I semafori sono una boiata pazzesca

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Foto J. B. Hunter

In principio c’è un orologio, e la sua capacità di trasformare il flusso continuo del tempo in un regolare tic-tac, suddividendo l’eternità in comode porzioni uniche aggregabili a piacere. Gran cosa, potersi così liberare dall’incombere di un destino ineluttabile, quel tempo eterno che ci schiacciava, e la macchina a ingranaggi che iniziava a scandirlo in questo modo meccanico strumentale apriva anche a grandi sviluppi successivi, a liberarci da tante altre schiavitù, come quella di poter contare solo sulle nostre poche forze fisiche nel muoverci da un punto all’altro della terra. Macchine mobili, che si caricavano il nostro peso con tanta efficienza in più rispetto ai primi rudimentali carretti, dapprima montate sui binari, e poi liberamente scatenate per le ex stradine polverose allargate e asfaltate ad hoc per i nuovi bolidi che citando il futurista Filippo Tommaso Marinetti:

Ebbra di spazio, scalpita e freme d’angoscia
Rodendo il morso con striduli denti…
Formidabile mostro dagli occhi di fucina,
Nutrito di fiamma e d’olî minerali,
Avido d’orizzonti e di prede siderali

Ma tra quelle prede siderali come si scoprì assai presto c’eravamo soprattutto noialtri nelle vesti di pedoni, o alla guida di altri trabiccoli simili a cui capitasse di incrociare la cugina che rode il morso con striduli denti. Urgeva un rimedio, e si impose così quello apparentemente più razionale ed equo: era nato il semaforo.

Vent’anni dopo

Il fiume di auto in direzione nord-sud rallenta, e poi si ferma del tutto. Per un istante l’incrocio resta vuoto e libero, ma quasi subito viene riempito dal flusso perpendicolare dei veicoli che procedono sull’asse est-ovest, mentre davanti alle automobili ferme in attesa sfila la folla dei pedoni diretti al marciapiede opposto nelle due direzioni. Un’immagine novecentesca di precisione meccanica, in cui quell’antica scansione a tic-tac per ridurre a comode e digeribili porzioni l’eternità, pare diventata il nuovo potere assoluto, che ci detta tempi e ritmi della vita. Peccato che le cose non vadano esattamente così: in quei semafori si verifica, toccando dolorosamente con mano, la distanza fra l’essere umano e la macchina, fra ciò che funziona meccanicamente e ciò che a volte (di rado) può provarci, ma non è certamente fatto per quel genere di esistenza. E si scopre con dolore, questa idiosincrasia, perché ovviamente si tratta di incidenti, di morti e feriti, di danni, disperazioni, traumi. Ma la risposta per un lungo periodo pare non cogliere il punto: inviti a fare più attenzione, e maggiore segregazione dei flussi, sovrappassi e sottopassi, corsie parallele dedicate, cordoli, barriere, dislivelli. Se il problema era l’attrito tra umani e meccanica, assurdamente si accresce in modo esponenziale la quota di elementi meccanici nella vita urbana, sperando così di ridurre l’attrito. Assurdo, ma ci vorrà parecchio a capirlo.

Oggi e domani

C’è voluta buona parte di un intero secolo, passato a verificare con l’esperienza diretta che l’entusiasmo del Futurismo per il «formidabile mostro dagli occhi di fucina» era eccessivo, e poi iniziare a riflettere su possibilità alternative di convivenza, meno dipendente dalla logica meccanica. Oggi la parola d’ordine che si sta provando a imporre è convivenza, condivisione di spazi e tempi, non più ultraspecializzazione e flussi separati: l’attrito, perché quello è ineliminabile, si riduce al minimo proprio adattandosi gli uni agli altri, non scimmiottando ridicolmente e pericolosamente ciò che non si può diventare. Il riscontro, molto pratico, terra terra tanto quanto alate erano le rime di Marinetti, è che così facendo calano vistosamente gli incidenti: meno semafori, più spazi regolamentati ma condivisi, meno morti e feriti. Un concetto che però a quanto pare si fatica a far assimilare alla cultura tecnica, a quella amministrativa, a una montagna di norme e regole cresciute nei decenni, e ora da diradare se non da cestinare. Certo alla macchina e ai suoi tempi meccanici nessuno ha intenzione di rinunciare, e men che meno a quella versione del trasporto individuale e familiare che ha ribaltato come un calzino il ‘900. Ma così come ci siamo liberati dall’eternità facendola a fettine con quell’antico tic-tac, adesso liberiamoci dalla dittatura dell’aspirazione compressione scoppio scarico, magari a partire da quelle lucette a tre colori, che ci fanno comportare come burattini.

Riferimenti:
Ben Ross, Walk signals are bad for walking, Greater Greater Washington, 16 maggio 2016

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