Il chilometro zero dell’agricoltura urbana globalizzata

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Foto M. B. Fashion

Quando si parla di bacini alimentari locali, di sistemi autosufficienti, si finisce sempre per scontrarsi fra due opposte percezioni del tema. C’è quella più tradizionalista (usiamo questo termine in senso lato), spesso coincidente con certi deviazionismi commerciali ridicolmente settoriali ma imperanti, che guarda a un improbabile passato davvero autosufficiente, sia per le colture, sia per l’organizzazione del territorio, sia per il genere di consumi finali, cucina, dieta. E c’è chi, insofferente per questa specie di cappa di piombo che gli arriva sulla testa con la scusa dell’ambiente (perché di scusa si tratta, come appare ovvio), tende a rispondere ma al diavolo i vostri piatti tradizionali coi prodotti locali, apriamoci al mondo e l’ambiente proviamo a tutelarlo in altri modi meno reazionari e stupidi. In entrambe le posizioni c’è del giusto: la prima coglie l’assurdo di certe dinamiche attuali del mercato, per cui vengono importati da lontanissimo alimenti che potrebbero essere con grande facilità e convenienza prodotti in loco; la seconda molto ragionevolmente non solo sottolinea l’impossibilità di una vera autosufficienza alimentare territoriale, ma anche l’assurdo di rinunciare agli infiniti vantaggi del progresso umano giusto perché se ne sono trovati alcuni aspetti (fisiologicamente) devianti.

La pianta, le radici, e il vasetto che le porta anche in giro

Il fatto è che, buona parte di questi assai poco titanici scontri culturali, sono del tutto fittizi, e derivano da una forse ricercata distorsione del ragionamento iniziale su qualsiasi bacino autosufficiente locale. In fondo lo sapevano già i primi protagonisti del dibattito sull’equilibrio città campagna, produzione e consumo alimentare ottocenteschi, come la vera questione non fosse di guardare a una improbabile tradizione in quanto tale (necessariamente cancellata, e in positivo, dalla storia), ma capire cosa e come afferissero a produzioni locali, importazioni, esportazioni. Tutta una questione di raggio di influenza, e di uso delle risorse, in senso lato perché lo scambio con l’esterno, così come avviene per aria e acqua e energia solare, avviene pure per il resto. Un esempio pratico e molto terra terra ci viene dalla rilettura del classico Plenty, con cui due giornalisti di Vancouver alcuni anni fa lanciavano a livello internazionale la cosiddetta «dieta delle cento miglia», slogan antesignano del più schematico e ambiguo km0. Il loro racconto, su un anno di alimentazione strettamente locale, ma assai moderna, metropolitana, per nulla rivolta a un inesistente passato (nel caso specifico non siamo certo nelle campagne europee dell’Angelus di Millet), oltre a toccare la disponibilità di colture e alimenti entro un dato bacino territoriale, tocca però un aspetto chiave dei rapporti con l’esterno: proprio il cosa e come.

Immigrazione e alimentazione: una straordinaria risorsa

Nei vagabondaggi alla ricerca di principi nutritivi il più possibile completi, integrati, e perché no pure gustosi e vari, nella loro area metropolitana, i due sperimentatori della dieta delle cento miglia incappano quasi per caso in qualcosa che forse stupirà qualcuno, ma che invece da sempre in fondo fa parte dell’agricoltura urbana locale: le colture esotiche. Ovvero, ciò che al tempo stesso è locale e non lo è, è di importazione dall’esterno ma cresce sul posto, seguendo in buona sostanza un percorso analogo a quello di aria, acqua, sole. Certo lo sappiamo per esperienza e studi, che quasi tutto ciò che è prodotto in un bacino locale viene storicamente da fuori, ma il caso canadese con il suo appiattimento sull’arco di una generazione o due ci mostra assai chiaramente come possano del tutto sostenibilmente da fuori arrivare tecniche e relativi prodotti in grado di indurre una positiva evoluzione, che nulla ha a che vedere col solito guardare alle radici, a ciò che è filologicamente locale e cosa no. Tutto quanto arricchisce l’offerta alimentare, ad esempio un tipo di cereale particolare che cresce là dove non ce la fanno altri tipi, ma solo se curato con alcune tecniche pure di importazione, e da persone che quelle tecniche le hanno portate lì arrivandoci magari per fare sartoria. L’immigrazione porta apporti nutritivi e altri contributi essenziali all’equilibrio del territorio nel bacino locale: ci pensino, quegli scemotti dell’osteria-trattoria del nonno, dove magari sotto sotto si servono cose surgelate che arrivano in aereo.

Riferimenti:

Martin Johnson, 15 Urban Farms and Activists Who Are Changing the Way We Eat, The Root, 8 ottobre 2015

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