrazione della produzione alimentare in ambito urbano grazie a moderni dispositivi tecnologici e a strati sovrapposti, consente di scaricare potenzialmente immensi territori rurali dal peso di questa produzione, e far sì che essi possano recuperare esattamente quella diversità sottratta a suo tempo dall’applicazione dei crismi della «rivoluzione verde» nella seconda metà del XX secolo. Ma Despommier (come anche accennato in alcune interviste e articoli) da un lato non ha un approccio realmente urbano al tema della complessità, dall’altro pare ancora molto legato agli schemi dell’agro-industria, quando per esempio non esclude affatto che nelle sue grandi strutture high-tech collocate al centro dei bacini di consumo, si possano utilizzare tecniche Ogm, in una specie di monocoltura estensiva traslata nell’ambiente cittadino. Al contrario, considerando le potenzialità sia ambientali che sociali e di consumo urbane, pare già oggi ragionevole ipotizzare che un obiettivo di resilienza, e di recupero della biodiversità, sia possibile anche intra moenia, oltre che nelle zone rurali scaricate dai compiti produttivi. L’agricoltura urbana svolgerebbe così (all’inizio solo sperimentalmente e per definire un modello) sia il ruolo ecologico indiretto individuato da Despommier, sia quello di laboratorio di nuove forme di produzione-consumo, sia infine quello sociale di definire nuove forme di occupazione, professionalizzazione, e intere nuove discipline tecnico-scientifiche. Ben oltre gli ubiqui cuochi-maître à penser inflazionati oltre il ridicolo negli ultimi anni: e se non è un progresso anche solo questo!

Riferimenti:
Ian Clarke, Urban agriculture may be inefficient, but it’s a model for a sustainable future, The Globe and Mail, 10 agosto 2016

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