Gli standard urbani dementi del liberismo

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Foto J. B. Hunter

Sappiamo per esperienza diretta come funziona da sempre una certa «promessa liberale» (e ahimè non solo liberale) di ispirazione praticamente religiosa: si soffre nell’immediato per godere nel medio-lungo periodo. C’è anche un preciso e consolidato iter di rapporto con l’ambiente, da questo punto di vista, che funziona più o meno con lo sfruttare e in sostanza obliterare qualunque cosa ci stia attorno, allo scopo di arricchirci e potersi spostare là dove nessuno ha ancora fatto la medesima cosa. Pensandoci un istante, tutta la solfa del «vado a vivere in campagna», così come ce la propinano dagli albori della suburbanizzazione otto-novecentesca, viaggia saldamente su questi binari. Da un lato c’è la città dei fumi irrespirabili indispensabili al progresso, e quando qualcuno si chiede che progresso ci sia nel soffocare e star male, la risposta è proprio quella: per potersi comprare in futuro un pezzetto di campagna coi soldi guadagnati nel progresso, no? Solo galleggiando in una gonza fede del genere, appaiono tollerabili cose altrimenti aberranti come ciminiere davanti alla finestra (nella prima città industriale), o assenza totale di vita diversa da quella produttiva, negli spazi dello zoning segregato dei decenni successivi. Una risposta diciamo così «laica», per quanto abbastanza meccanica e quasi esclusivamente quantitativa, è quella degli standard introdotti dalla cultura urbana razionalista.

La macchina umanizzata

Spesso si criticano, anche motivatamente, gli approcci troppo schematici alla distribuzione funzionale e dei servizi così come sistematizzati all’alba del secondo dopoguerra nella Carta di Atene (ma già applicati e sperimentati da un ventennio). Ma a onor del vero occorre ricordare che quei criteri vanno a mettere autorevolmente il dito sulla piaga, di una città che sino a quel momento sostanzialmente se ne fregava di qualsiasi criterio scientifico, e slegava i propri assetti organizzativi dall’idea complessiva di welfare, salute, giustizia. Con gli standard, resi assai efficaci anche dall’applicazione sistematica di quel tassello di mosaico rappresentato dalla sociologica neighborhood unit (che ne localizza l’applicazione e verifica i bilanci), si attenua parecchio la brutalità dell’approccio fideistico di felicità futura in cambio di sofferenza attuale. La città diviene così, potenzialmente, luogo di vita vera, con le sue aspettative, le qualità, gli equilibri. Si può pretendere cioè di considerarla ambiente umano a tutto tondo, nello spazio e nel tempo, pur con quelle ancora meccaniche rigidità imposte dallo zoning low-tech dell’epoca, le quali dipendono però dallo stato reale delle cose più che da una vera perversione teorica. Insomma, calcolare scientificamente quel che fa star bene, distinguendolo da quel che fa star male promettendo dei soldi in cambio, è un gran balzo avanti per l’umanità. Ma ci sono sempre in agguato i reazionari, come sappiamo, e mica tutti scemi.

Reazionari postmoderni all’attacco

Pare significativo sottolineare, come tutto il dibattito sulla necessità di «andare oltre» la città razionalista, sembri orientato prevalentemente al passato. Il che appare ovvio in quelle formulazioni new urbanism, vuoi nell’interpretazione alla Principe Carlo del villaggio tradizionale per la famiglia altrettanto tradizionale, vuoi nella versione creative class dei quartierini di tendenza per giovani milionari, sostanzialmente concepiti come una specie di castello o gated community di privilegiati, socialmente odiosa e urbanisticamente insignificante quanto una caserma. Appare meno ovvio, questo rivolgersi nostalgicamente e con spirito reazionario al passato, quando si parla di mescolare funzioni e superare lo standard quantitativo. Parrebbe giusto e sacrosanto, fare entrambe le cose, a fronte dell’approccio meccanico tanto criticato dei razionalisti novecenteschi, ma poi si arriva al dunque, quando si vede sotto sotto cosa significhi in pratica. L’esempio molto recente del «verde tecnologico urbano», spesso spacciato come vera e propria alternativa al verde inteso come parchi e giardini calcolati al metro quadro per persona, e chissà perché sostituiti da altro verde che si fruisce al massimo con uno sguardo estetizzante lontano, la dice lunga. Adesso, come sempre, pare che ai reazionari corra in soccorso addirittura la «scienza», con una ricerca (significativamente partorita da una business school universitaria) dove si sottolinea l’ovvio: il paesaggio rilassante, che fa mettere in pace con sé stessi e col mondo, non deve per forza essere tutto o quasi composto di verzura. E chi l’aveva mai detto, che salute e benessere psicofisico si calcolassero in tonnellate di foglie? Non l’aveva mai detto nessuno, ma i nostri eroi della business school ci farciscono di ineccepibili metodi tabelle grafici e fonti, per ricordarci la nuova fede destrorsa, secondo cui bisogna abbandonare la quantità (garantita e verificabile), per la qualità (oggetto di fede e del tutto soggettiva). Diffidare come della peste nera, perché tra un po’ vorranno sostituire gli standard obbligatori di parchi e giardini con un videogioco, un’app, chissà. I fascisti in camice bianco sono pur sempre fascisti, no?

Riferimenti:
– Chanuki Illushka Seresinhe, Tobias Preis, Helen Susannah Moat, Quantifying the Impact of Scenic Environments on Health, Nature Scientific Report, novembre 2015
 – Sarah Knapton, Beautiful urban architecture boosts health as much as green spaces, The Telegraph, 28 dicembre 2015

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