Fumati questa bella automobile!

crossroads

Foto J.B. Hunter

«Ti picchia perché ti ama». Quante volte abbiamo sentito ripetere questa frase al limite della demenza, che pare accompagnare i commenti di certi genitori diciamo così protettivi, alle violenze domestiche? Ovvio che qualunque persona con un briciolo di sensibilità trovi cose del genere piuttosto repellenti, nonché indice di percezione distorta, che sembra intendere: le intenzioni sono buone, ergo non può far davvero male! Ma se nel caso di una contraddizione così vistosa non ci sono dubbi, in altri casi più sfumati e soggettivi le cose cambiano, anche parecchio. Più precisamente: quanti nostri comportamenti e consumi danneggiano in modo anche grave il nostro prossimo e il mondo, ma pur davanti all’evidenza ci ostiniamo a negarla, per via delle intenzioni innocue? Un esempio molto noto è quello dei consumi alimentari, anzi così noto da essere alla base della formazione di interi e lucrosi segmenti di mercato dettati proprio dalle differenti sensibilità. Ci sono alimenti (la filiera dell’allevamento da carni per prima) che in tutte le fasi e passaggi evidenziano impatti micidiali sul territorio, l’aria, l’acqua, le emissioni, sfruttamento di manodopera, consumi energetici, manipolazioni mediatiche, espliciti crimini regolarmente perseguiti dalle magistrature. Tutto al solo scopo di portarci in tavola qualcosa che consumiamo «innocentemente»: e che c’entriamo mai noi, con tutte quelle disgrazie? Ottusamente ignari che il disastro si autofinanzia proprio grazie a quanto abbiamo pagato il nostro pacchettino al negozio.

Stili di vita criminale

Se si nega l’evidenza di una correlazione tanto lineare come quella del cibo, figuriamoci poi con altri aspetti dei nostri stili di vita, dall’abitare al lavorare allo spostarci o far qualcosa nel tempo libero. Però, al crescere della complessità, dovrebbe e davvero potrebbe crescere anche il «ruolo del metodo» nelle nostre valutazioni. Metodo che – intendiamoci bene almeno su questo punto – non consiste affatto nel flagellarsi eventuale, per comportamenti «sbagliati» da qualche punto di vista, pentirsi e tornare su misteriose rette vie. Solo, capire che tutto si tiene, e non c’è un particolare destino cinico e baro, a costringerci a fare quelle cose così come le facciamo: tutto dipende da libere scelte, che poi siano o no consapevoli, appunto dobbiamo rendercene conto. Una, solo una (perché ce ne sarebbero davvero tante, e correlate) ma piuttosto riassuntiva, è l’abitare. Quante volte ascoltiamo persone, ivi compresi noi stessi, raccontare che per il riscaldamento di casa, o l’acqua calda, o infine soprattutto i trasporti, «vorrei opzioni più ecologiche, ma purtroppo sono costretto …». Costretto da cosa, di grazia? Ecco, un po’ di anamnesi non guasta di sicuro. Andare indietro nel tempo, un po’ di più, un po’ di meno, scovare quelle Sliding Doors esistenziali piccole e meno piccole, le alternative che si presentano, e quel che abbiamo fatto. Perché? Abbiamo capito, allora, che c’era una possibilità diversa? E adesso? Almeno ci rendiamo conto del continuo proporsi di cose analoghe?

Alternative, un pochino

Non c’è nulla di meglio del piccolo trauma della discontinuità, per aprire nuovi micro-orizzonti (almeno a chi vuol vederli). Una mattina con l’auto che non parte, o sta dal meccanico, o il posto dove dobbiamo andare strilla «non usare l’auto!». Ed ecco che almeno su quel fronte l’anamnesi scatta da sola, quando si scopre di arrivare ugualmente nei posti anche senza il passaggio rituale dell’abitacolo, del parcheggio, del pensiero inconsapevolmente fisso sul pieno, l’olio, il tagliando, il bollo, manco fosse la salute personale. Fatta la commissione, tutto torna come prima, ma dovrebbe restare uno strascico, quella domanda che suona più o meno «ma non si può rifare? Non era malaccio». E la risposta potrebbe adesso arricchirsi di quel dato traumatico, a suo modo minaccioso, sulla scia di cadaveri che quella nostra auto si lascia letteralmente alle spalle: potevamo, e possiamo ancora, ridurre le vittime dell’inquinamento da scarichi cambiando qualcosa nelle nostre abitudini? O meglio ancora: perché mai ci siamo infilati dentro la trappola di quelle abitudini, e ci piacciono così tanto da contribuire ad ammazzare la gente? Perché il dato clinico non lascia scampo: in Europa crepa mezzo milione di esseri umani ogni anno per l’inquinamento, e il 20% circa di quell’inquinamento esce dagli scarichi delle auto. L’ha deciso il destino ineluttabile, o magari quei centomila cadaveri, ripensando alle nostre abitudini, possiamo un tantino sfoltirli. Non pare domanda peregrina.

Riferimenti:
Agenzia Europea per l’Ambiente, Air quality in Europe, rapporto novembre 2016

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