Paradigmi e Paracarri sul territorio

BOTTINI_BREBEMI

Foto: iPad Autoscatto

Ogni tanto capita di rivedere, abbastanza tristemente, svolgersi un copione noto davanti agli occhi, e sapere già in anticipo che non ci si può far nulla: va così perché a quanto pare deve per forza andare sempre così. Punto. Si prova stancamente ad avvertire i nuovi protervi protagonisti di quello che secondo loro è uno scontro epocale, che tanti altri negli anni, nei decenni passati, hanno fatto il medesimo marchiano errore di prospettiva, ma evidentemente non funziona, tutti devono attraversare l’ordalia della scoperta dell’acqua calda, che poi si farà gelida con la delusione. Gli avversari intanto, che sanno benissimo chi hanno di fronte, che sanno benissimo che basta aspettare un pochino, si fregano le mani, e attendono il dunque, nelle varie versioni storiche: Figliol Prodigo (l’ex oppositore diventa alleato), Canossa (l’opposizione di scioglie come neve al sole), Tengo Famiglia (l’opposizione si fa costruttiva in cambio di qualche adeguamento ma senza cambiare affatto il modello, il «paradigma»). La vera differenza, è che chi governa la baracca sta dentro un modello in qualche modo integrato, dove tutte le parti prima o poi convergono e divergono in uno schema, mentre gli oppositori pur credendo di essere alternativi non lo sono affatto, si limitano a cogliere diseconomie e contraddizioni parziali. Insomma scambiano i sintomi con la malattia, e su quelli si accaniscono, fino ad esaurire energie e motivazione.

L’Autostrada della Vita

C’è un classicissimo ciclo della letteratura fantascientifica, quello del Fiume di Philip José Farmer, che usa il flusso continuo ed eterno delle acque come contenitore ideale per una infinità di personaggi, variabili e situazioni. L’autore si immagina che personaggi storici e meno storici della storia umana (a partire dal grande avventuriero esploratore intellettuale ottocentesco Richard Burton) risorgano su un pianeta interamente costituito da un corso d’acqua che per così dire serpeggia su sé stesso, simbolo e sostanza di eternità. Dentro quel contenitore poi si possono collocare vicende varie di incontri o scontri, percorsi di conoscenza, colpi di scena, esattamente come succede in tutte le grandi narrazioni utopiche o poetiche, per esempio negli ambienti sotterranei fantastici di Dante, o in quelli di Jonathan Swift eccetera. Il motivo particolare di interesse del ciclo del Fiume però è quel flusso eterno, così simbolicamente e praticamente analogo a quello delle autostrade, telaio portante della nostra vita contemporanea: i lavori pubblici, gli investimenti, le infiltrazioni della criminalità organizzata nei gangli vitali, la vita quotidiana degli spostamenti di lavoro e svago, i servizi speciali del telegiornale sulle code dell’esodo estivo, i bambini sul sellino coi nonni che guardano il flusso da un ponte, o gli adolescenti irresponsabili che cercano confusamente «inclusione» là dentro gettandoci qualche pietra. Immagini alla rinfusa, che stanno a significare sino a qual punto tutto, ma proprio tutto là dentro si tiene, va e viene. Levate quel flusso, e dovrete immaginarvi tutt’altra saga, sparirebbero i personaggi, gli ambienti, da sostituire al volo con qualcos’altro. E la domanda suona: gli oppositori delle autostrade ce l’hanno, l’universo alternativo sostitutivo di riferimento? Oppure non hanno capito un tubo, e scimmiottano senza saperlo esattamente gli adolescenti «esclusi» che tirano quelle pietre, col solo rischio di fare qualche morto ma senza cambiare nulla?

Il paradigma e il paracarro

Se si vuole una narrazione diversa, tocca davvero capire prima, almeno, se la possiamo ambientare dentro quell’universo costruito da altri per la propria storia, quella che al momento non ci piace, oppure costruircene un’altra, tertium non datur. Il fatto è, che gli oppositori dell’autostrada mica la capiscono, quella solfa: come il Fiume della Vita di Farmer, quel flusso di asfalto fa sistema, ha dimostrato per un secolo di saperlo fare, legando l’industria privata dei veicoli, e della ricerca, e dell’innovazione, e quel sistema agroindustriale che ci consente di mangiare (non lo possiamo sostituire dall’oggi al domani col pollaio e l’orto della zia), e tutti i nostri consumi, aspettative, sogni, relazioni. Tutto dentro là. Poi se non piace un segmento, di quel flusso, lo si sposta, lo si adatta, certo scontrandosi con gli interessi contingenti che possono essere assai ostici, ma senza sfiorare lo schema generale. Il quale si chiama in gergo «sviluppo del territorio», è un modello vivo e vegeto da quando esistono i mezzi di comunicazione, in sostanza anche da prima dell’automobilismo di massa che ne è la versione attuale. Poi ci sono quelli che continuano a guardarsi indietro, sognando ritorni a non si sa bene cosa, in genere a qualche sprazzo di vita infantile che affascina un po’ di seguaci, o poco altro. Si va a vedere, e si scopre molto alla svelta che quella vita infantile e il suo immaginario dipendevano dal medesimo sistema e modello, identico, solo in una fase diversa. Ergo, per piacere, quando si fanno critiche «globali» cerchiamo di dipingere un grande affresco dove tutto si tiene, altrimenti recitiamo come si deve la parte di quelli incazzati perché qui e ora c’è qualcosa che ci dà fastidio: le corsie davanti a casa, il rumore che non fa ascoltare la Tv, il paesaggio dalla finestra che non è più quello di prima. Va bene, ma poi quando si impreca per «il traffico» o cose del genere, non scordiamoci che il traffico siamo noi, il consumismo lo facciamo noi consumando. Forse, dicendo paradigma, intendevamo solo un paracarro, da spostare perché dà fastidio. Oppositori dell’autostrada: cosa volete? Saperlo aiuta.

SPRAWL: UN MODELLO DI SVILUPPO (il sottoscritto sproloquia presumibilmente a vanvera gesticolando)

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