Breve nota sul paesello felice

Foto F. Bottini (con, non di)

Un quotidiano nazionale mette in prima pagina la sua versione terzo millennio di «città ideale» per una volta non guarnita dalle solite visioni elettroniche simil-acquerellate di qualche architetto trendy. La foto, qui, che dà anche il titolo al servizio, è delle «mamme felici» che hanno trovato il modo/mondo ideale per tirar su la famiglia: il piccolo centro fatalmente «a misura d’uomo». Ecco, molto spesso i grandi quotidiani e ovviamente i loro gruppi di interesse economico vengono accusati di reggere la corda, più o meno esplicitamente, ad interessi immobiliari speculativi, spingendo l’opinione pubblica ad accettare come salvezza della patria questo o quel grande progetto. Ma con la storia delle mamme felici, certamente si va oltre, arrivando a santificare con l’imprimatur della salvezza della razza addirittura uno stile di vita, un universo, segnatamente quello suburbano che magari in altre pagine dei medesimi giornali l’intellettuale elitario bolla al solito come «villettopoli».

Perché quel cosiddetto centro minore luogo di ogni delizia familiare, dal focolare domestico alla sicurezza ai servizi al senso di comunità e via elogiando, altro non è che il classicissimo suburbio, giusto riverniciato all’italiana con qualche sovrastruttura identitaria locale, visto che il campanile della pieve antica e/o la villa del riccone ancien régime qui non mancano mai. Ma basta scorrere la narrazione di questo universo di felicità familiare per ritrovare, addirittura in ogni piega e dettaglio, i chiari e i (non dichiarati) scuri già trattati da decenni di letteratura, ricerche, addirittura fiction. E c’è davvero da chiedersi se è realistico supporre, che questi ricercatori, questi giornalisti, non solo non abbiano mai letto The Organisation Man di William Whyte, che è degli anni ’50, ma neppure visto il film Revolutionary Road, tratto certo da un romanzo dello stesso periodo ma riproposto con la coppia Winslet-Di Caprio in anni recentissimi. O scendendo ancora di una tacca o due, ascoltato e guardato le clip del premiatissimo album di Arcade Fire, The Suburbs, con le loro ansie giovanili tra insegne di centri commerciali e segregazione generazionale.

No, quello sparisce come d’incanto, davanti all’immagine umida e morbida delle mamme felici, coi maritini affettuosi e la comunità premurosa tutt’attorno. Ci sarebbe quasi davvero da credere, che nel villaggio di Heidi descritto la felicità la si produca davvero in quantità da esportazione, ma poi viene il sospetto che manchi qualcosa, e cioè la materia prima, le «risorse» per fabbricarla, la felicità mammesca-familiare suburbana: mica campano dei fagioli dell’orto, i nostri concittadini sorridenti. Ma no, chiarisce presto qualche didascalia: il paradiso in terra «sta a un’ora di auto dalla grande città» (quod erat demonstrandum) e lo scenario diventa quantomeno più completo, ovvero che le nostre famiglie sono così felici perché esportano letteralmente l’infelicità, portandola in auto, via superstrada, direttamente sulla soglia di casa dei peccaminosi abitanti di Gomorra. La grande città, luogo in cui le mamme non si riproducono e non sono felici: peccato, peccato mortale. Sarà per via degli appartamenti al quarto piano, sconsigliati da qualche passaggio della Bibbia? Sarà perché andare in bicicletta al lavoro, come qualche eroe locale tenta da alcuni anni, scoraggia le attività riproduttive serali? O magari no: tutta l’infelicità metropolitana sta nel respirare gli orridi scarichi dei Suv delle mamme felici, arrivate giù con l’ora di piena della mattina, o del fine settimana di shopping. Ecco cosa.

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