Diario segreto di un cementificatore

muro

Foto F. Bottini

Quando ho cambiato casa qualche anno fa, l’ho fatto in tutta fretta spinto da eventi ai quali dovevo giocoforza adeguarmi, e parecchie cose ho dovuto lasciarle perdere, rinviarle ad altri momenti più opportuni, o magari all’eternità. Fra queste le condizioni piuttosto disastrose della cantina, da cui passo ogni giorno, anche più volte al giorno, perché ci tengo parcheggiata la bicicletta con cui mi muovo in città (non ho a disposizione un box auto, e il cortile non mi pare adeguato per vari motivi). Così pian piano, con intervalli anche lunghi fra un lavoretto e l’altro, ho sgombrato il posto dalle carabattole accumulate nei secoli, risistemato e riverniciato la porta, rifatto il pavimento, rappezzato un po’ e riverniciato le pareti. Quando scendo a parcheggiare o riprendere la bicicletta, o a recuperare qualcosa depositato lì, adesso, non ho più l’impressione di poter incontrare Dracula da un momento all’altro. Ma la voragine, quella era rimasta, senza più le ragnatele e con una cornice bianchiccia, però voragine era, inconfondibile.

Opus Paciugum

Dato che comunque si tratta pur sempre di voragine da cantina, mi sono deciso a far da solo anche quel lavoro un po’ da muratore, andando nel solito centro tempo libero a comprarmi un sacco di cemento e una mezza dozzina di mattoni. L’occasione erano anche le piogge estive, le esondazioni dei fiumi lombardi (sto a poche decine di metri dal corso milanese del Lambro), nonché la presenza ormai quasi fissa di un felino domestico che scruta, da dietro la finestrella a grata aperta sul giardino, dentro quella voragine con l’aria interessata. Al lavoro, per ora a metà dell’opera, quando le cronache ci aggiornano dei nuovi disastri e lutti per le forti piogge, e i giornali si riempiono di nuovo di professori conservazionisti tuonanti contro la cementificazione del territorio. Mi vengono persino i sensi di colpa: vuoi vedere che sono a mia insaputa, col mio sacchettino di preparato per malta istantanea e il mucchietto di mattoni, complice del disastro nazionale. Ci penso un istante e decido che no, molto probabilmente no, anzi sicuramente no: i professori conservazionisti si riferiscono a ben altro genere di cementificazione. Già: ma quale, esattamente? In altre parole: dove finisce la dose per uso strettamente personale di cemento, e dove inizia invece lo spaccio devastatore dell’ambiente e della società.

Cemento integrale

Uso a bella posta il linguaggio tipico delle sostanze e del proibizionismo, perché questo post vorrebbe provare per l’ennesima volta a toccare il tema delle trasformazioni urbane e del territorio in modo laico e non ideologico. Mentre invece l’impressione netta è che certe forme di comunicazione troppo semplificate finiscano per evocare mostri, per fare l’ennesima confusione fra ciò che chiamiamo genericamente progresso e ciò che forse è meglio non nominare neppure. Usare a ogni piè sospinto il neologismo cementificazione, o altri termini analoghi come ecomostro, consumo di suolo, grandi opere, e buttare tutto regolarmente dentro il frullino mediatico di stampa e social network, costruisce alleanze di opinione piuttosto surreali. Surreali perché mescolano il classico atteggiamento nimby (quello originario, per nulla interessato a ciò che avviene altrove) all’ambientalismo in senso proprio, certe posizioni militanti/professionali, e certi atteggiamenti proprio pericolosi e reazionari, ben riassunti dalle speranza in un crollo totale del “sistema” che consentirà finalmente alla comunità degli eletti di chiudersi in sé stessa e ricostruire la civiltà a propria immagine e somiglianza. Alleanze surreali, soprattutto perché destinate ovviamente a non durare neppure quanto le pagine su cui si pubblicano gli strali contro ogni trasformazione qualsivoglia.

I cementificatori a propria insaputa

Cioè: passata la festa gabbato lo santo, appena dalla generica e superficiale opinione si passa ai fatti, ovvero scegliersi una casa, accedere a servizi, pretenderli quei servizi, tutti finiscono per promuovere, per pretendere, la cementificazione, che si chiama né più né meno trasformazione, e così la accettiamo. La differenza starebbe nella qualità di quelle trasformazioni, non certo nel loro esistere o meno. Può benissimo darsi (improbabile direi, ma chissà) che i miei quattro mattoni oltre a chiudere il buco dei topi vampiri inducano in qualche modo il dissesto idrogeologico: bisogna un po’ col buon senso e soprattutto con studi e norme evitare che accada. A cavallo della metà del secolo scorso, tutto ciò che si etichettava come “progresso” diventava automaticamente “buono”. Ci ricordiamo ancora in tanti, quando pure cose come gli incidenti stradali, o peggio, ci venivano in ottima fede raccontati come “prezzo da pagare al progresso”. Una sciocchezza madornale, ovvio, capiamo col senno di poi. Perché siamo “progrediti” in direzioni spesso non auspicabili, i prezzi pagati sono stati decisamente troppi rispetto ai guadagni. E però, se come ci spiegano continuamente i reazionari di ogni sfumatura dobbiamo “imparare dai nonni”, di sicuro si tratta del metodo, non del merito. Ovvero non ripetere i medesimi errori, ovvero non demonizzare il “progresso” esattamente come un tempo lo si santificava. Un muro è un muro, non è il Bene o il Male. Fa bene quando serve a qualcosa di utile e ragionato, fa male quando fa danni diretti, o ne provoca altrove.

Pensare davvero globalmente

Quante persone conosciamo che tuonano contro l’automobile, si spostano solo ed esclusivamente a piedi, in bicicletta, col treno, in modo ideologico e militante, ma di fatto non avrebbero nulla da ridire su cose come le ambulanze, il camion dei pompieri, l’autobus che li porta dalla stazione alla meta finale? Eppure tutto questo fa parte inestricabile del “sistema auto”. La medesima cosa si può dire del “sistema trasformazioni del territorio”: specie in Italia, viviamo in un territorio fortemente artificializzato, e da parecchie generazioni, sia nelle aree urbane che in quelle rurali. Pensare a una improbabile natura che ricostruisce equilibri, o a una marcia indietro verso idilli contadini mai esistiti, non sta né in cielo né in terra, e questo naturalmente lo sa molto bene anche chi parla di “cementificazione” o “ecomostri” e compagnia bella. Però il tono, quasi automaticamente, resta quello, quello che induce i non addetti ai lavori a pensieri assai semplificati, che induce quelle alleanze virtuali tra progressisti e reazionari “contro” ogni trasformazione. La stessa trasformazione che poi appoggeranno, magari acriticamente, presentata in modo diverso, anche se purtroppo è rimasta la stessa. Ne vale la pena? Solo per essere coerenti con le proprie ire contro i “cementificatori” doc, quelli che i danni li fanno davvero e vorrebbero continuare a farli per gonfiarsi il portafoglio? Se vogliamo fermarli, ci vuole consenso sulle cose giuste. E imparare a distinguere.

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