Psicologia dell’automobile perduta

Se sdraiassimo idealmente sul lettino di un analista qualche miliardo di abitanti del pianeta, facendogli fare una bella anamnesi sui ricordi, l’immaginario, le aspirazioni dell’auto e del mondo che le gira attorno, saremmo letteralmente sommersi da erotismo, riscatti personali, nostalgie di spazi e relazioni. Tutto di tutto, insomma, e solo insistendo parecchio, per quanto con la dovuta cautela dell’analista, si riuscirebbe in qualche caso a cavare qualche cenno dello spostamento dall’origine A alla destinazione B, e/o un paio di conti sui tempi da casello a casello, il consumo di benzina e olio, il combinato disposto dell’ammortamento bollo e assicurazione sul bilancio. Il disastro è che però, questi sono a quanto pare gli unici elementi su cui continuano a pestare senza sosta gli inascoltati profeti (e si capisce bene, anche, perché nessuno li ascolta) del post-automobilismo o demotorizzazione: sono così presi dalla propria foia meccanica ed economico-statistica, da scordarsi che dentro quell’abitacolo ci sta pur sempre l’essere umano, e bisogna rivolgersi a lui, mica al motore che gli ronza sotto il sedere. Tenendo appunto conto di quanto sopra: entrata nella vita collettiva come miracoloso mezzo di trasporto, l’auto personale si è mangiata molto molto altro, e noi ci siamo mangiati lei, per generazioni. Andare oltre questo stato delle cose non può significare rimozione.

C’è vita qui dentro

Forse, quanto detto sopra, si capisce meglio guardato anche dall’altra parte, ovvero dal punto di vista di qualcuno che prova a «venderci» la demotorizzazione spiegando entusiasta che: spenderemo molto meno, non perderemo tempo nella guida e neppure rischieremo più di farci male, non butteremo più risorse preziose in costi fissi (per esempio sobbarcandoci un box auto, o tutta la trafila delle manutenzioni periodiche) vista la disponibilità immediata lì davanti al naso di un veicolo appena ce n’é bisogno, saremo liberi di muoverci qui e là senza il fardello di una tonnellata di lamiera a cui badare di continuo in un modo o nell’altro. Già: ma tutto il resto? Le compagnie di car sharing hanno dovuto spesso intervenire, tra l’altro, per l’uso improprio da «albergo a ore mobile» che dei loro veicoli faceva il mondo della prostituzione di strada. Certo che però, a pensarci bene, «impropria» era la prospettiva delle compagnie: come non pensare, che una delle tante ovvie funzioni dell’auto tradizionale in proprietà non fosse ricercata anche nel veicolo condiviso? Per non parlare dell’altro, classico e pure apparentemente molto «improprio» uso dell’automobile personale come una sorta di cassetto della memoria, contenitore di oggetti materiali e immateriali, o vettore di comportamenti così sedimentati, e intrecciati (pensiamo ai modi e tempi di consumo da grande distribuzione) da avere vita autonoma.

Marketing e gradualità

Quindi, dovrebbe apparire evidente che chiunque non combinerà molto, se non mette in conto questa complessità di aspetti diciamo così «non razionali» nelle nostre scelte collettive e individuali. Vuoi dal punto di vista del mercato (nel bene e nel male) per convincerci ad aprire il borsellino, nella prospettiva che facendo alcune scelte e magari pure dei piccoli sacrifici di adattamento finiremo per star meglio. Vuoi da quello delle politiche pubbliche, che individuano in queste varie proposte del mercato una ragionevole uscita dall’empasse progresso-tradizione nella mobilità, nell’economia, nella tutela dell’ambiente. A meno, naturalmente, di imporci scelte «virtuose» in punta di minaccia, come in fondo non troppo velatamente fanno oggi certe culture neoautoritarie che con la scusa di «salvare il pianeta» di fatto mostrano certi volti arcigni di cui si farebbe assai volentieri a meno. Quali poi possano essere le tecniche di persuasione, e soprattutto di analisi preliminare degli infiniti mondi personali che ruotano attorno all’astro automobile, lo decideranno ovviamente gli interessati, gli esperti, ma siamo in primo luogo noi come cittadini, chiamati a un piccolo sforzo di consapevolezza, diciamo analogo a quello che ci porta, di norma per tutt’altri problemi, a rilassarci e raccontare a un terapeuta. La storia dello spontaneo perduto innamoramento per una cassa di lamiera su quattro ruote.

Riferimenti:
Derek M. Pankratz, Philipp Willigmann, Sarah Kovar, Jordan Sanders, Framing the future of mobility – Using behavioral economics to accelerate consumer adoption, Deloitte University Press, gennaio 2017

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