Fra piano e progetto, la differenza salta agli occhi

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Foto F. Bottini

C’erano una volta due mondi distinti, che solo politica e necessità riuscivano a mettere insieme. Uno era fatto soprattutto di disegni, grandi tavole di schizzi o dettagli tecnici, singoli edifici, strade, e non mancavano neppure, e tratteggiare un quadro di insieme, le vedute a volo d’uccello di interi quartieri completi di alberature, piazze e viali monumentali. L’altro era assai più asettico: tabelle di numeri e brevi pagine di spiegazioni, che riguardavano sia i numeri che il modo per leggerli. Quei due mondi distinti si sovrapponevano l’uno all’altro per trasformarsi in realtà, quando abbastanza casualmente si intrecciavano le risorse e la volontà per farlo. Si scopriva però via via che c’erano parecchi vantaggi non solo a rendere più regolare nel tempo quell’incrocio, ma a governarlo in fasi prevedibili già a partire dalla prima concezione. Nacque più o meno così verso la fine del XIX secolo quella che poi divenne nota come urbanistica, nelle varie interpretazioni nazionali delle leggi e delle culture tecnico-amministrative.

Nascosti dietro le parole ci sono i fatti

Come tutte le innovazioni, anche la nuova parola “urbanistica” cercava uno sbocco nell’immaginario collettivo, e per distinguersi dalle due componenti che l’avevano preceduta, abituate di solito a poca pubblicità fuori dagli uffici dove si decideva tutto, si affidò mani e piedi a una delle sue componenti: gli architetti progettisti. Che nel giro di una ventina d’anni scarsi con la loro quasi miracolosa capacità comunicativa, attraverso le riviste specializzate, le mostre mutuate da quelle classiche d’arte, e altre iniziative, riuscirono a imporre al pubblico questa nuova idea di città, territorio, strategie di sviluppo spaziali. Riuscirono però anche a costruirsi a propria immagine e somiglianza un’idea piuttosto sbilanciata, di urbanistica e di territorio, in cui il loro tipo di progetto prevalentemente edilizio occupava quasi tutto, e il loro ruolo nelle decisioni anche. Intendiamoci: non è che il progetto di architettura, dei quartieri, del landscape, delle forme dello spazio pubblico, non fosse centrale, ma esistevano pur sempre tantissime altre componenti, magari meno immediate da comunicare al pubblico, ma altrettanto essenziali. Spesso anche da questo tipo di squilibrio, comunicativo e decisionale, nasceva la confusione di ruoli, o la sottovalutazione di alcuni aspetti, che spesso nel periodo del secondo ‘900 ha condotto al degrado certe zone, per esempio quando erano costruite senza ascoltare i consigli dei sociologi, o degli ambientalisti, o di altre discipline pure importanti tanto quanto gli architetti.

La greenbelt non è un progetto

Mi sono tornate in mente queste considerazioni, quando sulla rete hanno cominciato a girare alcuni post e commenti relativi a Metrobosco, una specie di progetto coordinato di trasformazione delle zone periurbane metropolitane. Tanti di quei commenti facevano una gran confusione, dicendo più o meno: “ah, che bella idea questa, della tutela delle fasce verdi attorno alla città, ci vuole proprio, la greenbelt”. E dimostravano di essere cascati in pieno nel vecchio equivoco che in modo un po’ partigiano confonde il piano col progetto, e qui mescola inopinatamente particolari e contestuali idee di trasformazione, con strategie di pianificazione territoriale e conservazione. Fascia di interposizione verde, a destinazione agricola e naturale, è una destinazione d’uso vincolante dei terreni che circondano un centro urbano, di solito di grandi dimensioni, e necessita di strategie di lungo periodo. Dentro questa fascia, e anche grazie alla conservazione e al vincolo, poi si possono sviluppare progetti vari, singoli e puntuali come la riqualificazione di un borgo rurale, o più coordinati e in serie come nella proposta di Metrobosco, che comprende sia interventi di trasformazione che di promozione, ma alla dimensione appunto del progetto e su tempi medio-brevi. Fra gli esempi peggiori dell’architettura-urbanistica novecentesca, ci sono stati quei quartieri ghetto, in cui il medesimo soggetto decideva tutto sul medesimo tavolo da disegno: le regole, il modo di interpretarle, e i destinatari finali. Cerchiamo di non rifare il medesimo errore di metodo mezzo secolo dopo, in un altro campo come quello, piuttosto delicato, della tutela del territorio agricolo, scambiato come sfondo per esercitazioni formali.

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