Il trucco della Classe Creativa

Nell’aprile 2006, il «Richard Florida Show» arriva nei centri medi dello stato di New York. Solo una delle serie di apparizioni del guru dello sviluppo economico degli ultimi dieci anni, le cui tariffe di conferenziere si sono impennate a 35.000 dollari al colpo non molto dopo l’uscita ne 2002 del suo The Rise of the Creative Class [ed. it. L’ascesa della nuova classe creativa, Mondadori 2003 n.d.t.] che ne ha fatto una stella del circuito dei convegni. Cleveland, Toledo, Baltimora, Greensboro, Green Bay, Des Moines, Hartford, Roanoke, e Rochester sono fra i molti casi in cui ci si è messi in coda per ascoltare questo professore di studi urbani di bell’aspetto, che raccontava come attirare i giovani professionisti.

E naturalmente in nessuno dei casi si è portata a termine quella trasformazione da brutto anatroccolo postindustriale ad allegro cigno di dinamica tendenza. Ma i risultati non eclatanti non impedivano ad esempio alla gente della zona di Elmira di aspettare con ansia la visita di Florida. Lo hanno ascoltato, nei suoi eleganti vestiti e occhiali firmati, raccontare l’infanzia nell’ambiente operaio di Newark, prima che gli si schiudessero le porte della comprensione sul modo di ottenere successi urbani nel XXI secolo: le «tre T» di Tecnologia, Talento, Tolleranza. Se una città poteva rendersi attraente per progettisti web, architetti, ricercatori in biomedicina, e altri ceti innovatori che oggi spingono la crescita economica, poteva anche attirare le imprese che cercano di ingaggiare questi pionieri a briglia sciolta. «Se riusciremo a fare tutto questo – scriveva un giornalista sul periodico di Elmira, Star-Gazette dopo aver ascoltato la conferenza – potremo anche noi diventare creativi-chic senza doverci trasferire a Boulder, Colorado».

Illuminato, l’appena eletto sindaco di Elmira, John Tonello, appendeva quadri alle pareti del municipio, collocava “spazi poetici” per la città con versi di scrittori locali, coordinava la ricostruzione di parecchi edifici del centro. “La grande speranza è di realizzare ampi spazi commerciali per far guadagnare rivolgendosi alla classe creativa di cui racconta Florida” spiega Tonello. Si sono riempiti alla svelta gli appartamenti in vendita, ma i locali e negozi di tendenza di cui fantastica il sindaco si devono ancora materializzare.

Elmira e altre cittadine della Florida toccate dalle conferenze seguono le istruzioni, ma il guru è diventato un po’ meno fiducioso della bontà della ricetta. In una promozione del suo prossimo libro – The Great Reset che dovrebbe uscire in aprile – Florida ha sostenuto che la recessione ha sconvolto città e regioni, al punto che è arrivato il momento di considerarle perdute, e puntare invece dove va ancora bene, come nella Silicon Valley, a Boulder, Austin, o nel «Triangolo della Ricerca» della North Carolina. E altrove? Ha affidato la sgradevole risposta alla sua molto citata storia di copertina sul numero di marzo di The Atlantic: «How the Crash Will Reshape America». «Alla fine bisogna essere molto chiari, in alcuni casi non è possibile arrestare il declino, e sarebbe sciocco tentare di farlo. In epoche diverse sono favoriti contesti diversi, insieme ai settori e modelli di vita che questo luoghi rappresentano … Dobbiamo lasciar cadere le domande di stili di vita e prodotti del vecchio ordine, e iniziare a costruire una nuova economia sulla base di una nuova geografia».

É stato anche più esplicito in un articolo in rete del mese di maggio. «Possiamo orientare sussidi verso alcuni contesti per migliorare le infrastrutture, le università, altri enti, la qualità della vita». Ma «in fondo sono le persone – non le imprese, o gli spazi – a interessarci veramente. Possiamo aiutare al meglio chi è più colpito dalla crisi, con una generosa [rete di ] tutela sociale, investire in formazione, se necessario contribuire ad una maggiore mobilità verso i contesti dove ci sono più occasioni».

In altre parole, gli abitanti di Elmira dopo tutto dovranno davvero trasferirsi a Boulder. John Tonello, preso in contropiede dal messaggio, non ha alcuna intenzione di muoversi. E nonostante il calo di popolazione della sua città gran parte dei 30.000 che restano sono della stessa opinione. «La gente non ha intenzione di fare le valige e trovarsi un posto un po’ migliore» spiega. «Non è logico quando una città esiste da duecento anni semplicemente caricare tutto e andarsene. La gente chiede a gran voce un modo per migliorare le proprie città, dove hanno scelto di vivere, e dove vorrebbero prosperare … Io faro di tutto per mantenere questa comunità».

Florida, 52 anni, oggi a capo del Martin Prosperity Institute, alla Rotman School of Management dell’Università di Toronto, è un inarrestabile geniale personaggio, che cerca di conquistarsi anche gli scettici accettandone di buon grado le opinioni, come a dire che in realtà non esiste alcuna differenza di opinione. Ma nel corso di una conversazione telefonica, contesta il fatto che possa esistere un atteggiamento negative nei suoi confronti da parte delle città che hanno profumatamente pagato le sue prospettive, solo per poi ritrovarsi pochi anni dopo giudicate casi disperati. «Io non ho mai cercato in nessun caso di indorare la pillola. Ho fornito dei fatti … su cosa si trovavano di fronte. Mai cercato di infondere false speranze. Li ho spinti a lavorare su ciò che già avevano, però cercando di essere onesto e obiettivo nell’aiutarli ad affrontare i propri problemi. Spero che non si sentano delusi».

Il suo ex responsabile per l’organizzazione delle conferenze, Rodgers Frantz, difende Florida in modo più netto. Frantz, poi sostituito nel 2007 dalla moglie di Florida, ricorda con passione come l’allora professore della Carnegie Mellon University di Pittsburgh accendeva una scintilla indicando uno sviluppo economico che guardava oltre gli impianti sportivi, gli incentivi fiscali, le cene ufficiali della camera di commercio. In molti casi il coinvolgimento era tale che alcune amministrazioni chiedevano di più, e Florida rispose associandosi al centro studi Catalytix, che chiede 250.000 dollari per i suoi rapporti, nonostante poi siano poco diversi da caso a caso con le loro «aree specifiche di impatto», o i «fattori di riuscita» oppure «tattiche e pian d’azione». Poi ha anche fondato un altro ente, che oggi si chiama Creative Class Leadership Program, per guidare le città su iniziative nell’arco di un anno, in cui non necessariamente viene coinvolto direttamente Florida.

Quei giri di conferenze da tutto esaurito erano elettrizzanti (elettrizzanti al punto da ricordare a Frantz l’epoca in cui faceva la rock-star come componente di punta degli Urban Verbs, cugini un po’ meno noti dei Talking Heads). E molto lucrosi. Nei suoi cinque anni da responsabile per Florida, Frantz stima conferenze in diverse centinaia di città. Nei numerosi casi di viaggi all’estero la tariffa superava di molto i soliti 35.000-40.000 dollari. Di norma veniva sostenuta da fondazioni locali, o con ingressi a pagamento che potevano arrivare a 100 dollari, per centinaia di presenze. Discorsi tenuti con tale frequenza, che nel 2004 Florida fu obbligato ad abbandonare l’incarico a Pittsburgh per la George Mason University poco fuori il District of Columbia, anche per essere vicino a un grande aeroporto, ricorda Frantz.

«Uno dei lati del lavoro di Richard era la capacità di produrre un forte flusso di denaro. Facevamo le cose in grande. Ci spostavamo in grande stile. Nella maggior parte dei casi stavamo nei migliori alberghi». Però, aggiunge, è sbagliato leggere oggi una contraddizione nell’opinione diversa di Florida sulle città che hanno finanziato il suo successo, perché lui tanto per cominciare non aveva certo promesso ricchezza. «A dire il vero non dava delle ricette» continua Frantz. «Non era certo Gesù Cristo che scaccia i mercanti dal tempio: era un accademico. Un fottutissimo professore di college, e con quello speri di far resuscitare Canton, Ohio? Beh: tanti auguri!».

Esiste una lunga tradizione di carismatici cantori dello sviluppo economico. Negli anni ’90 c’era Michael Porter, professore della Harvard Business School che imperversava sui quartieri centrali degradati delle città con le sue teorie sui cluster industriali. Ma con Florida l’arte ha raggiunto un nuovo livello, col distillato dello « indice di creatività«, col far sentire qualunque città, indipendentemente dai suoi problemi, dotata del potenziale di risalire la china. A Louisville, Florida ha indicato il museo Louisville Slugger come possibile calamita di creative-class. A Columbia, South Carolina, ne ha esaltato la localizzazione al centro della mega-regione «Charlanta» [Charlotte-Atlanta n.d.t.]. Nel febbraio 2008 ha spiegato agli abitanti di Sackville, New Brunswick, popolazione totale 5.000 persone, che si trovavano in un «centro di campagna cosmopolita» che aveva evidenti vantaggi rispetto a Toronto: e non importa se prima aveva portato sugli altari la stessa Toronto dopo essere stato ingaggiato nel 2007 dalla George Mason University per un compenso di 346.000 dollari insieme al suo centro studi. «I miei studenti di Toronto lamentano la scomparsa delle bellezze naturali della città … La gente cerca posti dove si può lavorare e anche rilassarsi» ha raccontato a Sackville. «E qui vedo un luogo all’avanguardia».

La sua capacità di vendersi vale anche per le opere letterarie. Dopo il fenomenale successo di The Rise of the Creative Class, è seguito nel 2005 The Flight of the Creative Class, in cui avverte che l’isolazionismo del dopo 11 settembre sta danneggiando gli Stati Uniti nella concorrenza per le competenze. Del 2008 Who’s Your City, sostanzialmente un manuale per la scelta di un luogo dove abitare. Florida è molto esplicito rispetto alla propria intenzione di guadagnarci: presentando il secondo libro al Charlie Rose Show, il padrone di casa gli ha chiesto «Non credi di averlo già spremuto a sufficienza, Richard?». «Spero proprio di no, Charlie – ha replicato Florida – Spero proprio di no». I detrattori non mancano. É il geografo Jamie Peck ad aver firmato la critica più esaustiva, Struggling with the Creative Class, del 2005. I conservatori criticano il fatto che Florida abbia elevato una cosa come l’atteggiamento positivo nei confronti dei gay come fattore di sviluppo economico, sottolineando come per certi versi alcuni idilli yuppie come San Francisco o Boston poi debbano inseguire bastioni delle poche tasse assai poco alla moda, tipo Houston o Charlotte, North Carolina. Invece i critici liberal notano come quei suoi nodi della creatività soffrano di elevata diseguaglianza, sottolineando come le città debbano crescere sul proprio capitale umano, comprese le minoranze a basso reddito che tanto poco spazio occupano nell’universo di Florida: altro che inseguire quei pochi professionisti coi loro computer portatili.

In un esempio classico di questo genere di critiche, Amy Liu della Brookings Institution – ente a cui ha anche appartenuto Florida – ne loda il fatto di accantonare il tipo di sviluppo «a caccia delle ciminiere», che però non doveva sostituire semplicemente con un’altra debole strategia di attrazione. «Il problema è che si lascia fuori un intero gruppo di città e zone del paese che non saranno mai calamite per i talenti. Gran parte delle città che devono svilupparsi economicamente sono contesti in cui si deve far crescere la capacità dall’interno».

Con Florida che adesso svolta vistosamente, sostenendo che vanno abbandonate intere regioni del paese, gli scettici convergono sempre più contro di lui. Un conto è, si dice, promuovere le città sulla scommessa della classe creativa: anche se in molti casi non è servito a molto, e in alcuni si è investito in direzioni sbagliate, siamo in un mercato libero e nessuna era obbligata a crederci. Ma adesso è tutta un’altra cosa, quando Florida dichiara, dal suo alto pulpito, che molte delle stesse città non si inseriscono nella strategia futura del paese, semplicemente perché hanno scarse prospettive come calamite di creatività. Non c’è dubbio, argomentano gli scettici, che nell’America della recessione occorre fare scelte drastiche, tali da sollevare una discussione fra chi sostiene approcci di sviluppo sociale con «le persone al centro» e chi invece è a favore de «i luoghi al centro». Però, si prosegue, si tratta di decisioni troppo gravi e complesse perché possano essere orientate da dichiarazioni evanescenti su quali settori o regioni siano o meno validi. C’è una tautologia al centro delle teorie di Florida che ne da sempre limita il valore di riferimento: i creativi cercano posti in grado di attirare dei creativi. E adesso Florida porta questa stretta argomentazione a un altro livello, dichiarando che da ora in poi il club dei vincenti esclude nuove ammissioni.

Il problema più evidente di questo fatalismo regionale, è dove tracciare un confine. Negli anni ‘70, molti definivano il Massachusetts la nuova Appalachia [tradizionale terra di emigrazione n.d.t.]. «E guardateci ora» commentava recentemente il governatore del Massachusetts ed ex candidato Democratico alla presidenza Michael Dukakis. «L’idea di abbandonare questi posti è folle». E poi vicino alla vecchia Appalachia, ci sono Asheville e Chattanooga, considerate fuori gioco sin quando la prima è diventata il posto più in voga della regione, e la seconda una calamita per le imprese tedesche. Per anni e anni Florida ha usato Pittsburgh come esempio preferito di città intralciata dai suoi frustrati assai poco creativi. E adesso insieme a tanti altri la canta come fenice postindustriale. Richard McNulty, a capo della Partners for Livable Communities e un tempo alleato di Florida, commenta «Divertente che trovasse un appiglio [per le sue argomentazioni] proprio a Pittsburgh: oggi è l’unica [città] apprezzata per aver creduto tanto in sé stessa da reinventarsi».

Cosa più problematica, continuano gli scettici, è il modo in cui Florida adotta la «nuova geografia«, escludendo veri rapporti con quanto che sta dietro alle tendenze che descrive, ad esempio gli effetti del mercato cinese o la mancanza di una migliore politica industriale americana, o gli effetti sulle città delle praterie indotti dalla concentrazione della produzione agricola e dell’allevamento. Florida non ignora gli aspetti negativi delle trasformazioni che descrive: semplicemente, li accetta con un atteggiamento Panglossiano. Aumenta la disparità economica? Beh, accade perché le fasce più alte di eccellenza si avvantaggiano della «creatività». Quando in realtà la creative class di Florida comprende sostanzialmente chiunque si colloca nel terzo superiore di chi guadagna di più, ivi compresi i giganti della finanza, la cui “creatività” si è mostrata profondamente distruttiva. Si stanno squagliando i buoni posti di lavoro in fabbrica? Certo, ma ciò significa semplicemente che il paese deve migliorare e rendere più appaganti quelli nei servizi.

Nella sua prefazione del 2004 a The Rise of the Creative Class, Florida dichiara che non c’è motivo per cui lavori come pulire gli uffici o consegnare la spesa «debbano essere dequalificati» e che il paese deve «attingere di più alle capacità creative delle schiere di persone che lavorano nei negozi di parrucchiere». Da allora ha ripetuto più volte la medesima affermazione senza poi spiegare come questa evoluzione di qualità del lavoro nei servizi possa avvenire (è raro che si parli di sindacato o norme sul salario minimo). In maggio, ha scritto sul suo blog di aver sbirciato una risposta da P.F. Chang’s, la catena di ristoranti asiatici, dove gli è parso di vedere «dipendenti soddisfatti e impegnati [che sono ] essenziali per un miglioramento costante». Ma nella conversazione con noi ammette che i lavori nei servizi restano un rompicapo: «Per essere sinceri, non si tratta di qualcosa che ho risolto» spiega.

Secondo John Russo, condirettore del Center for Working-Class Studies alla Youngstown State University dell’Ohio, questo significa normalizzare: indorare benevolmente la pillola su instabilità, mobilità, declini regionali, riducendoli a poco più di un piccolo effetto collaterale del progresso. «Mi pare faccia sempre l’apologia di quel che sta succedendo» commenta Russo. «Trascura il tipo di decisioni che determinano il problema, e trascurandole rafforza le divisioni di classe esistenti». Oggi, dichiarando marginali alcune città o regioni, Florida nega la possibilità di enti o amministrazioni di arginare la tendenza, commenta Karl Stauber, presidente della Danville Regional Foundation nella Virginia del sud. «Così diventa facile recitare la parte della vittima: siamo fregati e non possiamo farci nulla. Secondo me fondamentalmente il problema con Florida è che rafforza una mentalità vittimista».

E secondo Stauber contemporaneamente il determinismo regionale di Florida trascura il ruolo svolto da specifiche decisioni e strategie nella prosperità di alcune aree. Tanto per cominciare, non è un caso che le sue città più creative siano sedi di università pubbliche. Perché non immaginare che nuovi investimenti possano spingere in modo eguale anche altri luoghi? «É l’orientamento degli investimenti pubblici a fare la differenza nel tempo, e quello che mi colpisce di Florida è quella sua visione romantica delle trasformazioni urbane« dice Stauber. Questa differenza, che possono portare investimenti accorti e capacità di governo, è spiegata in un nuovo libro di Sean Safford dell’Università di Chicago, Why the Garden Club Couldn’t Save Youngstown, in cui si paragonano le scelte della città del titolo, con quelle degli amministratori più avveduti di Allentown, altro centro industriale che ha fatto molto meglio. E la teoria della classe creativa di Florida «non funziona e distoglie dalle cose importanti» racconta Safford.

La cosa più disorientante secondo i critici di Florida è il modo in cui al tempo stesso esalta l’importanza del locale, spiegando poi che la scelta migliore sia quella di andare altrove. Se le qualità del luogo sono sufficienti per attirare una persona a Austin, non potrebbero anche convincerne un’altra a restare a Buffalo? «La cosa che non si considera è che i luoghi [quelli esclusi] hanno infrastrutture a pezzi: e non solo le strade, gli edifici, le fogne, ma altre cose che contano anche di più” spiega David Lewis dell’Istituto di geografia e pianificazione dell’Università di Albany. «Visto che parla tanto del valore dei luoghi, sorprende vedere poi come ignora quanto continuino a valere, qualunque sia la condizione urbana. Ignora quanto in realtà le persone siano legate al luogo».

In Who’s Your City, Florida esprime tutto questo in termini economici. Coloro che resistono al fascino delle città creative restando radicati in quelle originarie forse «sono consapevoli del valore economico di forti relazioni sociali». Ma non è solo la famiglia il motivo per cui alcuni non vogliono andarsene dal sud Virginia rurale verso Raleigh-Durham o la Fairfax County: magari semplicemente preferiscono il posto dove sono. Il profeta dei luoghi a quanto pare ne trascura la forza più intuitiva e intangibile. Tra l’altro chi si sposta in cerca di lavoro indebolisce anche il tessuto sociale delle città calamita, un aspetto che Florida, nonostante continui a citare Jane Jacobs, trascura. «Città stabili diventano temporaneamente casa per chi cerca lavoro, di passaggio da un luogo a un altro» scrive Joshua Leon, storico critico di Florida, sulla rivista The Next American City. E così «Va perduto qualunque legame col luogo». Florida non è certo il solo a sostenere che non c’è molto da fare per tanta parte dell’America post-industriale. Fra i più espliciti l’economista di Harvard Edward Glaeser, che mi dice «Sostanzialmente è un’ottima cosa il fatto che gli americani continuino a spostarsi da un luogo all’altro, verso contesti più produttivi, e non credo esista alcuna ragione per impedire che ciò avvenga«. Ma è improbabile che Glaeser si riveli un alleato: sono anni che contesta Florida, sostenendo la soverchiante predominanza del suburbio.

Nel corso della nostra conversazione, Florida evita di sostenere in modo tanto diretto la questione dell’abbandono. Mi spiega che il suo intervento per l’Atlantic è fra «le migliori cose che ho scritto» ma poi nonostante le domande ridimensiona. «Non ho mai detto andatevene da quei posti. Dico per prima cosa investite in infrastrutture e collegamenti in altre città». Grande sostenitore delle ferrovie ad alta velocità per collegare Detroit, Buffalo, e Milwaukee a Chicago o Toronto. La cosa a cui è davvero contrario, spiega, è continuare a puntellare settori come l’industria automobilistica. Riconosce che «stringe il cuore» pensare alla gente che lascia la propria casa per dirigersi verso i suoi nodi di creatività, e ne teme la derivante «enorme diseguaglianza geografica».

Ma non è quello che sostiene nei suoi scritti, fortemente orientate a favore delle competenze e degli investimenti nei poli creativi. Come ha ribadito su The Atlantic, «Il declino di alcuni luoghi non è arrestabile». Il che non suona come un auspicio per progetti ferroviari multimiliardari in Michigan. Florida replica che magari avrebbe dovuto esprimersi meglio. «Forse sono più chiaro a voce che non sulla carta stampata». Intanto prosegue in tutto il paese la battaglia per attirare le classe creativa. A Dayton, Ohio, su cartelloni e magliette compare uno slogan ispirato da Richard Florida: «Chiedete l’originale marchiato Dayton». La città sta realizzando piste ciclabili, ha approvato una delibera antidiscriminazione nel 2007 per aumentare il proprio punteggio secondo quello che Florida chiama «indice di tolleranza», e ha concesso a una associazione locale, Dayton CREATE, l’uso di una ex banca ora ribattezzata c/space «per ritrovarsi e sviluppare molta creatività» come spiega il sindaco Rhine McLin.

A Syracuse, stato di New York, i responsabili dello sviluppo economico stanno dichiarando vittoria, perché dicono che lo studio del consulente Catalytix pagato 230.000 dollari nel 2003 ha messo le basi perché arrivasse un produttore di auto elettriche. Wilmington, North Carolina, ha avuto da poco le raccomandazioni dopo aver investito 250.000 dollari nella ricerca Catalytix, fra cui indicazioni del tipo «Possibilità di incaricare un blogger perché costruisca, stimoli e partecipi alla conservazione virtuale [sic] della Regione di Cape Fear». Providence ha avuto un rapporto Catalytix nel 2003 in cui si consigliava di «individuare e ampliare nodi di energia creative a evoluzione organica»; sette anni più tardi, gli amministratori continuano a organizzare eventi per gli studenti di college a cui si chiede cosa vorrebbero per fermarsi dopo aver conseguito il titolo.

Lo Iowa, che ha incaricato Florida nel 2005, sta andando Avanti col suo Great Places, 25 cittadine – fra cui Coon Rapids, Council Bluffs, e la Appanoose County – che stanno ricevendo parecchi milioni di dollari dallo stato per tentare di trasformarsi in calamite di creatività. Phoenix cerca di rivitalizzare il centro col contributo di un rapporto Catalix costato 100.000 dollari, in cui si dichiara: «Il centro di Phoenix è il posto giusto. E il momento giusto è adesso!». A Tampa fra i primi posti di lavoro tagliati dalla recessione c’è quello di «direttore delle attività creative», ma Creative Tampa Bay, gruppo di entusiasti di Richard Florida, continua. A Naples, Florida, a maggio 400 persone hanno pagato 150 dollari ciascuna per ascoltare Florida che teneva un discorso al golf club. Hanno scoperto sconcertati che Naples ha pochi lavoratori creativi, come ricorda Beth Sterchi-Skotzke, organizzatrice dell’evento. «E naturalmente, con piccolo quote di classe creativa, non siamo così tolleranti come credevamo».

Gran parte degli amministratori di queste città forse non si rendono conto che, secondo il nuovo orientamento di Florida, alcune sono condannate a un cupo destino che siano centri postindustriali o aree di sviluppo della Sun Belt. Ognuna resta convinta di avere il suo posto assicurato nel pantheon di Florida. «Nonostante il calo di popolazione e la perdita di posti di lavoro, abbiamo ancora una città diversificata e attraente per persone della classe creativa» commenta il responsabile di piano di Cleveland, Robert Brown. Un’ambiguità tanto più evidente nel caso più difficile, il Michigan. Florida nel 2003 aveva tracciato le linee del programma Cool Cities varato dalla Governatrice Jennifer Granholm, in cui decine di città si affrettavano a redigere progetti (conversioni in loft, centri per l’arte, ancora loft) nella speranza di vedersi assegnare dalla Granholm i «finanziamenti catalizzatori». Con l’economia statale ancora più in crisi, Cool Cities oggi è parecchio preso in giro. Nel corso della nostra intervista, Florida ribadisce di non aver prestato consulenza a pagamento al Michigan, e che Cool Cities non è una sua idea.

Una dissociazione a cui aderisce anche Eric Cedo, ex direttore di Create Detroit, gruppo ispirato a Florida, prima di entrare in uno degli studi cinematografici che la governatrice Granholm spera possano far diventare il Michigan la Hollywood del Midwest. Cedo, 35 anni, apprezza Florida, ma è addolorato dalle sue ultime dichiarazioni. «Non cederemo senza lottare. Molta gente apprezzale città dotate di grinta e spirito, e non intendiamo certo subire tutti i tira e molla delle dichiarazioni di Richard Florida sulle élite creative. Sono convinto che Richard sappia davvero avvertire le tendenze di alcune fasce di popolazione in grado di spostarsi liberamente … ma io resto. Non me ne vado. Secondo me lui non capisce una delle cose fondamentali, e cioè che esiste una quota di persone che non se ne andrà: è con loro che dobbiamo restare».

Dopo la pubblicazione dell’articolo sull’Atlantic, Florida è stato ospite alla National Public Radio nel programma Talk of the Nation. Ha chiamato al telefono in diretta Tessa da Detroit: «Il mio quartiere sta letteralmente sprofondando. Vorrei ascoltare qualche commento dal vostro ospite su quanto sta accadendo. Cosa prevede? … Dobbiamo andarcene? Dobbiamo rimanere?». Florida ha spiegato a Tessa che la situazione di Detroit «Non è qualcosa che mi renda particolarmente lieto». Le ha raccontato che anche sua moglie è di Detroit. E poi che ci sono alcuni suoi amici di Detroit che fanno il freelance, che «fanno il pendolare a intermittenza» per collaborare a progetti a termine altrove. Ha anche tenuto un discorso recentemente ai responsabili dell’aeroporto di Detroit, che gli hanno raccontato come la struttura continua ad essere valida. «Quell’aeroporto mette a disposizione un canale di collegamento» le ha spiegato. «Trovare lavoro sul posto diventerà sempre più difficile. Dunque occorre chiedersi, per lavorare posso magari fare la pendolare, anche in aereo, o devo cercarmi un altro posto dove ci siano migliori occasioni?». Ma non c’è stato modo di capire se la risposta era stata soddisfacente: Tessa da Detroit non era più in onda.

Da: The American Prospect, 4 gennaio 2010 – Titolo originale: The Ruse of Creative Class– Scelto e tradotto da Fabrizio Bottini
Immagine di copertina da The Illustrated Bible History, 1925 (Mosè riceve le Tavole dei Comandamenti) 

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