Il bottegaio suicida (a sua insaputa)

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Foto F. Bottini

Non si da’ notizia di un’automobile entrata in un negozio a comprare qualcosa. Succede invece che dall’automobile esca qualcuno, che poi entra a svuotare un po’ il portafoglio, e per facilitargli il gesto, il commerciante provvede a mettere l’ingresso del negozio vicino al punto di sosta dell’auto (di solito non ci si lancia dall’auto in corsa per lo shopping). L’idea poi si allarga sino a far pensare addirittura la strada come propaggine del negozio, così da rendere più facile la realizzazione del sogno di ogni vero automobilista: piantarla di essere automobilista, mollare quella ferraglia e sgranchirsi un po’ le gambe, mentre incidentalmente si spendono un po’ di soldi. Esiste da mezzo secolo, il quasi perfetto mondo in cui quel sogno diventa realtà, e si chiama centro commerciale.

Se leggiamo la biografia dell’inventore degli scatoloni con parcheggio integrato, scopriamo di fatto quello che è un percorso lineare con un solo obiettivo, ovvero di riconciliare la città e l’automobile, e che alla fine produce solo lo shopping mall, mentre tante altre idee restano sospese a metà (come le pedonalizzazioni integrate o le reti sotterranee di parcheggi). In altre parole abbiamo mezzo secolo abbondante di storia urbana e commerciale a dimostrare che il rapporto fra la mobilità automobilistica e il consumo, almeno concepito così come lo vogliono i negozianti, si risolve solo e soltanto con quel famoso scatolone, il resto sono tutte pessime imitazioni. Ma i negozianti non vogliono convincersi, e insistono a scimmiottare male quel meccanismo perfetto, creando guai a sé e al prossimo.

Il centro commerciale funziona perché si tratta di uno spazio progettato ad hoc, dove le varie componenti sono coordinate in partenza, e i rapporti tra flussi di traffico ed esercizi commerciali, automobili, pedoni ex automobilisti, vetrine, casse, interfaccia vari, sono studiati nei minimi particolari. Tutt’altra è la pretesa di improvvisare rapporti simili fra una strada qualunque e un esercizio tradizionale affacciato su quella strada, peggio ancora quando gli esercizi sono parecchi e la strada molto trafficata. In pratica è come se ciascun negozio si considerasse al centro del sistema, pensasse la strada solo in funzione del proprio lavoro, e tutto ciò che contraddice questa visione il male assoluto. In buona sostanza nascono così quelle vie intasate di auto in doppia e tripla fila, marciapiedi impraticabili, pochi residui di spazio pubblico praticamente obliterato dai veicoli di clienti e fornitori in sosta. E guai a provare a regolamentare quel guazzabuglio tenendo in mente i flussi “normali” della via: si rischia di essere aggrediti, visto che si sta mettendo in crisi il modello di impresa sedimentato: quella non è una strada, ma il parcheggio del negozio, altro che!

Sinora si trattava di una contraddizione in seno al popolo pronta a scoppiare coi progetti di pedonalizzazioni, zone a traffico limitato, riforma degli arredi urbani, tutto ciò che veniva a interferire col modello di centro commerciale automobilistico virtuale soggettivamente vissuto dagli esercenti. Oggi si affaccia alla ribalta un nuovo pericoloso nemico del bottegaio terzo millennio: la pista ciclabile. E che farà mai, una striscia di asfalto piuttosto esigua, a vie tanto larghe, pensa ingenuamente il non addetto ai lavori? Orrore! Risponderebbe il negoziante, quella strisciolina non è per nulla innocente, è una lama che recide il cordone ombelicale tra sosta dell’auto e ingresso del negozio (o affaccio commerciale) così come lo concepisco da sempre nella mia testa, e così come lo vive di riflesso la mia clientela. Ma devi fartene una ragione, insistono sia i responsabili del traffico, che i ciclisti ansiosi di una propria corsia dedicata, che i cittadini stufi del guazzabuglio in sosta. Ma forse né gli uni né gli altri colgono il livello dello scontro.

Uno scontro che riguarda proprio l’idea di città, lentamente ma impercettibilmente assimilata negli anni (ci sono state addirittura politiche pubbliche orientate in quel senso) a un centro commerciale virtuale, a volte con un po’ di organizzazione, a volte solo con tanta improvvisazione. Si è adeguato soprattutto il modus operandi degli esercenti, la loro mentalità, la loro offerta, le loro rivendicazioni di categoria, tutto pensando a quell’idea. Idea già sconfitta in partenza, perché funziona solo nello scatolone extraurbano, ma può rendere anche scimmiottata male, se si forzano abbastanza le cose. Ma quella pista ciclabile che come la lama di un coltello taglia il cordone ombelicale col cliente, che come un muro chiude la vista aperta alla vetrina, che come un confine separa il portafoglio dalla cassa … Beh, diciamo che non c’è niente da fare, salvo iniziare a cambiare modus operandi, smetterla di pensare al cliente automobilista, e iniziare a guardare a tutti gli altri (sono tanti, possibile che non li vediate?) che non solo non sono affatto infastiditi dalla striscia ciclabile, ma ci pedalano sopra, oppure riprendono a camminare sul marciapiede dove prima stavano sempre auto di traverso. Anche loro hanno un bel portafoglio pronto per essere svuotato, e state tranquilli: non vi entreranno dentro pedalando e suonando il campanello. Perché anche qui vale il medesimo detto: non si conosce a memoria d’uomo il caso di una bicicletta che abbia consumato un cappuccino con brioche …

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