Il bottegaio resiliente del terzo millennio

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Foto J. B. Hunter

Come tutti sappiamo benissimo, la quasi perfetta sovrapposizione fra ambiente urbano e attività commerciale è stata letteralmente distrutta nell’arco di pochissimi anni, dopo millenni di relativa stabilità, dall’ascesa dello scatolone suburbano automobilistico a metà del XX secolo. Se nella sua terra di origine, il Nord America, lo shopping mall introverso ad aria condizionata si è per così dire (semplificando molto, ovviamente) sostituito fisiologicamente alla precedente organizzazione della via commerciale, da cui ha in sostanza aspirato attività, nel continente europeo il suo sbarco e affermazione sono stati un processo più articolato e contraddittorio. Fra i motivi principali di questa maggiore e affatto lineare complessità, ci sono sia fattori interni alle caratteristiche organizzative del settore, sia altri che riguardano la forma insediativa. Negli Usa avviene infatti che la stessa nascita di questa tipologia abbia come presupposto la prevalenza di grandi e grandissimi operatori, già dominanti sul mercato urbano, che pur cambiando modus operandi iniziano a fondare sedi decentrate. L’altro fattore è che questo decentramento avviene per adattarsi a una tendenza contemporanea alla dispersione insediativa, di fatto pianificata come una sorta di modello di sviluppo nazionale, che ha al centro edilizia, infrastrutture, beni di consumo durevole legati alla casa e all’automobilismo. In Europa invece prima di tutto lo scatolone sbarca come organismo già definito, fisicamente e organizzativamente, e poi ciò avviene in regioni urbane dall’organizzazione assai più compatta e complessa.

Il toro in cristalleria

Lo shopping mall all’americana nel vecchio continente inizia a operare nei modi sperimentati in patria, ma in un contesto diverso, sia per l’assenza dello sbilanciamento suburbano, sia per il permanere piuttosto solido in un primo tempo del classico commercio urbano insediato nelle arterie a grande scorrimento (le stesse da cui negli Usa erano invece partiti gli operatori per trasferirsi altrove). Più o meno in tutti i contesti nazionali, le dinamiche sono simili, ma risulta di particolare interesse osservare il caso britannico in cui, sia per maggiori affinità culturali, sia per un certo anticipo rispetto agli altri paesi nell’importazione del modello, certi effetti e reazioni hanno modo di manifestarsi prima. Solo per rimanere a cose assai recenti, basta citare i forte dibattito sulle norme urbanistiche nazionali cosiddette di approccio sequenziale (che in sostanza sulla base di indagini di fabbisogno privilegiano in qualche modo gli insediamenti più urbani), oppure la Commissione parlamentare per la rivitalizzazione delle arterie commerciali, presieduta dalla signora Mary Portas e attiva da alcuni anni con varie iniziative di progetti pilota e modifiche normative. Fra le cose più rilevanti del dibattito di settore, va rimarcato il progressivo riavvicinamento, sia teorico che operativo che normativo, fra politiche specifiche e pratiche di rigenerazione urbana in senso lato.

Il commercio non è, senza città

Detto in termini molto sintetici, e contrariamente a quanto pensano molti osservatori e operatori, un po’ disinformati o solo faziosi, è opinione di chi studia il fenomeno che «non è nell’interesse di nessuno cercare di far sopravvivere uno stereotipo storico di arteria commerciale urbana dominata da esercizi tradizionali. Qualsiasi intervento deve invece mirare alla costruzione di contesti che accrescano il valore delle economie e avvantaggino la cittadinanza nel suo insieme. In particolare, orientarsi a favorire spazi urbani e arterie in grado di garantire diversi equilibri fra esercizi anche tradizionali, servizi, residenza, spazi pubblici, funzioni culturali e per il tempo libero». E in effetti pare che questo orientamento ormai maggioritario, anche sulla base di una ormai lunga esperienza di successi e fallimenti, sia esattamente in linea con altre tendenze per così dire “desegreganti” delle politiche urbane contemporanee, vuoi favorite da nuove tecnologie e organizzazioni, vuoi spinte dall’emergere della crisi climatica ed energetica, sino ad affermare come centrale il principio della resilienza. Cosa significa applicare coerentemente al commercio urbano questo criterio della resilienza? Se lo sono chiesti di recente un gruppo di studiosi specializzati, e i loro interventi sono raccolti nel breve ma denso opuscolo dell’Università di Southampton allegato di seguito.

Riferimenti – il link apre direttamente il pdf del rapporto:

Neil Wrigley, Erin Brookes (a cura di), Evolving High Streets: Resilience & Reinvention, University of Southampton, Economic and Social Research Council, 2014

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