Il sogno dell’automobilista

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Foto M. B. Fashion

All’alba del XX secolo si perfeziona, all’insaputa di tutti, l’interfaccia tra i classici due piedi e le nuove quattro ruote. Quando le rivoluzioni sono nell’aria, non è mai chiarissimo né il luogo né il momento esatto in cui scocca la scintilla: forse davanti a una farmacia tedesca dove i pochi mezzi a motore si fermavano ad acquistare il prezioso carburante, o sulla main street di qualche città industriale. Una cosa è certa, ovvero che nel momento in cui la prima Ford Modello T inaugura il mercato di massa che cambierà il mondo nel ‘900, la pompa di benzina ha già assunto la sua struttura fondamentale, è già il prototipo di quel che accadrà poi. La chiamiamo pompa, o distributore, ma pompare o distribuire sono solo il motore immobile di questo pit stop. Di funzioni se ne affiancano obbligatoriamente tante, e almeno altre due, un po’ come nelle fasi del motore a scoppio: decelerazione, sosta, rifornimento, pagamento, accelerazione.

Il fine della velocità è stare fermi

Già negli anni ’20 la questione era così seria che l’avvocato Edward H. Bennet, assai esperto di urbanistica avendo redatto a suo tempo la storica prima ordinanza di zoning di New York, si sentiva in dovere di affiancare alla vera e propria invenzione della freeway un adeguato corrispondente business center del tutto dedicato agli automobilisti, e che ovviamente si sviluppava sul modello originario della pompa di benzina, decelerazione, sosta, fruizione dei servizi vari, accelerazione e via. Il freeway business center era in sostanza l’antenato sia di tutti i possibili autogrill e dintorni, sia (come chiarisce se necessario anche Victor Gruen nelle sue memorie) del centro commerciale in quanto interfaccia perfetto fra l’uomo avvitato sull’automobile e quello che si aggira più naturalmente a piedi, come sognava e sperava di fare. Sta qui in breve l’intuizione commerciale vincente: l’auto ti porta da qualche parte, ma devi uscire da lì per fare qualsiasi altra cosa, salvo eccezioni e vere stravaganze come i vari drive-in, mai diventati vere alternative per motivi intuibili.

Camera di compensazione

Il grande sogno dell’automobilista insomma, pare provato scientificamente, è smettere di essere tale, ma per farlo deve essere comodamente a portata delle cose che gli interessano, ovvero avere a disposizione l’interfaccia perfetto. Può essere il banale parcheggio su strada, non troppo lontano dalla meta o vicino ad altri luoghi intermedi di interesse (il vero principio dello shopping mall) oppure qualcosa di più strutturato e complesso, come consentirgli di accedere ad altri mezzi di trasporto, come accade di norma con traghetti e aeroplani, o coi treni a lunga percorrenza, o le metropolitane per il centro. È così da un secolo: date all’automobilista un modo comodo per mollare l’auto, e lui non ci penserà un minuto. Cosa che sfugge però a quanto pare alla maggior parte dei negozianti ed esercenti vari dei nostri centri urbani, ai quali l’uccellino del malaugurio ha raccontato la favola sbagliata, secondo cui sarebbe l’automobile a fermarsi a prendere un caffè o a comprare mezza dozzina di camicie firmate.

L’evoluzione della specie

Falso, così falso che poi continuate sempre a lamentarvi per la concorrenza sleale degli shopping mall, i quali centri commerciali hanno invece portato alla perfezione proprio la tecnica di far uscire il guidatore, convertendolo in consumatore con le mani libere di svuotare il portafoglio. Qualcuno in realtà lentamente, negli anni in cui con fatica molte amministrazioni sperimentavano spazi pedonali in centro, ha iniziato a capire il trucco, semplicemente perché la gente si fermava come e più di prima davanti alle sue vetrine, entrava, pagava, si fermava anche di più senza l’ansia della multa per divieto. Poi sono arrivate altre incomprensioni, coi progetti di piste ciclabili, che secondo i negozianti restringono la carreggiata, tolgono spazio alla sosta, danneggiano gli affari. Vero? Ancora falso, del tutto falso, perché la bicicletta altro non è che un ottimo ennesimo e forse vincente interfaccia, solo del tutto alieno rispetto all’antica pompa di benzina. L’automobilista del terzo millennio, l’auto l’ha lasciata parcheggiata lontana, a casa, in un piazzale lontanissimo, o magari l’ha proprio lasciata dal concessionario, risparmiando un sacco di soldi che potrà spendere altrove. La decelerazione e sosta, insomma, l’ha fatta altrove, può dedicarsi al resto. A Portland, anche lì, l’hanno capito, e le piste ciclabili i negozianti del centro le vogliono, non le combattono: interfaccia, questo è ancora oggi il trucco vincente, salvo che non ha più le forme antiche del distributore transustanziato in scatolone con parcheggio. Bisogna pur evolversi, almeno una volta ogni cento anni, no?

Riferimenti:

Michael Andersen, Seeing business upsides, Old Town retailers propose protected bike lanes on 2nd, 3rd, Bike Portland, 2014

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