Bosco Verticale si, Bosco Verticale no

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Foto J. B. Hunter

Il grattacielo più bello del mondo, allo stesso modo del più lungo sfilatino al formaggio certificato dalla commissione Guinness dei Primati, è tema certamente controverso. Leggiamo nelle motivazioni della giuria che ha premiato per il 2014 un notissimo edificio milanese: «Il Bosco Verticale è un progetto meraviglioso! Espressione del bisogno umano di contatto con la natura. I grattacieli boscosi sono un vivido esempio di simbiosi tra architettura e natura. Il progetto è un’idea radicale e coraggiosa per le città di domani, rappresenta sicuramente un modello per lo sviluppo di aree ad alta densità di popolazione in altri paesi europei».

Visto che si tratta di una giuria qualificata, i giudizi non si liquidano certo facendo spallucce, o lanciandosi nelle abituali urla sulla cementificazione, l’ecomostro, pensate a tutelare i panda o le vecchiette indifese eccetera. No: questi giudizi vanno rispettati, al massimo contestualizzati, perché se c’è una critica di fondo possibile a tutti i premi, è quello di allargarsi un po’ troppo al resto dell’universo, proiettando la propria magari indiscutibile meraviglia su cose che non c’entrano proprio. Ergo contestualizziamo un pochetto.

«Espressione del bisogno umano di contatto con la natura»

Esistono vari tipi di contatto, su questo non ci piove, e quello visivo è tra i più importanti, ma non il solo. Le torri denominate intelligentemente, da un punto di vista di marketing, Bosco Verticale offrono in un panorama urbano classicamente dominato da superfici di mattoni, asfalto, vetro e acciaio, una visione senza dubbio nuova, che evoca i boschi veri, che suggerisce un rapporto diretto con quanto urbano in senso stretto non è. Ma oltre la suggestione resta il contesto oggettivo di quel contatto che risponde al bisogno. Il bosco orizzontale, quello vero insomma, ha una serie di caratteristiche ambientali e di fruizione (dal produrre castagne, legna, reti di funghi, tane di animali) che qui ovviamente ci sogniamo, possiamo al massimo scimmiottare, fare trompe-l’oeil. C’è un modo di dire anglosassone che forse riassume piuttosto bene questa confusione fra la parte e il tutto, ed è: see the trees, see the forest. Qui la piccola fregatura è anche esplicitamente dichiarata, se vogliamo, perché ci appare the forest da lontano, ma poi anche comprandoci un appartamento al caro prezzo richiesto, ed entrandoci dentro, si tocca al massimo un tree o due. La cosa davvero interessante da questo punto di vista è la possibilità di sperimentare, in un contesto abitato, nuove tecniche di coltivazione, e magari fare il primo passo perché i prossimi eventuali Boschi verticali assomiglino anche ambientalmente un po’ di più a quelli naturali, oltre a “esprimere il bisogno”.

«Un modello per lo sviluppo di aree ad alta densità di popolazione»

Fra le tante e forse un po’ bistrattate innovazioni introdotte dal razionalismo novecentesco, dalla sua idea di fondo della città come macchina per abitare, c’è la produzione seriale che taglia tempi e abbatte costi. Mettendo insieme l’innovazione formale del see the forest da lontano e l’innovazione tecnologica e organizzativa che rende possibile anche il see and touch the trees a chi entra ad abitare nel bosco verticale, si può più o meno auspicare che: producendo in grande serie questo tipo di edifici, migliorando e adattando via via i requisiti tecnici e spaziali, dovrebbe essere possibile abbattere i costi. Ovvero, far sì che quel modello di sviluppo ad alta densità non diventi pura gentrification, per quanto gentrification governata e attutita da processi di partecipazione locale, come quelli usati per inserire quelle due torri nel quartiere. In assenza di questo tipo di innovazione procedurale, proporre un complesso di superlusso dai prezzi inarrivabili come modello, significa semplicemente leggere la città come mucchio di pietre, più o meno carine nell’aspetto. Lettura legittima, per carità, ma piuttosto campata per aria. In definitiva, chi vivrà vedrà: se di laboratorio si tratta, ci vuole anche qualcuno che studi e tenga sott’occhio le due provette svettanti sul cielo di Milano, producendo rapporti pubblici scaricabili da apposito sito. Per il resto, cose da architetti che lasciamo volentieri agli appassionati.

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