Io ce l’ho più verde

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Foto M. B. Style

È abbastanza noto che i parchi cittadini storici sono considerati da tutti, senza eccezione (speculatori a parte forse) feticci intoccabili. Fanno da complemento indispensabile all’insieme monumentale del centro, sono luogo di ritrovo e relazioni, e ogni cittadino lega tanti angoli e particolari di quegli spazi alla propria personalissima memoria. I parchi delle città europee spesso altro non sono che ex appendici verdi delle dimore nobiliari, passati per spiccia via rivoluzionaria o processi un po’ più graduali alla proprietà e godimento pubblico, e quindi implicitamente stanno a simboleggiare e incarnare passato e presente, un mondo attuale migliore di quello che c’era prima. Andarli a erodere significherebbe attentare alle conquiste che ci rendono la vita più bella e libera. L’aveva intuito anche uno dei fondatori dell’urbanistica moderna americana attraverso la landscape architecture, Frederick Law Olmsted, progettando e promuovendo presso varie opinioni pubbliche cittadine locali americane i suoi grandi polmoni verdi, mescolati ai quartieri anche se tanto apparentemente simili a boschi e pascoli naturali.

Al punto che anche il suo primo e più famoso progetto, il Central Park di New York, pur ritagliato dentro l’artificiale grigia ortogonale delle streets e avenues di Manhattan, e che comprende progetti edilizi di tutto rispetto, in un secolo e mezzo ha resistito a tutti i possibili attacchi dell’urbanizzazione, inclusa l’epoca verso le metà del ‘900, quando le radicali trasformazioni indotte dall’automobile sembravano indicare una vera e propria fine della città così come la conosciamo. Ma se per i parchi urbani questo posticino fisso nel cuore di tutti pare cosa acquisita, sinora è toccato tutt’altro destino alle superfici verdi di altro tipo, quelle il cui aspetto non ci evoca istintivamente qualche tipo di memoria inconscia, o ne evoca di sbagliate. Accade di continuo che qualcuno, in malafede ma anche per pura trascuratezza e ignoranza, definisca questi potenziali preziosi territori come “terreno brullo pieno di sterpaglie e immondizie”. Magari a volte è così che sono ridotti, ma tutti noi davanti al degrado di un parco cittadino, appunto pieno di sterpaglie e immondizie, probabilmente ci lamenteremmo col sindaco, chiedendo di far pulizia, non certo proponendo di costruirci sopra dei capannoni.

L’avevano capito più di un secolo fa i pionieri delle città giardino cooperative, che per sensibilizzare davvero i cittadini sul tema del verde in senso lato, ovvero su abitabilità, servizi, ambiente, equilibrio città campagna, alimentazione e via dicendo (tutti temi che vedono i parchi in primissima fila) non basta sperare che il genius loci parli da solo: bisogna amplificare la sua voce e dare senso alle sue parole, attraverso una buona animazione civica e culturale. Aspetto senza dubbio sottovalutato dai discendenti culturali e e istituzionali di quel movimento, che forse ritenevano superata la fase identitaria con l’approvazione delle leggi sulla tutela delle Green Belt. E invece, complice una certa perdita di ruolo economico dell’agricoltura, la sua parziale industrializzazione, e anche dall’altro lato la sua cristallizzazione in forme piuttosto folkloristiche di paesaggio tradizionale, la tutela degli spazi aperti delle grandi regioni urbane è diventata via via sempre più estranea alla sensibilità diffusa dei loro abitanti, se si escludono quelli colpiti direttamente da certi processi di trasformazione edilizia o infrastrutturale.

A Portland, Oregon, in un sondaggio promosso dall’amministrazione metropolitana eletta i cittadini promuovono a pieni voti e con schiacciante maggioranza l’istituzione dello Urban Growth Boundary (equivalente americano della Green Belt), e si dichiarano anche indirettamente disponibili a sostenerne i costi economici, per esempio in termini di relativo aumenti dei costi delle abitazioni dovuto ai vincoli urbanistici. Il che, come sottolinea anche la stampa economica, dovrebbe suonare come chiaro segnale per investitori e costruttori: rivolgetevi a quel mercato maggioritario, proponendo trasformazioni in senso urbano, quartieri integrati e ad elevata accessibilità, e smettetela invece di fare lobby per ottenere varianti di piano e attenuazione dei vincoli di inedificabilità. Grazie all’ottima promozione e ricerca attiva di consenso dell’ente elettivo Metro Portland, naturalmente.

Con buona pace di chi, vuoi pagato ad hoc dagli interessi costituiti, vuoi in buona fede per propria superstizione culturale, continua a sostenere a spada tratta una presunta natural spontaneità del suburbio delle villette, della mobilità automobilistica, dell’ineluttabilità in qualche modo delle varie crisi climatiche o energetiche, da risolvere al massimo con marchingegni high-tech, o più probabilmente con l’intervento della divina provvidenza, come sperano in tanti nella destra conservatrice o in quella finta sinistra che si presenta come “favorevole allo sviluppo”. In definitiva: pianificare va benissimo, approvare leggi pure, ma informare e formare la cittadinanza (come insegnavano i fabiani nell’epoca pionieristica delle città giardino e delle riforme novecentesche) è quanto conferisce senso e ritmo alla diffusione delle proprie intuizioni. Specie in un’epoca di trionfo dell’immagine come la nostra.

Per chi non l’avesse ancora letto, qui su La Città Conquistatrice anche il citato Progetto per il Central Park di Olmsted e Vaux (1858) inedito nella versione vincitrice del concorso 

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