Problemi sociali e culturali del verde attrezzato: la formazione di una coscienza pubblica (1966)

La difesa e la tutela del verde esigono una coscienza pubblica del problema: gli stessi adempimenti istituzionali e legislativi, e le risultanze di un’azione amministrativa se ne gioverebbero grandemente. L’inizio di un processo di sviluppo economico, con tutte le sue conseguenze di natura sociale, consente, alla nostra società, un esame più sereno, e, ciò che conta, con più concrete prospettive, di questo, come di altri temi di pubblico interesse, fino a ieri soffocati dall’urgenza di problemi primari che per la loro stessa gravità annullavano ogni alternativa. Nonostante la fase congiunturale, nonostante lo sviluppo della nostra economia si trovi anzi in una fase in cui più drammatiche esplodono innumerevoli contraddizioni, nonostante tutto ciò, la stessa rapida corsa ai consumi privati, impone che il tema di un grande consumo pubblico di interesse, passi dalla enunciazione generale, di principio, al vaglio di tutte le sue componenti; ad un esame di dettaglio che prelude o prepara il momento tecnico della realizzazione.

Che le prospettive economiche siano tali da considerare un più realistico approccio di questo grande tema di pubblico interesse non significa che il problema abbia raggiunto analoga maturità nella coscienza pubblica: può anzi accadere, e molte prove dei fatti ci dicono che in realtà così accade, che mentre alcuni notevoli fenomeni di promozione sociale hanno liberato nuove energie e indotto nuovi bisogni nella massa dei cittadini, la ricerca del soddisfacimento di questi è avvenuta spesso in una direzione distorta, in soluzioni rivolte a soddisfare i bisogni fittizi, a scapito di quelli reali. Inutile recriminare su quanto è avvenuto: il fenomeno non è nuovo, né riguarda soltanto noi (Cfr. J.K. Galbraith, La società opulenta), ma investe lo sviluppo di mote altre società. Da tutto ciò è necessario trarre una prima conclusione di carattere sociologico: che l’affrancamento da una situazione di indigenza e il soddisfacimento di alcuni bisogni primari, se creano le condizioni obiettive di base perché altri bisogni di carattere generale e di natura pubblica vengano considerati e risolti, non comportano di per sé una spontanea e matura consapevolezza nel corpo sociale, né una immediata selezioni di natura qualitativa nella priorità dei bisogni da soddisfare.

È necessario che un’azione educativa di grande respiro, accompagni questo momento di delicato sviluppo della società: essa può avvenire attraverso tutte le forme in cui le idee si fanno protagoniste della vita dell’uomo, della funzione culturale che gruppi di minoranza possono esercitare nei confronti di tutta la società, all’azione politica che può essere esercitata a livello associativo e legislativo da parte dei gruppi politici più sensibili e avvertiti, all’intervento di un governo che attraverso un programma di sviluppo economico e tutti gli altri mezzi a propria disposizione, mette in atto, in primo luogo un correttivo alla pura economia di mercato, orientando di conseguenza la domanda di certi beni di consumo, in rapporto ad altri, e può contemporaneamente esercitare nei modi che gli sono consentiti una funzione educativa. Il problema del verde, in tutte le sue correlazioni e implicazioni, è ancora, per noi, un grande tema educativo, un problema non sufficientemente affrontato a livello di opinione pubblica.

Su un quotidiano del nord a grande diffusione, una società immobiliare propaganda in questi termini la propria attività: «procuratevi il lusso dei nostri tempi: una casa nel verde». Segue una descrizione accurata delle paradisiache bellezze di un nuovo complesso residenziale. Non si può negare che l’avviso pubblicitario abbia una sua fedeltà da rivendicare, esprime un tratto caratteristico della nostra cultura: il verde, la piscina, lo spazio attrezzato per i giochi e per lo sport, sono considerati beni di lusso, accessibili a pochi, e si manifesta la tendenza, nel pubblico, al loro raggiungimento, non tanto attraverso una rivendicazione generale all’uso comune di questi beni, ma piuttosto una gara individuale competitiva che isola il problema dalle sue implicazioni di struttura, di organizzazione sociale, per relegarlo nella sfera della soluzione privata, individuale, dove l’appagamento di questo bisogno diventa insieme causa ed effetto di promozione sociale. Sempre più larghi strati di popolazione, arrivano, o aspirano ad arrivare, al soddisfacimento di questi bisogni: ed è forse necessario e scontato che la prima fase di questo processo abbia radici nella separazione, e nel rifiuto, o nell’ignoranza di soluzioni organiche.

Di questo ingannevole mito dell’evasione individuale abbiamo altri esempi, molto interessanti dal punto di vista sociologico; le lottizzazioni che hanno ricoperto le immediate adiacenze delle nostre spiagge di quelle che con felice intuizione un giornalista attento a questi problemi ha definito «villette cavallette» (Giovanni Russo, Corriere della Sera), non fioriscono con tanto favore per la sola volontà speculativa di alcune grosse società immobiliari, ma anche perché trovano radici in modelli culturali che rispecchiano da un lato la giusta esigenza del godimento di beni necessari, dall’altro un’aspirazione a livelli e soluzioni di tipo competitivo non giustificato dal nostro attuale livello di sviluppo, e destinate perciò a generare anarchia e confusione.

Il fenomeno non nasce casualmente; investe in realtà tutta la complessa sfera dei rapporti fra pubblico e privato, che, molto prima dell’insorgere di una problematica dell’economia di mercato e delle sue conseguenti implicazioni economiche e sociali, ha un passato e una tradizione nel nostro paese; in molte sue parti e manifestazioni esso rappresenta la preesistenza culturale di un passato formalmente superato ma che ancora esercita un suo potere condizionante, non solo attraverso gli uomini che in prima persona rappresentano la tradizione, ma anche attraverso il momento legislativo, che ancora non mostra se non per timidi accenni, di voler raccogliere le nuove istanze che la stessa realtà politica del nostro paese, va manifestando. È necessaria perciò da parte di coloro che affrontano sul piano legislativo e su quello amministrativo ed esecutivo il problema del verde pubblico (e delle conseguenti attrezzature ricreative culturali e sportive), una grande attenzione alla sua dimensione socio-culturale. Alla luce delle osservazioni che abbiamo svolto risulta evidente che nell’attuale momento di sviluppo sociale del nostro paese, i problemi metodologici acquistano grande rilievo accanto a quelli politici; il problema di come tradurre la volontà politica in una realtà sociale che si va rivelando molto più complessa e articolata degli stessi schemi politici e ideologici che hanno contribuito, spesso in contrapposizione dialettica, alla sua edificazione.

Il forte incremento della motorizzazione, la diminuzione delle ore di lavoro e l’aumento del tempo libero, sono stati a loro volta fattori determinanti di una intensificazione di rapporti sociali e di un allargamento delle conoscenze individuali e di gruppo, sulle cui conseguenze non è ancora possibile esprimere una compiuta valutazione. A differenza dei mezzi di comunicazione di massa che per loro stessa natura alimentano piuttosto le qualità acritiche dell’utente, le vacanze, prima conseguenza della motorizzazione e del tempo libero (anche quelle collettive, o le pur tanto criticate di tipo aziendale), lasciano all’osservazione individuale, al rapporto diretto dell’uomo con l’ambiente che lo circonda, un margine molto ampio. Si tratta di una straordinaria occasione per gli individui e per i gruppi sociali di esercitare un ruolo di attiva presenza nei confronti della realtà.

È indubbio, ad esempio, che proprio una coscienza collettiva del verde come bene pubblico sarà incrementata dalla gamma di esperienze sociali e culturali che il turismo ha sviluppato in una grande massa di cittadini. Che, come abbiamo già indicato, il soddisfacimento di questo bisogno si orienti in senso competitivo e individuale, piuttosto che in una visione organica e strutturale del problema e delle sue soluzioni, è fatto secondario, del tutto aperto a una molteplicità di soluzioni e a stadi successivi di maturazione culturale e politica. Ma il fatto primario esiste in tutta la sua importanza basilare; resta da individuare, e ciò è indubbiamente più difficile, in quale direzione e verso quale tipo di godimento di questo bene pubblico ci si avvia. Su basi molto approssimative, perché mancano purtroppo, ricerche approfondite in questo campo, si può ritenere che nell’uso del verde, come bene pubblico collettivo, l’interesse sanitario occupi il primo posto in una ipotetica scala di priorità.

E la ragione va evidentemente ricercata nell’alto numero di famiglie che avvertono la carenza di questo servizio in rapporto alle necessità igienico-sanitarie dei propri figli. Questo bisogno si è particolarmente acuito da quando la enorme crescita delle nostre città e la speculazione edilizia hanno ridotto progressivamente lo spazio a disposizione per le libere attività del gioco e per la ricreazione in genere. Una notazione di un certo interesse riguarda gli aspetti educativi del problema: mentre è fortemente sentita la mancanza del verde come bene sanitario, lo spazio attrezzato per i giochi, il verde inteso come bene educativo-ricreativo, è certamente meno avvertito dalla nostra cultura, almeno nella generalità dei casi; una sopravvivenza culturale, legata a condizioni obiettive diverse da quella attuali, assegna forse al bambino italiano una vasta dotazione di potenziali elementi naturali per il libero svolgersi del suo primo e più creativo rapporto con il mondo esterno, trascurando il fatto che la città, crescendo, o crescendo male, si è chiusa in sé stessa e ha interrotto il rapporto immediato del bambino cn la natura circostante.

A questo punto sarebbe giusto accennare ai problemi dei costi di impianto, di manutenzione e di gestione di questo tipo di attrezzature; ma su questo argomento si tornerà più avanti. Si ha ragione di ritenere che nonostante tutto il male che se ne è detto, in rapporto ad un suo sviluppo in senso evasivo, nonostante i guasti a volte irrimediabili che sono stati provocati non solo nel paesaggio ma nella stessa impostazione di funzioni ed obiettivi, in gran parte delle nostre località di maggior richiamo turistico, gli spostamenti di ingenti masse di cittadini attraverso la motorizzazione e il godimento diffuso di periodi brevi e lunghi di vacanza, all’interno del territorio nazionale e all’estero, ha avuto e avrà notevole influenza sullo sviluppo di una coscienza collettiva del verde, anche in rapporto agli aspetti estetici e della residenza. Sarà questa un’influenza non immediata; infatti il bisogno, la fame di alloggi, e il tipo di sviluppo che le nostre maggiori città, Roma in primo luogo, hanno avuto dal dopoguerra ad oggi, condizionano fortemente un libero rapporto fra domanda e offerta nell’attuale mercato edilizio; chi può evade verso il quartiere residenziale, o addirittura nel verde privato, fuori città; chi è costretto da ragioni di natura economica, o deve condizionare la residenza al lavoro, incomincia però a «vedere» i limiti e le carenze del paesaggio urbano che lo circonda; e l’assenza del verde sarà la prima ad essere notata.

Oltre il turismo e le sue conseguenze più dirette sugli atteggiamenti della popolazione non si può negare che una serie di altri fenomeni, meno distinti e classificabili, ma in genere dovuti alla competitività prodotta dalla economia di mercato, concorrono alla formazione di nuovi modelli culturali – nel generale miglioramento dello standard di aspirazioni e di tendenze – che si verifica a livello dei vari gruppi sociali. Una attenta azione di stimolo e di educazione può essere svolta da enti, istituti, associazioni, gruppi politici e culturali, affinché questa grande aspirazione ad un miglioramento sociale non si disperda in una indiscriminata corsa al consumo di beni individuali, ma si traduca invece in una cultura di appartenenza e di partecipazione, e in definitiva esprima modelli culturali di più ampio interesse pubblico e civile.

Per la scuola, i comitati scuola-famiglia, i centri sociali degli enti pubblici, si tratta di intensificare, o di iniziare un’azione di informazione e di chiarificazione. Per i partiti, i sindacati, il libero associazionismo, di accogliere nei propri programmi politici e nel dibattito culturale questo grande tema civile, e di impegnarsi a fondo su di esso; di svolgere in effetti, in tutta ampiezza, quella funzione educativa, che ad essi è richiesta. La stampa nazionale, salvo lodevoli eccezioni (vedi il Mondo, l’Espresso e qualche quotidiano indipendente) non ha dato molto in questo campo, almeno negli anni scorsi; c’è in questi ultimi tempi una ripresa di interesse su alcuni grandi quotidiani di informazione e anche su alcuni organi di partito; bisogna per altro riconoscere che grande importanza per il mantenimento di un certo dibattito su questi temi, è da attribuirsi a un’opera costante di singoli, e all’instancabile azione culturale esercitata da gruppi di pressione quali l’INU, Italia Nostra e altri. Ma se il discorso sulla stampa è molto complesso e ci porterebbe troppo lontano alla ricerca di cause e responsabilità, non si vede perché la televisione di Stato, non debba distinguersi in questo campo con una propria politica culturale, svolta almeno con la stessa efficienza con cui essa giornalmente ci somministra attraverso la pubblicità televisiva modelli molto più banali e del tutto inutili alla formazione di una coscienza pubblica.

Un discorso a parte andrebbe fatto per gli enti locali e per gli istituti di edilizia sovvenzionata. I primi in mezzo a gravi difficoltà economiche e istituzionali, i secondi operanti attraverso leggi settoriali, si sono trovati spesso protagonisti di vicende urbanistiche non sempre esemplari. Certo lo squallore che contraddistingue alcuni quartieri di edilizia pubblica va esaminato sotto più complessi punti di vista, e accanto all’assenza di attrezzature verdi e dei servizi sociali fondamentali, e alla falsa realtà sociale che essi sono destinati ad esprimere per la loro artificiosa composizione sociologica va riconosciuto, nel caso di Roma ad es. un problema che ha la precedenza sugli altri e che è rappresentato dalla difficile integrazione sociale di una massa continua di immigrati che grava su una città dall’incerta destinazione economica. Questo tema di per sé, impone una disciplina di analisi e una ricerca delle cause che rende settoriali e particolari gli altri temi presi separatamente.

Nonostante queste pregiudiziali sfavorevoli di partenza, sembra logico prevedere, che in prospettiva, spetti agli enti locali e agli istituti di edilizia pubblica non solo una attiva e concreta propaganda, per quel settore di verde pubblico direttamente interessato dal piano regolatore, ma anche un’attività pilota di sperimentazione e di studio per quelle che sono le attrezzature del verde di quartiere, in ordine all’impianto e alla manutenzione, ma anche in rapporto alla gestione di questi servizi; gli organi del decentramento amministrativo da un lato, e il lavoro di servizio sociale dall’altro, potranno studiare la miglior forma di gestione, in rapporto ad una più diretta presenza degli utenti in un così importante settore. Va sottolineato che, in tutta la materia c’è una grande carenza di ricerche e che, dati obiettivi di sufficiente rappresentatività, sarebbero quanto mai necessari per ogni futura azione. Il tema è vasto, e articolato nelle sue molte parti. La stampa, gli enti, le associazioni, i partiti politici, la scuola, è necessario che tutti si sentano impegnati a trasferirlo nella propria sfera di azione perché diventi problema di vera cultura e si confronti con la realtà sociale del nostro paese.

da: Urbanistica n. 46-47, maggio 1966 (numero dedicato al verde nel PRG di Roma)

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