Cancellare la povertà suburbana con un trucco statistico?

Foto M.B. Cook

Per mezzo secolo, con varie intensità e narrazioni, si sono scontrate le scuole urbana e antiurbana, o meglio se guardiamo questo scontro in una prospettiva storica basata sull’oggi (in effetti non ne abbiamo altre migliori) quella dei valori civico-sociali e quella familiare-tradizionale. La prima in un modo o nell’altro accettava, in fondo nella scia delle avanguardie storiche e di una bella fetta di sociologia, la sfida della modernità, della convivenza dei diversi, del conflitto economico, ragionevolmente convinta che proprio dal disagio relativo sarebbero scaturite le innovazioni, scientifico-tecniche e politiche, in grado di attenuarne le contraddizioni. La seconda voleva invece al più presto archiviare la concentrazione urbano-industriale come contingente fase di passaggio, servita ad accumulare ricchezza sufficiente per tornare ai veri valori eterni e tradizionali, stavolta sostenuti da alcuni elementi di progresso tecnico. Naturalmente il simbolo più noto e riassumibile in pochissime battute, di questa opzione, è la famosa casa familiare con giardino e steccato bianco, dove la mamma fa la mamma, i figli vanno e vengono da scuola, il papà esce ogni mattina per affrontare la guerra quotidiana e tornare al tramonto con la preda del salario, nella certezza di «non poter mai diventare comunista» come diceva a metà ‘900 l’immobiliarista eroe della guerra fredda, William Levitt.

Il disagio negato

Come ci raccontavano i critici, dentro questo mondo segregato che negava di essere tale, fetta di realtà che nega l’esistenza delle altre fette (perché come ci spiega la signora Thatcher «la società non esiste», solo individui, famiglie, imprese), abbondavano le contraddizioni. Contraddizioni che dal punto di vista dei tradizionalisti, e naturalmente degli interessi materiali a loro interessato sostegno, pure non esistevano, allo stesso modo in cui non esistevano i conflitti familiari, gli squilibri ambientali, i bisogni essenziali privi di risposta e addirittura impossibilitati ad esprimersi in quanto tali. Un altro aspetto della vita inconcepibile, in questa incarnazione in terra del Sogno di ogni essere umano, era la povertà, assoluta o relativa che fosse: nei sogni il disagio è al massimo un’illusione, un errore passeggero che scorre via subito, un vago pensiero. E invece stava acquattata, pronta a evidenziarsi come nel caso dell’ultima crisi e depressione economica, ulteriormente acuita dall’orgogliosa assenza di qualunque forma di welfare locale strutturato, o ammortizzatore diverso dalla privatissima famiglia o privatissimi risparmi individuali. Si è dovuto accumulare qualche lustro di oggettivi studi socioeconomico-statistici, per convincere anche i fondamentalisti che effettivamente non bastavano siepi, steccati bianchi, basse densità, file di «insospettabili linde casette» a nascondere o addirittura esorcizzare la miseria.

La fede fa scherzi bruttissimi

Però il vero credente è in grado di metabolizzare qualunque cosa, anche fingendo autocritica al limite dell’abiura. Certo oggi messi di fronte all’evidenza anche i tradizionalisti familisti filosuburbani a prescindere ammettono a denti stretti, in tante circoscrizioni periferiche metropolitane:

«cala la popolazione, non si costruisce più, crescono i tassi di povertà. Man mano le aree si fanno più povere, cala anche la possibilità di erogare servizi a meno di aumentare molto le imposte, cosa che poi fa scappare anche altre famiglie e imprese, riducendo ulteriormente la base imponibile. Aggiungiamoci anche una cattiva amministrazione, e si capisce quanto diventi difficile invertire la tendenza». (Renn, 2017)

Si noti per inciso quanto nella forma del discorso, tipicamente pervaso da pruderie moralista, la povertà paia davvero sbucata dal nulla, the nightmare at the edge of the dream, e tutto il resto discenda da lì, anziché magari il contrario. Ma il colmo i nostri conservatori tradizionalisti suburbani lo raggiungono nel momento di indicare la terapia, distinguendosi in questo nettamente sia dai pur fantasiosi «sviluppisti progressisti» coi loro spazi e soggetti creativi, sia dai neoconservatori liberali pro domo propria, quelli che in sostanza la povertà continuano a negarla. Perché la proposta a ben vedere ha del surreale: recuperando l’antica aggregazione di comuni contermini, che un tempo rappresentava lo strumento autoritario principale di governo delle aree metropolitane di fatto, vorrebbero in realtà confondere amministrativamente e statisticamente quei suburbi in inner cities, quartieri disagiati della grande città. Ovvero, pur con un elegante e ampio giro di parole, riaffermare che certo, no, nel suburbio la povertà non esiste, non può esistere: guardate i dati censuari per circoscrizioni e troverete conferma. Carta canta. Pfui!

Riferimenti:
Aaron M. Renn, Mergers May Rescue Declining Suburbs, Manhattan Institute, settembre 2017

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