… e cammina cammina, arrivarono in città (o no?)

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Foto A. L. Berra

Spesso critici letterari e non dividono la fantascienza secondo due categorie: quella degli sviluppi davvero coerenti e anticipatori, e quella quasi caricaturale che infila a forza delle innovazioni senza cambiare davvero il contesto. Mentre invece quello cambia eccome, anche quando non si era per nulla previsto, o non si vuole affatto riconoscere il turbine di novità indotte a cascata. Se un antico romano si fosse impegnato a scrivere un Apologo della Biga Senza Cavalli, provando a trarne le conseguenze in modo sistematico come con quello più famoso del corpo umano di Menenio Agrippa, si sarebbe presto accorto che iniziavano a crollargli attorno parecchi pilastri apparentemente saldi della sua civiltà e idea del mondo. Perché il veicolo in grado di scarrozzare in giro tutti quanti, piuttosto alla svelta, poteva prima ribaltare l’idea di strada romana militare o urbana, poi le forme della città che le si raccoglieva attorno, poi le localizzazioni dei Fori, dei templi, dei mercati, e anche la loro forma esterna e interna (determinata dal fatto di farci passare quelle tantissime carrette circolanti senza l’impaccio degli equini). E col rarefarsi dei cavalli, col riorganizzarsi dei mestieri, degli scambi, della difesa e dell’ordine pubblico, chissà che cambiasse anche radicalmente qualcosa di impensabile, come il ruolo delle matrone, o il tipo di reati, o addirittura l’istituto della schiavitù e degli intellettuali di importazione greci.

Ah: saperlo!

Ecco, di sicuro se un romano, o un monaco medievale dentro la sua biblioteca, o qualche bizzarro illuminista ebbro di caffè, avessero davvero sviluppato secondo i criteri della migliore fantascienza questo tipo di intuizione del carro senza cavalli, magari anche il mondo oggi sarebbe piuttosto diverso, e l’avanzata delle truppe cammellate di Henry Ford sarebbe avvenuta con meno cieca istintività, magari con meno inutili distruzioni. E invece alla fine di un secolo marchiato a fuoco dalla filosofia dell’automobile diventata complemento interno del corpo e del cervello umano, ci risulta quasi impossibile provare a riflettere davvero sistematicamente su come potrebbe funzionare qualcosa prescindendo almeno da quella assoluta centralità. Basta pensare alle pur furibonde battaglie attuali sulla cosiddetta «mobilità sostenibile», dove tra militanti delle associazioni biciclettare inchiodati al mito del Tour de France in braghette fluo, o «free marketers» lievemente ottusi che paiono promuovere il pur positivo car sharing in una logica che più autocentrica non si può, per capire quanto il pensiero fantascientifico sia inchiodato da questo punto di vista al genere di edizioni pulp da pendolari. Ovvero si introduce una innovazione incistandola a freddo nel contesto, senza pensare affatto agli effetti o sinergie di sistema, così a casaccio. E nascono quelle idee bizzare inconsistenti di città delle biciclette, o città del car sharing, pronte a morire miseramente giusto perché piove, o perché qualcuno va a guardare i (necessariamente esosi) prelievi dalle carta di credito, per quegli allegri spostamenti nel veicolo condiviso. E invece …

L’essere umano al centro (lo dicono pure i leader religiosi)

Pare davvero curioso che, proprio nel momento in cui in tantissimi si rivolgono alla religione per trovare un po’ di speranza e conforto, il messaggio di pur prestigiosissimi personaggi come il Papa, o gli influenti Imam, o il Dalai Lama, non venga colto alla lettera: al centro del nostro pensiero e sensibilità, ci siamo noi, gli esseri umani, naturalmente inseriti nel contesto ambientale, sociale, culturale. Facile, no? E invece facile non è affatto, se poi ce ne scordiamo un secondo più tardi, appena si passa a ragionare di quel contesto, ad esempio riguardo a città e mobilità, e ad esempio giusto in quei due piccoli comparti citati, della miracolistica bicicletta o del postmoderno giovanilista car sharing. Diamo retta ai veri profeti, e rimettiamo «l’essere umano al centro»: è lui (e lei, non scordiamo le pari opportunità) da scarrozzare con o senza cavalli qui e là nello spazio, non il veicolo o le infrastrutture dedicate o i flussi di risorse, interessi, denaro. E per far sì che la nostra persona umana scorazzi al meglio, diciamo parafrasando l’Ecclesiaste che c’è un tempo per guardarla in sé, e un tempo per guardarla in scatola o in sella o che altro: è lei, la persona, la protagonista, non le ruote o rotelle o strisce o cordoli o lucine di segnalazione. E che fa, la nostra persona, di preferenza e in sé, per spostarsi? Di norma cammina, piede avanti, appoggio, equilibrio, altro piede, e via di seguito. D’altra parte anche quei meccanici dei razionalisti novecenteschi all’inizio l’avevan pur detto, che si partiva da lì, dalle misure umane passi inclusi, ma poi ce lo siamo scordato, cacciandoci dentro alla rinfusa ruote e rotelle. Beh, ripartiamo da lì, e ragioniamo come si deve, come ci ha insegnato la migliore fantascienza.

Riferimenti:
ARUP, Cities alive: towards a walking world, ricerca luglio 2016

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