Il destino ineluttabile della ciambella metropolitana

PrintUna interpretazione dei fenomeni non si nega a nessuno, e così davanti alle forme urbane possono scatenarsi tutti i tipi di slanci creativi. Per dire che la forma radiale è sinonimo di gerarchia, mentre quella a scacchiera esprime egualitarismo, oppure il contrario, a seconda delle prospettive di osservazione e del motivo per cui si sta contingentemente osservando. Sta di fatto che la scacchiera moderna, nulla a che vedere col campo militare romano come pensano invece in molti, deriva dalle riflessioni tecnico-politiche di un costituzionalista, e non certo da quelle filosofiche di un utopista o simili. Gouverneur Morris, estensore della Costituzione degli Stati Uniti d’America, qualche anno più tardi di fronte all’incarico di presidente della Commissione Strade di New York, con l’incarico di studiare uno schema generale di espansione per la città, non ha particolari dubbi di metodo: nel mondo paleo-industriale all’alba del XIX secolo, in cui già si delineano le potenzialità economiche incredibili dell’energia a vapore applicata anche agli spostamenti (come già fa il suo amico Robert Fulton), bisogna stabilire una specie di equilibrio fra pubblico e privato, ovvero uno spazio per investire, magari pure speculare, e un altro che resta lì a fare da infrastruttura sociale. Da queste considerazioni di larga massima, ovviamente filtrate dai consulenti tecnici, nasce la scacchiera: i viali più ampi sull’asse nord-sud corretto dall’inclinazione dell’isola di Manhattan, le vie ortogonali pure a distanza regolari l’una dall’altra, e ritagliati dentro gli isolati edificabili, una miriade di rettangoli da 80×274 metri.

Tutte le ciambelle riescono col buco

Quella logica, esattamente come la Costituzione federale redatta dalla stessa mano attenta, poi con poche varianti diventa il criterio per lottizzare tutto il paese, ovunque si vada, anche perché risulta facile per esempio comprare un lotto urbano con a disposizione una mappa del genere, senza gran bisogno di conoscere i luoghi. Ma abbastanza presto si capirà che quell’equilibrio ideale fra spazio privato e spazio pubblico non è affatto ideale, per un sacco di motivi: gli ambienti aperti delle vie non sono sufficienti a far respirare la città, e dentro i lotti si soffoca, se si abita troppo nel profondo degli edifici ammassati dentro dall’investitore. Poi c’è anche un altro fattore legato proprio ai volumi degli investimenti, e che scavalca quella dimensione standard degli 80×274 metri per estendersi a zone molto più ampie, definite più o meno secondo i valori immobiliari convenzionali in base a una certa distanza dal centro. Però non si tratta di un banale passaggio da valori più elevati per zone più favorite, ad altri più bassi, ma di qualcosa di più perverso, determinato dalla speculazione, e dalla segregazione, che operano appunto ben oltre quel piccolo rettangolo “costituzionale” dell’equilibrio minimo pubblico-privato. In particolare nel lungo periodo novecentesco dell’espansione metropolitana e suburbanizzazione, i grandi sistemi insediativi hanno assunto lo schema cosiddetto “a ciambella” con al centro il cosiddetto vuoto dei valori immobiliari relativamente e mediamente bassi, anche se non mancano per esempio le impennate dei complessi terziari direzionali. All’esterno di questo buco, la ciambella dei valori più elevati si compone tradizionalmente dell’anello suburbano consolidato cosiddetto interno, spesso più o meno definito dalle grandi arterie tangenziali. Si tratta, forse non è neppure il caso di ribadirlo, anche della distinzione fra aree povere e aree ricche, aree a prevalenza colored e aree wasp, zone dei complessi popolari razionalisti e altre di villini serpeggianti. Ma verso la fine del secolo scorso pare che qualcosa abbia iniziato a cambiare.

Il ricentraggio squilibrato

Per quanto tempo gli studiosi hanno continuato ad avvertire che non si poteva andare avanti così, con quei veri e propri buchi neri urbani che frammentavano la società facevano male all’ambiente, sprecavano occasioni, e così, fra politiche di rigenerazione, riuso delle superfici abbandonate dalle attività industriali, ricerche formali e tecnologiche innovative (dal car sharing nei trasporti al new urbanism in architettura, solo per citare due diversissime cose tra le più note) si è iniziata a notare una ripresa, un certo riempimento del buco. Quante volte si è parlato e si parla delle propensioni al consumo di beni più o meno durevoli che indicano stili di vita urbani inusitati sino a poco tempo fa! Ma altre ricerche, accumulatesi e rese più evidenti dall’esplodere della recessione, indicavano nel frattempo un’altra tendenza, senza necessariamente metterla in relazione con questo mutamento di equilibrio territoriale: la parte piena di ciambella andava svuotandosi di risorse umane, economiche, aspettative. Tutti abbastanza increduli, coloro che per generazioni erano abituati a legare il disagio a una certa qualità spaziale: villini uguale pace e prosperità, palazzoni uguale segregazione, violenza, emarginazione. Non era più così, e il processo di degrado della fascia suburbana era anche piuttosto accelerato, dato che lì mancava ogni genere di anticorpi, di infrastrutture, di reti pubbliche. Oggi tendenzialmente quella ciambella è diventata qualcosa di più complesso, con un centro che si riempie, ma solo di alcune forse fragili ed effimere qualità, un anello non più tanto pacifico e prospero, e che dal punto di vista sociale assomiglia sempre più a quello che era un tempo il centro, e poi il cosiddetto esurbio esterno, dove si mescolano (pur sempre segregati) i due aspetti del disagio e della neo-prosperità suburbana. Ma la vera domanda che sorge, forse, è se sia possibile, con queste dimensioni e velocità dei fenomeni, con i ritmi a cui si sviluppano effetti ambientali, sociali, umani, quell’idea tutta liberale di laissez faire socio-economico-territoriale fissata dal costituzionalista Governeur Morris un paio di secoli fa, nonché rivelatasi subito inadeguata, possa ancora valere qualcosa, non certo alla dimensione di isolato, ma neppure a quella di territorio metropolitano. Altrimenti quel “trionfo della città” cantato da certi economisti liberali un po’ frescaccioni, potrebbe assomigliare troppo al sinistro Verme Trionfante di Edgar Allan Poe, che tutto divora e devasta senza pietà.

Riferimenti:

Luke J. Juday, The Changing Shape of American Cities, Weldon Cooper Center for Public Service, University of Virginia, marzo 2015

Qui per chi non la conoscesse la versione italiana di The Conqueror Worm di Edgar Allan Poe (da cui discende indirettamente per vie un po’ traverse anche il titolo “La Città Conquistatrice” – Il Verme Trionfante

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