Il vero problema della crescita suburbana infinita

Molti movimenti e culture nati per la salvaguardia dell’ambiente e del territorio, si sono trasformati con una certa rapidità in rivendicazioni per la «conservazione del paesaggio». Una dizione che accomuna a sua volta molti approcci diversi, ma diversificati sostanzialmente più dall’oggetto da conservare che dall’atteggiamento di chi rivendica la conservazione: si va dai beni culturali veri e propri, insieme di storia, natura, manufatti anche monumentali di per sé, attraverso particolarità ambientali in aree relativamente antropizzate o in procinto di diventarlo, sino a quel tipo di difesa del paesaggio identificabile in buona sostanza con la propria identità quotidiana per non dire i propri interessi, individuali e di gruppo. Ma anche ammettendo quanto sia difficile, probabilmente impossibile, distinguere in modo netto tra queste tipologie individuabili, resta pur sempre aperta la questione: il passaggio dall’obiettivo della salvaguardia dell’ambiente e del territorio, alla conservazione del paesaggio, si deve leggere come evoluzione, o involuzione? Probabilmente è più vera la seconda ipotesi, e per un motivo preciso: concentrare l’attenzione su aspetti certamente legittimi, certamente importanti, ma molto dipendenti da soggettività (e storicamente da potere contrattuale e organizzazione), finisce per indebolire, anziché rafforzare, la difesa del territorio in termini generali.

Uno spunto oggettivo

Come spesso accade, anche in questo caso un interessante spunto ci arriva direttamente dalla storia della pianificazione territoriale contemporanea, e se non dai suoi primordi novecenteschi sicuramente da uno dei suoi più classici documenti: il Greater London Plan presentato nel 1944 da Patrick Abercrombie. Che ha tra i pochi grandi obiettivi fondamentali un blocco della crescita isotropa della grande metropoli, attraverso l’istituzione di una greenbelt agricola protetta che funga da margine invalicabile per l’espansione, con funzioni sia di tutela paesaggistica, che di area per il tempo libero, che naturalmente di colture produttive prevalentemente destinate proprio al mercato urbano «a chilometro zero» come diremmo forse oggi. Val la pena ricordare come i termini della pianificazione regionale, molto più anche di quella di scala cittadina, siano da considerare di larga massima, e quindi in sé scarsamente vincolistici, delegando ad altri eventuali strumenti più di dettaglio quel compito specifico, di indicare cosa si deve o cosa non si deve fare, per esempio quali aree siano del tutto escluse dall’edificazione e quali invece ammesse con riserva anche nella greenbelt. Ma implicito spicca, tra le pochissime tavole a colori allegate al Greater London Plan, uno studio sulla fertilità dei terreni, perché? Si tratta di una scelta abbastanza chiara ed esplicita, su cui dovremmo meditare anche oggi.

La cultura del SI

Se l’obiettivo era, è, resterà, quello dichiarato, di «arginare il consumo di suolo», ovvero evitare l’indebita urbanizzazione edilizia (perché esistono altre forme, di urbanizzazione) e infrastrutturale delle superfici, occorrerebbe fissare delle priorità, e il metodo usato dal piano regionale paradigmatico di Patrick Abercrombie ce le indica, proprio nei termini di equilibrio tra tutela dell’ambiente e del territorio, e conservazione del paesaggio. Formalizzando assai meglio quella pura intuizione vagamente biblica dei suoi antenati della città giardino, il profeta Ebenezer Howard e il progettista estetizzante Raymond Unwin (che in fondo aveva giusto in mente un villaggio tradizionale e nulla più), Abercrombie stabilisce le priorità della greenbelt: fertilità dei suoli perché si legano molto direttamente sia alla socioeconomia dell’agricoltura che a quella della metropoli, garantendo continuità e ruolo a quello spazio aperto, e conseguentemente ma in subordine qualità formale in evoluzione, sia per la contemplazione del paesaggio identitario che per la sua fruizione in quanto «polmone verde», che con quelli che chiameremmo oggi servizi all’ecosistema chiude logicamente il cerchio. In questo senso, sia l’autostrada orbitale futura M25 – del resto vagheggiata da mezzo secolo – che segna la nuova cerchia delle virtuali mura metropolitane, sia le norme di indirizzo per la pianificazione locale che tendono a legare ancora la produttività del terreni inversamente proporzionale alla eventuale «vocazionalità edilizia», confermano: il paesaggio in evoluzione, lo è insieme alla società locale, e a quelle dinamiche va legato, altrimenti manca qualunque indirizzo collettivo e generale non soggettivo o particolare. Forse a questo pensano i neozelandesi che, pur con sovrabbondanza apparente di spazio e natura, paiono prendere molto sul serio l’idea di porre limiti allo sviluppo urbano, su una base analoga. Niente signore orripilate per la «cementificazione» che rovina il panorama dal soggiorno, ma qualcosa di più condivisibile da tutti e strategico.

Riferimenti:
Ministry for the Environment & Stats NZ, New Zealand’s Environmental Reporting Series: Our land 2018, aprile 2018

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