Il poeta urbano e il contadino sudato

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Foto J. B. Gatherer

Inutile girarci attorno: esiste una contraddizione in seno al popolo urbano, che si crede contadino e sogna di esserlo nel posto e nel modo sbagliato. Ovvero colloca, almeno nell’immaginario e in alcune prospettive e pratiche, la propria attività in un contesto irrealistico del tutto diverso sia dallo stato presente delle cose, sia dalla loro evoluzione ragionevolmente prevedibile, che pure a pensarci un istante conosciamo tutti. L’homo urbanus così come esiste da diverse migliaia di anni, che ci dicono diventerà la popolazione quasi totale del pianeta nel giro di un paio di generazioni, non è noto per portare il cappello di paglia, avere le mani callose ma oneste, svegliarsi tutte le notti per aiutare vacche a sgravarsi, seguire spontaneamente i ritmi delle stagioni e del sorgere del sole. Anche oltre questi dichiaratamente folkloristici e ridicoli caratteri, il fatto è che urbano è diventato l’immaginario e lo stile di vita di tutti, almeno nelle aspirazioni che spingono quelle masse ad ammassarsi ancora di più anche in posti abbastanza improbabili, pur di condividere vita e consumi lontani mille miglia dall’antenato col cappello di paglia chino in preghiera (vedi l’emblematico Angelus di Millet) sul mitico solco, miticamente intriso di poco apprezzato sudore.

Da interstizio a infrastruttura portante

Ciò premesso, una delle conseguenze minimali sarebbe che si iniziasse a ragionare sul serio a proposito dei nuovi realistici equilibri da realizzare fra le aspettative di massa da cittadini, e le oggettive esigenze di maggiore integrazione agro-alimentare degli spazi urbani e metropolitani. Storicamente, e in gran parte ancora oggi, per agricoltura urbana (quella che per inciso secondo i calcoli della FAO dà in qualche modo da mangiare alla bellezza di 800 milioni di persone) si continua a intendere quella cosa interstiziale, o tradizionale di prossimità, che è stata per secoli o addirittura millenni. In pratica esistono contemporaneamente da un lato territori propriamente rurali, dal punto di vista economico sociale e di spazio fisico, contigui all’area urbana così come è sempre stato nel mercato regionale tradizionale di scambi; dall’altro negli spazi ad alta densità convivono dentro la residenza, le attività produttive e i servizi, anche superfici verdi a vario titolo, dedicate a produrre alimenti, pur in quantità abbastanza limitata ma col vantaggio della distanza minima dal consumo. Detto in altre parole non c’è alcuna integrazione vera del modello cittadino con quello campagnolo tradizionale, al massimo un tentativo tendenziale di «ruralizzare la città» così come immaginavano certi politici o pianificatori all’inizio del XX secolo.

Il poeta di massa con la cetra

Ma questa ruralizzazione della città non tiene conto di un fattore estremamente importante, che è quello dell’immaginario collettivo. Lo abbiamo detto all’inizio, che l’urbanizzazione del pianeta è prima di tutto urbanizzazione degli stili di vita e delle aspettative: la gente vuole, pretende, di staccarsi da quel mondo rurale, salvo chi lo sogna nostalgicamente, ma senza saper bene di cosa parla. Anzi, riflettiamo meglio un istante proprio su questa fantasia: cosa si immaginano, i nostalgici all’acqua di rose? Di solito una specie di arcadia, dove il lavoro è praticamente una danza come in certi quadri, e loro stessi invece che i contadini chini sui solchi probabilmente si immaginano nella parte di quel tizio che sta a guardarli dall’alto di una collina, magari suonando uno strumento di fianco al tempietto neoclassico tipico di certa iconografia. Ecco: cosa possiamo fare per soddisfare possibilmente questa stravaganza? Una soluzione, per quanto paradossalmente, esiste già a portata di mano, ed è quella di eliminare la società rurale, diciamo così urbanizzandola e dando corpo a uno spazio e un immaginario che veda davvero una radicale trasformazione delle attività agricole, anche più radicale di quella che ha convertito l’artigianato in industria. Sul versante spaziale, tecnologico, ambientale, ciò significa convertire il rurale, sia quello esterno che interstiziale, in infrastruttura metropolitana verde multifunzionale. Di cui fanno parte integrante gli spazi delle fasce libere di interposizione, assimilati a parchi e giardini, e quelli edificati delle colture tecnologiche ad elevata densità, o vertical farm. Naturalmente, soddisfatto l’immaginario, ci sarà anche da pensare a una nuova sociologia e urbanistica, ma questa come si dice è un’altra storia, e ci torneremo. Resta fermo che non ha senso continuare a parlare di agricoltura urbana senza ribadire quegli aspetti (come ahimè fa ancora il breve rapporto FAO allegato)

Riferimenti:

FAO, Food For Cities (pdf si scarica direttamente dal link)

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