La bufala dell’agri-villaggio come alternativa all’urbanizzazione

Foto J. B. Hunter

Lenin diceva che il socialismo è il soviet più l’elettrificazione delle campagne, e anche a un’altra estremità dello spettro politico, non molto tempo dopo, Mussolini sosteneva più o meno la medesima cosa con la bonifica integrale e il sostegno a quella che allora si chiamava «urbanistica rurale». Per capire di cosa esattamente si trattasse, in fondo basta scorrere le pagine della rivista più significativa del settore, La Conquista della Terra, organo dell’Opera Nazionale Combattenti, ovvero dell’ente preposto all’appoderamento e interventi tecnico-sociali nelle zone di bonifica individuate dai piani regionali, alla costruzione dei borghi, canali, scuole, centri di servizio. Ovvero se generalizziamo un po’ il termine soviet, facendolo diventare idea di società, identità, politica in senso lato, e generalizziamo poi anche la elettrificazione, estendendola a tante diverse reti, vediamo ancora meglio l’analogia se non sostanziale coincidenza delle due strategie, leninista o fascista (e di tante altre che qui non c’è il tempo di citare): fare i conti con la grande nazione proletaria rurale che ci ha riservato il destino, ma non per questo rinunciare a programmi di radicale e a volte rivoluzionaria modernizzazione.

La dicotomia

In un’altra cosa quelle strategie coincidono, dal punto di vista diciamo così produttivo-ambientale, se non sociale e politico in senso stretto: in entrambi i casi l’ambito rurale resta tale, ovvero la famosa contraddizione città/campagna, quella che storicamente porta alla fuga dei contadini verso le metropoli, viene risolta senza confondere i termini, e con uno sguardo al futuro. Significativo che in entrambi i casi si tratti di dittatura, vuoi del proletariato vuoi di qualcos’altro, perché la ricomposizione «democratica» tra città e campagna, dovendosi cercare su base praticamente quotidiana il consenso dei singoli, ha notoriamente escogitato qualcosa di completamente diverso. Ovvero negare che la dicotomia esista, annegandola dentro un guazzabuglio minestrone ideologico che si consuma come tutto il resto senza farci troppo caso, nell’accezione «vado a vivere in campagna». Che a differenza delle elettrificazioni sovietiche o delle bonifiche integrali fasciste non significa affatto anelare a una modernizzazione, di queste campagne, oppure tornando addirittura più indietro, semplicemente abbracciare uno stile di vita antiurbano «fisiocratico». Ma vuol dire in realtà andare a obliterare pezzi di campagna produttiva, riducendone di parecchio quando non azzerandone la produzione, e mettere al suo posto una caricatura a bassissima densità (edilizia e di relazioni) della città che si dice di odiare. Quando in realtà se ne detestano solo alcuni marginali e risolvibili difetti.

Il suburbio chiamato in un altro modo

I due modelli sovietico e fascista citati in apertura, nel loro approccio alle campagne pur dichiaratamente volendone ribaltare il famoso «idiotismo della vita rustica» visto da ogni lato, concordano nel mantenerle tali, a partire dall’elemento banale e ovvio rappresentato dalla formazione del reddito, tutto basato sulla produzione dei campi. In sostanza, anche astraendo da ogni forma sociale o ambientale o di paesaggio o altro, è campagna tutto ciò che compare in una statistica di addetti al settore primario e collaterali. Quindi modernizzazione delle campagne significa sia conservare la produzione, che l’occupazione qualsivoglia, che la «materia prima territorio» (per quanto rivoluzionariamente modificato) che ne garantisce sviluppo e ricchezza. Dopo questa lunga ma indispensabile premessa, pensiamo a tutte le varianti di agri-villaggio tanto di moda da qualche decennio, vuoi nella forma scimmiottante gli antichi casali, vuoi in quelle spurie discendenti dal classico campo da golf + lottizzazione residenziale attorno al green, vuoi di altro tipo. La domanda che ci dobbiamo porre è: assomiglia di più a una per quanto radicale trasformazione rurale sul modello sovietico-fascista, oppure a una esportazione ideologizzata consumista del modello suburbano a obliterare i campi, anziché a valorizzarli modernizzandoli? La risposta credo emerga da sola, semplicemente dando un’occhiata ai progetti e alle realizzazioni.

Riferimenti:
Hannah Morse, How do you prevent more urban sprawl in Florida? This new plan goes back in time, Miami Herald 17 dicembre 2017

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