Gentrification e pensiero unico da bancari

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Foto F. Bottini

I bancari una volta erano il ceto impiegatizio di punta, tutte le mamme sognavano per i figli il mitico posto in banca. Adesso da un lato i banchieri sono padroni del mondo, dall’altro pare che non solo il privilegio assoluto del lavorare rotolando dentro i soldi non sia più tale, ma anche il punto di vista sulla realtà che se ne può ricavare si avvicina al surreale. Da queste parti noi ci occupiamo di città, e spesso anche di quella cosa che si chiama gentrification, nelle sue varianti anche percettive, anche distorte come quando quei ragazzi trovati da una giornalista a ridipingere volontariamente la facciata di un edificio a uso collettivo, dichiaravano candidi e pure parecchio disinformati: stiamo facendo la gentrification. Ma coi bancari si va ben oltre i confini dell’universo immaginato.

Non dirmi dove vai, ma quanto costa

La sostituzione sociale nei quartieri, anche nella sua forma più esplicita, brutale, impattante, dallo sventramento in stile ottocentesco all’infiltrazione codificata da Ruth Glass a metà XX secolo, ha in buona sostanza un solo portato positivo: aumenta, in questi quartieri, la qualità urbana. Ovvero, se prima avevamo per motivi storici, sociali, politici o altro, un certo degrado delle strutture, o una mescolanza di spazi e funzioni ben lontana dall’ottimo o anche dal decente, in un modo o nell’altro l’iniezione dei nuovi abitanti a reddito più elevato coincide con qualche miglioramento, a volte con un vero e proprio ribaltamento. Si demoliscono le case troppo fatiscenti, si ripuliscono le altre, si adeguano infrastrutture e servizi, e in seconda battuta inizia quel processo di spillover della riqualificazione che riguarda sia il tessuto edilizio che quello economico e delle attività (esempio classico un negozio che cambia completamente clientela, indipendentemente dalla sua capacità o volontà di adeguarsi). Però appunto il termine gentrification, comunque inteso, da destra da sinistra da discipline varie, riguarda l’impasto socio-spaziale detto città, anche quando vogliamo privilegiare come legittimo un aspetto sull’altro. I bancari no: loro a quanto pare fanno come quei ragazzini gentrificatori a vanvera.

I bancari avranno magari un’anima, ma di sicuro non una casa

E veniamo al dunque: come fanno questi curiosi esseri alieni paludati da cravatte di vario gusto a studiare a modo loro quella che chiamano gentrification? Ne è un esempio piuttosto lampante la ricerca condotta da Daniel Hartley e Daniel Kolliner della Federal Reserve Bank, e dal titolo apparentemente comprensivo: “La gentrification nei quartieri urbani prima e dopo la crisi”, ovvero e logicamente dal loro punto di vista prima e dopo la stretta creditizia. Ma è soprattutto il criterio di lettura dell’evolversi dei fenomeni ad essere illuminante. Nel periodo del credito facile ci sono stati parecchi investimenti in quartieri a basso reddito, per farci appunto la cosiddetta gentrification, di solito per sostituzione edilizia anche di grosse dimensioni (cosa più simile al modello ottocentesco che alla terminologia sociologica più recente). La domanda che si pongono i due studiosi di formazione bancaria, è cosa sia invece successo dopo che le loro banche hanno stretto i cordoni della borsa con la recessione. Ma per farlo “Abbiamo comparato le fasce di reddito nei quartieri centrali metropolitani rispetto alle aree suburbane a partire dal 2000. Osservando le variazioni di reddito medio fra le città e il suburbio, possiamo vedere quali aree metropolitane sperimentano una certa crescita nel centro rispetto alla periferia. E abbiamo rilevato come nelle città che crescono di più questa crescita sia spinta soprattutto dai quartieri di reddito inferiore che si spostano verso fasce più alte. Un indicatore coerente con la gentrification, quando abitanti di reddito superiore si spostano in questi quartieri”.

A chi siamo in mano

Ora, una cosa è sicura, e solo una: l’indicatore è coerente, nel senso che non contraddice. Cresce il reddito in alcuni quartieri, e può anche darsi che la cosa sia determinata dal trasloco di qualcuno che guadagna di più. In teoria potrebbe anche trattarsi di qualcosa d’altro (gli abitanti tradizionali hanno vinto alla lotteria, per esempio) ma prendiamo per buono il criterio, pensando che ci saranno dei riscontri incrociati, che quei “quartieri a basso reddito” siano inquadrati da criteri statistici tali da supportare quel giudizio. Ma è ancora una volta l’uso a dir poco disinvolto del termine gentrification a lasciare esterrefatti. Ricordiamo che il termine nasce con caratteristiche ben precise: una graduale ma massiccia sostituzione sociale senza altrettanto massiccia sostituzione edilizia, che espelle silenziosamente i ceti operai e in generale il tessuto socioeconomico di un’area. Come spesso succede con tanti termini, l’uso corrente e spesso davvero scorretto finisce per banalizzarli: prima allargando il campo dal punto di vista urbanistico, a sostituzioni edilizie importanti, quasi la sovrapposizione completa di un nuovo quartiere al vecchio; poi ribaltandone la valenza sociale, sino a considerare sempre positivo il processo, perché fa crescere i valori immobiliari, liquidando come irrilevante il dramma delle famiglie espulse e lo sradicamento di quanti provano a resistere. Con questo studio però la gentrification emigra decisamente su un altro pianeta, staccandosi del tutto dall’orbita dell’ambiente urbano per atterrare nelle statistiche del reddito, che abbia o non abbia rapporti col luogo. Ovvero, immaginiamoci per assurdo che un folto gruppo di persone stabilisca di botto la propria residenza in un quartiere, e che queste persone abbiano una dichiarazione dei redditi più corposa rispetto alla media degli altri abitanti: questo non contraddice certo la gentrification, ma in sé non vuol dire nulla, al massimo è una premessa. Ci vuole fede, fede cieca in certe mani invisibili, per chiamare così qualcosa di semplicemente possibile. Sono cresciuti i valori immobiliari? I nostri nuovi abitanti stanno spendendo per riqualificare il quartiere? Ci sono segnali di evoluzione delle attività commerciali e produttive e di servizio nell’area? Mistero. Pare una specie di versione di quartiere della fede liberale: quando qualcuno fa i soldi, è un bene per tutto il mondo, nel caso specifico statisticamente riferito al piccolo mondo del quartiere. Che miseria.

Riferimenti:

Daniel Hartley, Daniel Kolliner, Neighborhood Gentrification during the Boom and After, Federal Reserve Bank of Cleveland, 2014

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