Jane Jacobs: ritratto del Cittadino Urbanista da Giovane (2)

Lavorare e imparare a Architectural Forum

Il cortile di uno slum a Manhattan

Nel 1952 chiude l’ufficio di New York del Settore Periodici del Dipartimento di Stato, e Jane si cerca un nuovo impiego. Sempre affascinata dalla scienza, considera in un primo tempo la rivista Natural History. Ma alla fine sceglierà invece di tentare col principale periodico specializzato in architettura del paese, Architectural Forum. Non ha nessuna esperienza specifica nel settore, ma il direttore non lo ritiene un limite: potrebbe anzi guardare le cose da una prospettiva nuova. Ma deve imparare in fretta, dato che le si chiede di seguire i nuovi ospedali e scuole. Ha un marito architetto, Bob, che la guida a leggere i disegni tecnici predisposti dagli studi per la committenza, e unire insieme le varie parti di un edificio. In poco tempo Jane inizia a scrivere di ogni genere di edifici, ben oltre scuole e ospedali. Si occupa anche di urbanistica, la composizione di parti di città, dalle vie al verde agli edifici. Si programma la localizzazione di case, negozi, scuole, fabbriche, la rete stradale. Nei dieci anni di lavoro alla rivista pubblicherà articoli propri quasi ogni mese oltre a lavorare a molti altri pezzi.

L’arrivo di Jane ad Architectural Forum coincide con un periodo particolare per le grandi città americane. In tutto il paese gli esponenti di punta – sindaci, finanzieri, magnati del commercio – insieme agli urbanisti riflettono sul ruolo dei grandi centri. Sono pochissimi i grandi complessi per uffici realizzati dalla Depressione, e col crescere del reddito disponibile per acquistare un’automobile tantissime famiglie scelgono di andare ad abitare nel suburbio, non in centro. Famiglie che spesso si sono fatte un’immagine di quel centro coincidente con criminalità, povertà, ambiente malsano, e sono invece attratte dal modello della casetta unifamiliare con giardino. Con tutte queste famiglie in fuga, gli amministratori e investitori pensano che quelle grandi città, specie i loro nuclei centrali, si avvizziscano e decadano. Preoccupanti le trasformazioni anche nei singoli quartieri abitati. Dalla fine della guerra ampie fasce di popolazione operaia – tra cui afroamericani, abitanti della zona depressa degli Appalachi, portoricani, messicani – migravano verso le città alla ricerca di lavoro. Non avevano stipendi elevati, e i quartieri in cui finirono per insediarsi erano quelli abbandonati dal ceto medio, che cominciarono a decadere. La cosa peggiore era che la discriminazione razziale segregava gli afroamericani – e non solo loro – dentro certe zone obbligando spesso ad affollarsi in piccolissimi appartamenti.

Alcuni speculatori sfruttavano la situazione facendo sì che le aree dove stavano i loro edifici diventassero un pericoloso slum di fabbricati pericolanti quasi inabitabili. Gi urbanisti ritenevano che questo tipo di degrado assomigliasse a certe malattie delle piante, in grado di diffondersi al resto della città. Si iniziò così a porvi rimedio demolendo interi gruppi di isolati sostituiti da strutture nuove fiammanti, secondo un concetto chiamato Urban Renewal. Spesso invece dei vecchi fabbricati sorgevano case di lusso, complessi della pubblica amministrazione, teatri. In altri casi si riteneva di rivolgersi ai medesimi residenti a basso reddito levandoli dalle vecchie affollate case per sistemarli in nuove «abitazioni pubbliche» finanziate e gestite dall’amministrazione. Le risorse finanziarie per la demolizione dello slum e la ricostruzione erano federali ai sensi dello Housing Act 1949. Lo stile moderno degli edifici alti e snelli rappresentava uno stile di vita innovativo. Era dall’epoca della Depressione e della guerra che tanti americani anelavano a nuove case con tutte le comodità oltre che a comperarsi una macchina ultimo modello. Quando si intervenne contro il degrado urbano si scelse quel genere di edifici di stile moderno.

Dall’ufficio nel Rockefeller Center la redazione di Architectural Forum poteva contemplare l’intera fascia intermedia di Manhattan, e si concepiva la rivista come luogo essenziale di discussione sia dell’architettura moderna che delle trasformazioni urbane. Su quelle pagine si provava a rispondere a domande impellenti: quale era il modo migliore di rinnovare e ricostruire le città? Si doveva preferire l’abitare in edifici alti oppure più bassi? Come poteva riorganizzarsi lo spazio urbano per adeguarsi all’automobile? Come comporre in reciproco rapporto gli ambiti residenziali e quelli commerciali? I viaggi che Jane faceva a scopo di documentazione e ricerca di materiali per Architectural Forum – con il ruolo fondamentale di un particolare incontro – contribuirono a definire il suo pensiero sul tema. Nel 1954 Edmund Bacon, noto urbanista, la portò a visitare Filadelfia. Il giro iniziava da una passeggiata in una strada in un quartiere povero. Molto vivo. «gente affacciata alle finestre o seduta sui gradini, ragazzi che giocavano per strada». Bacon mostrava fiero a Jane il nuovo quartiere residenziale pubblico di torri sulla via parallela. Ma guardandosi attorno lei intuiva qualcosa di sbagliato. La gente nella via povera tanto affollata sembrava «stare bene con sé stessa e con gli altri», mentre per le linde vie del nuovo quartiere non c’era nessuno «salvo un bambino tutto solo che prendeva a calci una gomma». Forse Edmund Bacon (il grand’uomo come lo chiamerà in seguito) non aveva capito bene. Forse quei progetti tanto cari a certi architetti non funzionavano affatto.

Jane poi visitò anche Boston per trovare una situazione analoga. Là si poteva ammirare la zona di North End con la congerie di panetterie, calzolai e altre botteghe tra edifici residenziali bassi, e tante persone di ogni età a girare per le strade. Convinta dei vantaggi dello Urban Renewal l’amministrazione cittadina aveva demolito un intero quartiere – l’adiacente molto simile West End – per sostituirlo con sterili torri su nuda terra. Nel 1955 Jane si prese una breve pausa dal lavoro per la nascita della figlia Mary (che in seguito scelse di chiamarsi Burgin come la nonna paterna prima di sposarsi). Quando dopo qualche settimana tornò in redazione trovarono una baby sitter per curare sia la piccola che i fratellini. Di nuovo ad Architectural Forum però continuava a chiedersi se avessero senso tutte queste grandi operazioni di rinnovo urbano a New York, Boston o Filadelfia. Fino a incontrare un giorno qualcuno che condivideva i suoi stessi dubbi.

William Kirk, pastore episcopale, era capitato negli uffici in visita a un amico redattore. Kirk presiedeva al tempo Union Settlement, associazione di sostegno ai poveri del quartiere di East Harlem nel nord di Manhattan. Con le sue attività di educazione, alimentazione, tempo libero, Settlement si rivolgeva a un numero crescente di portoricani e afroamericani. Kirk lavorava nella zona dal 1949 e poteva notare molto bene quel che stava succedendo, in un vecchio quartiere distrutto e sostituito da case pubbliche a torre. Strinse subito amicizia con Jane e la invitò a fare un giro a East Harlem. Per mostrarle come le demolizioni avessero azzerato preziose reti sociali, perché quegli enormi «superblocchi» di edifici sviluppati in altezza mancavano del tutto di spazi come chioschi o botteghe, spontanei luoghi di riunione.

Da un appartamento troppo in alto non si potevano controllare i bambini che giocavano in strada. Aumentavano i comportamenti criminali, la gente aveva paura a prendere l’ascensore, i bambini non frequentavano più i campi di gioco. Nonostante i milioni di dollari spesi dal governo nelle trasformazioni di East Harlem né povertà né criminalità né livelli di vita stavano migliorando, anzi peggioravano. Il quartiere era meno sicuro e gli abitanti più scontenti. Jane era molto turbata da tutti questi problemi rilevati da Kirk e dai suoi collaboratori. Trovò il modo di partecipare al comitato direttivo di Union Settlement per contribuire ad avvicinare le autorità cittadine per informarle sulla situazione. Uno dei risultati fu di rendere possibile agli abitanti di East Harlem partecipare alla progettazione degli alloggi del quartiere: scrivere di un argomento, scrivere bene, non bastava a Jane, voleva lavorare attivamente sui problemi.

La fortuna dell’articolo su Fortune

Jane Jacobs torna a casa dal lavoro, Washington Street 1963

Nel 1956 si presenta a Jane una occasione che, imprevedibilmente, le cambierà la vita. Il suo capo a Architectural Forum non può tenere una relazione alla Harvard University e le chiede di sostituirlo. In principio è riluttante perché da sempre aveva qualche timore a parlare in pubblico. Strano che quella birichina che fa scherzi in classe e fa scoppiare sacchetti di carta in mensa diventi timida davanti a un pubblico. Ma alla fine accetta: a condizione di poter dire quel che le pare. Si impara a memoria tutto il discorso di dieci minuti per sopravvivere all’ordalia dell’orazione pubblica. Sarà uno smagliante successo. Quelle frasi senza troppi giri di parole colpiscono il pubblico, quando polemizza contro quelle trasformazioni urbane distorte fatte di torri residenziali incombenti su edifici e strade. Sostiene che, senza spazi a dimensione umana come un piccolo negozio di dolciumi o una trattoria, non ci si potrà mai incontrare. In un complesso di East Harlem, nota, l’unico posto dove è possibile socializzare sono i locali lavanderia. Radere al suolo case, negozi, chiese, luoghi di riunione, distrugge la comunità. In definitiva lo Urban Renewal aggredisce coloro che dovrebbe invece aiutare.

Tra il pubblico siede anche William H. Whyte, direttore di Fortune, rivista molto diffusa e influente sia nel mondo economico che in quello dell’opinione pubblica generale. Molto colpito dall’originalità delle idee di Jane, le chiede di scrivere un pezzo da pubblicare sul prossimo supplemento straordinario dedicato ai problemi delle città dal titolo The Exploding Metropolis. Qualcuno in redazione come al solito ha dei dubbi sul far scrivere una donna, figurarsi una che gira in bicicletta, passa il suo tempo a fare attività volontarie nei quartieri «e poi non ha mai neppure scritto un vero saggio in vita sua». Ma William Whyte si impone: Jane è sul punto di diventare un personaggio pubblico.

«Bisogna passeggiare» dichiara in quel pezzo per Fortune molto letto dal titolo «La Città è della Gente». Chiedendo ai suoi lettori di osservare cosa rende tali le città. Come nel discorso alla Harvard difende il tipo di quartieri che promuovono una vita di strada «allegramente caotica». «Siamo ad una svolta per il futuro delle città. In tutto il paese urbanisti e amministratori stanno preparando progetti di trasformazione che ne determineranno la vita per generazioni. … Come saranno?». E si risponde da sola citando sarcasticamente certo linguaggio da esperti: «Spaziose, immerse nel verde, poco affollate, ricche di ampie vedute. Solide, simmetriche, ordinate. Pulite, spettacolari, monumentali. Saranno insomma identiche a perfettamente tenuti dignitosi cimiteri». Perché, riconosce Jane, è pur vero che tanti centri urbani sono diventati sporchi e congestionati, ma non li si deve per questo demolire e ricostruire per grandi progetti che «cancellano le vie». Jane promuove invece luoghi con le caratteristiche di Maiden Lane a San Francisco per esempio, o il Rockefeller Center a New York, con un sistema stradale vario in grado di rendere la vita urbana sempre «sorprendente e straordinaria».

Enfatizza il valore di caratteri come fontane, orologi, slarghi, edifici diversi dagli altri, e fa esempi come Times Square a Manhattan piena di abbaglianti insegne luminose, o Arlington Street a Boston, dove la guglia di una chiesa sembra fungere da punto esclamativo a concludere la strada. Ci ricorda che la nostra consapevolezza di essere in un punto particolare della città «si compone di tante piccole cose … alcune apparentemente trascurabili al punto che le diamo per scontate … le differenze di lastricatura, segnaletica, impianti, arredi, lampioni, gradini». Invita i progettisti a tenerne debito conto, delle cose che rendono un luogo diverso da tutti gli altri. Una città su una collina offre spunti di dislivello? C’è una sponda a cui si può accedere ancora meglio? Ovunque, sottolinea, occorre fare tesoro delle particolarità. Prosegue poi introducendo l’idea della «città su due turni», e fa l’esempio della 57° Strada a New York con lo spazio per concerti della Carnegie Hall. In quell’isolato la mescolanza di abitazioni, teatri, ristoranti, piccoli uffici, fa sì che ci siano persone per strada giorno e notte, che la via venga utilizzata di continuo.

Fino a porre apparentemente bislacche questioni come: «Come mai una buona bistecca la servono solo negli edifici vecchiotti? … Perché un isolato più piccolo è più attivo di uno grande?». Jane sta letteralmente ribaltando le idee dei lettori sui loro centri città. Riconosce l’importanza di queste riflessioni anche la Rockefeller Foundation, ente di sostegno alla ricerca per la progettazione urbana. Vorrebbero che lei approfondisse le idee che ha esposto abbastanza sommariamente nel saggio per Fortune e le propongono una borsa di studio sufficiente a non dover dipendere dal lavoro a Architectural Forum e dedicare il proprio tempo a scrivere un libro. I riconoscimenti non sono finiti. Jason Epstein della prestigiosa casa editrice Random House di New York è già disponibile a pubblicarlo, quel libro. È l’inizio di una lunga collaborazione, dato che resterà il suo riferimento editoriale per quasi tutta la vita. Jane apprezza le capacità e sensibilità di Epstein nel suggerire migliorie ai testi, e il suo modo particolare di farlo.

Una banda di mamme e bambini

Meno autostrade più pedonalizzazioni

Mentre Jane sta scrivendo il suo libro sulle città e l’urbanistica succede qualcosa che la distrae dal lavoro. Da conoscenze di quartiere apprende del progetto di una autostrada urbana da quattro corsie progettata ad attraversare la zona in corrispondenza di Washington Square Park. Con quel bellissimo arco di marmo e la fontana in mezzo Washington Square è il cuore del quartiere Greenwich Village. Adesso un potente funzionario pubblico, Robert Moses, molto sostenuto, minacciano di distruggere quel luogo di socialità di tanti newyorchesi. Si deve assolutamente fare qualcosa per contrastarlo: Jane ancora una volta saprà convertire le proprie idee in azione. Moses aveva iniziato a regnare sulla città molti decenni prima a partire dagli anni ’20. Oltre ad occupare posizioni di potere statali per quanto riguarda strade e parchi era – spesso in contemporanea – Commissario al Verde, Coordinatore Cittadino le Riqualificazioni Urbane, Presidente dell’Ufficio Abolizione del Tugurio, oltre ad occuparsi di tante altre cose. Con la forza dei finanziamenti federali e il sostegno di molta politica e interessi economici, sognava e realizzava interi sistemi di trasformazioni pubbliche, dalle piscine ai campi da gioco ai ponti alle autostrade urbane veloci. Famoso per la determinazione e l’arroganza non faceva nulla per evitare anche i più aspri conflitti. Era Moses, più di chiunque altro, a plasmare l’aspetto di New York. Ed erano in molti sia tra i decisori che tra i cittadini a ritenere che l’avesse migliorata con quei grandi ambiziosi progetti.

Credevano che avesse traghettato la città nell’epoca moderna realizzando strade e ponti così che gli automobilisti potessero abitare il suburbio e lavorare in centro. Aveva spostato moltissimi abitanti a basso reddito da edifici degradati in complessi pubblici di nuova realizzazione. Aveva realizzato parchi e la famosa località di Jones Beach coi ristoranti, i chioschi per bagnanti e la passeggiata a mare sulla costa meridionale di Long Island, oltre ad aver coordinato la nuova sede centrale dell’ONU in un’area di otto ettari sull’East River. Ma sia critici che ammiratori concordavano almeno su una cosa: aveva un enorme potere e un atteggiamento poco incline al compromesso che lo rendevano inarrestabile. Non ci pensava due volte a demolire qualunque cosa gli potesse sbarrare il passo. Ora negli anni ’50 Moses voleva far passare una arteria di comunicazione veloce da Washington Square, dopo averne realizzata tante altre simili anche più grandi.

L’opera richiedeva la demolizione di case abitate e attività economiche per far passare tante sfreccianti automobili. Gli abitanti di quelle case e quartieri si opponevano, ma Moses e i suoi sostenitori non ne volevano sapere. Pareva molto più importante far entrare sempre più velocemente automobili in città anche sacrificando quartieri storicamente vivacissimi: il prezzo da pagare al progresso. E la legge stava dalla parte di Moses, grazie al diritto di esproprio per pubblica utilità se si riusciva a dimostrare i vantaggi, accedendo ai fondi del Federal Highway Act 1956 per la rete delle autostrade nazionali. Senza l’attraversamento rapido di Washington Square, sosteneva Moses, il traffico a sud Manhattan era destinato al blocco totale. L’ex attrice Shirley Hayes diventò una mamma militante una volta visto il progetto di taglio autostradale del parco. C’era una corsia serpeggiante che prolungava il percorso della Quinta Strada per gli autobus attorno al parco, ma Shirley scoprì nel 1952 il progetto del comune iniziando il suo lavoro di opposizione. Organizzava i vicini per spedire lettere di protesta al Sindaco e agli Uffici. La speranza era di salvare il parco dove giocavano e andavano sui pattini i bambini e dove giocavano a scacchi o si fermavano a chiacchierare gli adulti.

Jane col marito Bob e tanti altri newyorchesi a dir poco perplessi bombardavano il comune con decine di migliaia di cartoline. Jane, Shirley e altre organizzavano banchetti nella zona del parco chiedendo ai passanti di firmare una petizione contro l’autostrada. Tante mamme coi bambini nel passeggino scendevano al parco a dimostrare quanto quel traffico fosse pericoloso. I bambini più cresciuti facevano volantinaggi o si vestivano da uomo-sandwich con un cartello davanti e uno dietro a sostegno della petizione. Per unire tutti i vari gruppi di quartiere sulla questione specifica, si decise per il nome Comitato per la Chiusura di Washington Square Park al Traffico non di Emergenza. Abile stratega, Bob Jacobs riuscì a coinvolgere il deputato statale eletto nella circoscrizione dello West Village, per cui si avvicinava la campagna elettorale, a sostegno della causa, insieme ad altri politici. Il nuovo settimanale della zona Village Voice, promuoveva le proteste sulle proprie pagine. Anche l’ex First Lady, Eleanor Roosevelt, che aveva abitato al Village, garantì il proprio sostegno. Moses era furioso nel vedere il proprio progetto messo in discussione.

A una riunione per discutere il futuro del parco si alzò afferrando il corrimano per muggire: «Nessuno è contrario al progetto, NESSUNO NESSUNO NESSUNO salvo una banda di MAMME!» prima di andarsene impettito. Per la gioia degli abitanti e certo non di Moses, il Comitato ottenne una chiusura sperimentale di un mese della zona del parco ad ogni tipo di traffico salvo i mezzi di emergenza e gli autobus. A una cerimonia del novembre 1958 per celebrare la vittoria, la piccola Mary Jacobs, tre anni e mezzo, tirava insieme a una coetanea un simbolico nastro barriera anti traffico attraverso l’arco. Come avevano previsto al Comitato non ci fu alcun blocco totale del traffico in un mega ingorgo in quella zona della città «e nessun automobilista che implorasse di passare attraverso i giardini». L’anno successivo si votò una chiusura definitiva della piazza ad ogni tipo di traffico e cominciò a crescere l’erba nelle crepe di quelle strade inutilizzate. Il Village aveva bloccato il progetto di Moses! E unendosi alla battaglia per Washington Square Jane era, usando le sue parole, «diventata un personaggio pubblico» e un riferimento per la comunità.

Ma tutto quel coinvolgimento personale all’azione di tutela della propria città rubava tempo alla stesura del libro: «Ed è tremendo quando una città minaccia i suoi cittadini impedendogli di fare il proprio lavoro» lamenterà Jane. Anche i bambini avevano imparato in fretta che era meglio lasciar perdere di disturbare la mamma per qualsiasi motivo. Ancora anni dopo, quando un sindaco di New York telefonò a casa chiedendo di parlare con Jane, Mary gli rispondeva perentoria: «Mamma non è disponibile a parlare con nessuno fino alla quattro del pomeriggio». Una sera di marzo 1960 mentre gli stavano sistemando le coperte del letto l’undicenne figlio Jimmy disse tristemente alla mamma: «Non ci sarà più il nostro albero». La famiglia ne aveva piantato uno sul limite del marciapiede davanti alla casa molti anni prima. «Perché dici questo?» chiese sua madre. E Jimmy le spiegò di aver visto degli operai fare dei rilievi davanti all’ingresso. Ned a cui interessavano quelle cose si era fermato a chiedere e gli avevano spiegato un progetto di modifica di una striscia di marciapiede su entrambi i lati della via, per cui si sarebbe tagliata quella pianta. Jane rimase molto perplessa come i suoi figli per quel progetto.

Hudson Street collegava due arterie altrettanto trafficate. Robert Moses e altri ritenevano che al crescere degli spostamenti la soluzione dovesse essere sempre di allargare le strade. Ma la stessa Jane aveva da tempo osservato come consentire di far entrare più auto in realtà aumentasse il rischio di ingorghi. Già la mattina dopo la famiglia Jacobs scriveva una petizione contro il progetto di allargamento della propria via, passando subito dal tipografo per stamparne parecchie copie. L’artigiano sul momento rispose di essere molto occupato e che si doveva aspettare almeno un paio di settimane, ma intervenne uno dei ragazzi: «Tra un paio di settimane avranno già tirato su tutti i marciapiedi!» compreso quello davanti alla tipografia per inciso. Il tipografo ascoltava, e la petizione fu stampata nel giro di un’ora. Pulsavano le linee telefoniche diffondendo la notizia per tutto il Greenwich Village.

Con ancora fresca l’impressione della vittoria a Washington Square Park, gli abitanti costituirono immediatamente un Comitato Tutela dei Marciapiedi nominando presidente Jane. La petizione fu affissa nei negozi con tavoli all’esterno per la raccolta forme. Ned e Mary Jacobs stavano a un banchetto sulla porta di casa chiedendo ai passanti di firmare contro la devastazione del quartiere che avrebbe interessato tutte le attività commerciali e le case, reso le vie più pericolose per i ragazzi e peggiorato il traffico. Il Comitato Marciapiedi aveva trovato adesioni in tutta la zona, e la politica non poteva fare a meno di prendere posizione in vista del voto amministrativo. Dopo la consegna della petizione con le firme alla presidenza del governo circoscrizionale di Manhattan, si apprese con sollievo che il progetto di allargamento della carreggiata di Hudson Street era stato ritirato! «Ricordo che tempo dopo – racconta Jane – Jimmy era di ritorno per il pranzo Si fermò a chiedere qualcosa a degli operai comunali al lavoro in strada sentendosi rispondere “Ah guarda noi non diciamo proprio niente ai ragazzini”».

Assalto all’Urbanistica

Permeabilità dei tessuti e vitalità urbana

Nonostante l’interferenza dell’attivismo per tutelare Hudson Street e la difesa di Washington Square, Jane riusciva comunque a sfruttare il suo tempo per lavorare al libro del contratto di borsa di studio. Le discussioni con l’editor William Kirk, le proprie ricerche e riflessioni originali, gli anni di esperienza a scrivere di temi urbani e sociali, tutto convergeva nel volume che si sarebbe intitolato The Death and Life of Great American Cities. L’incipit era un vero e proprio grido di battaglia: «Questo libro rappresenta un assalto all’idea attuale di urbanistica e trasformazioni. Ma è anche soprattutto un tentativo di introdurre nuovi principi di programmazione e riqualificazione urbana, diversi e per certi versi opposti a quanto si insegna oggi nelle scuole di architettura e urbanistica o si scrive nei supplementi domenicali e riviste per signore». Scuole e pubblicazioni che semplicemente corrispondevano alla diffusa convinzione secondo cui lo Urban Renewal era il massimo. Ovunque nel paese città grandi o piccole entusiasticamente radevano al suolo vecchi quartieri orgogliosamente rimpiazzati con altri. Gli amministratori locali chiedevano a Washington i finanziamenti resi disponibili a quello scopo dallo Housing Act 1949.

Col suo tono ormai abituale, Jane metteva in discussione non soltanto quell’idea di rinnovo urbano ma anche il modo in cui gli architetti e gli urbanisti pensavano le ricostruzioni. L’architetto svizzero le Corbusier aveva proposto un modello definito Ville Radieuse. Nell’epoca dell’automobile immaginava grappoli di torri circondati da distese erbose, il tutto alimentato dalle rete stradale. Ed erano in tantissimi a pensare che quelle «torri nel parco» di le Corbusier fossero il metodo ideale per costruire le tanto necessarie case di città mantenendo gli spazi verdi aperti. Secondo Jane però quel concetto di Ville Radieuse non aveva molto senso. William Kirk, a cui venivano riservati profondi ringraziamenti all’inizio del libro, aveva mostrato a Jane quanto quel genere di progetti di grande scala fossero devastanti per la città esistente. Abolita la vitalità delle strade molte di quelle nuove realizzazioni diventavano spazi vuoti o infestati dalla criminalità, molto peggio dei cosiddetti tuguri che avrebbero dovuto rimpiazzare. Un enorme complesso residenziale a St. Louis era un tale evidente fallimento da essere abbandonato e poi fatto saltare con l’esplosivo vent’anni dopo la costruzione! (*).

Jane Jacobs attaccava anche l’idea molto popolare detta della della città giardino, secondo cui si organizzavano gruppi di casette unifamiliari o a due o tre piani su ampi spazi verdi. Scuole, fabbriche, negozi, erano realizzati abbastanza vicini perché gli abitanti non dovessero spostarsi troppo lontano per il lavoro, come invece succedeva nel suburbio tradizionale. Le strade circondavano quei grappoli di abitazioni collegandoli l’uno con l’altro. Cosa c’era di sbagliato per non gradire quei luoghi apparentemente gradevolissimi? Fin troppo carini, ribatte Jane: così come succede con la Ville Radieuse, anche il modello della Città Giardino manca del tutto della densa e varia mescolanza di persone diverse che si muovono per le proprie attività su vivaci strade. Tutte non-città secondo Jane piuttosto noiose incapaci di crescere e cambiare: bellissima la campagna quando è tale e mantenuta tale, ma orribile quel lindo suburbio «tutto fatto di erba erba erba».

Molti urbanisti, scrive Jane, a ben vedere la città la odiano. Nella loro ammirazione per tutto ciò che risulta moderno vorrebbero radere al suolo i vecchi quartieri anche quando funzionano benissimo così. Prediligono invece quei progetti composti di linee rette e sviluppati in altezza sul modello di le Corbusier. Oppure preferiscono la Città Giardino che risucchia le persone fuori dal centro. Secondo Jane si tratta di urbanisti «molto interessati alla crisi» delle città ma molto poco curiosi rispetto a ciò che le rende vitali. The Death and Life of Great American Cities faceva proprio l’obiettivo di capire il più possibile proprio cosa funzionava davvero negli ambienti urbani. Quello che era stato a suo tempo chiamato «il balletto sul marciapiede» risultava impossibile se si abitava in spazi esclusivamente residenziali. Jane pensava che piccoli esercizi commerciali, ristoranti, luoghi di divertimento, dovevano mescolarsi alle abitazioni. Apprezzava molto il fatto di poter trovare non lontano da casa un corniciaio, un parrucchiere, un negozio di articoli da pesca. Le piaceva vedere un mercato del pesce fianco a fianco con una galleria d’arte, concludendone che la «mescolanza funzionale» vitale per la città si realizzasse davvero solo con un intricato ammucchiarsi di attività.

Mescolanza funzionale significava anche sicurezza perché esisteva sempre un motivo per stare su quei marciapiedi ad ogni ora. Abitanti, negozianti, passanti, tutti potevano fungere da «occhi sulla strada». Jane raccontava di un fatto curioso che evidenziava quanto fossero utili questi casuali ficcanaso. Era successo che mentre un giorno Jane guardava dalla finestra del suo secondo piano fosse scoppiato un «contrasto» tra un uomo e una ragazzina. Lui sembrava volerla obbligare a seguirlo, ma «la ragazzina si irrigidiva come succede quando i bambini si impuntano, stava contro il muro di uno dei palazzi popolari affacciati sulla strada». Jane si chiede se sia il caso di intervenire o no, ma ci sono altre persone a osservare le medesima scena. «Dalla macelleria al pianterreno del palazzo esce la donna che gestisce il negozio insieme al marito; sta a portata d’orecchio dai due con le braccia conserte e un’espressione determinata». Altri due uomini spuntano da una gastronomia lì accanto, e si vedono parecchie teste fare capolino dalle finestre. In pochi istanti «il fabbro, il fruttivendolo e il proprietario della lavanderia» sono usciti dalla bottega. «Nessuno può trascinarsi via così una ragazzina senza spiegazioni».

Salterà presto fuori che si tratta di padre e figlia! Ma Jane aveva comunque assistito al manifestarsi un possente esempio di come funzionassero gli «occhi sulla strada». C’erano poi altri principi attivi per le vie, favoriti dagli isolati brevi, no certo da quegli smisurati anonimi superblocchi tanto apprezzati da certi urbanisti. Il libro conteneva schematizzati in diagramma proprio questi modelli di funzionamento dell’isolato: più incroci di vie significa più persone che camminano da un punto all’altro potendo scegliere percorsi diversi. Oltre a diversificare le vedute urbane gli isolati più piccoli offrono più occasioni di relazione moltiplicando gli angoli. The Death and Life of Great American Cities descrive vividamente anche il genere di edifici che si adattano meglio a quel tessuto di isolati corti, di nuovo mescolando vecchio e nuovo come Jane non manca mai di ribadire. Con molti tipi diversi si ha anche una diversificata scelta delle abitazioni per taglio, prezzo, condizioni del fabbricato. Chi decide di stabilirsi può migliorare il quartiere restaurando, come hanno fatto Jane e Bob. Inoltre se si possono trovare nel medesimo quartiere tagli diversi di alloggio edificio stato di conservazione e prezzo sarà meno probabile doversi spostare altrove lontano se cambiano le condizioni del nucleo familiare. Rendendo il quartiere ancora più stabile e accogliente per abitarci.

«Per le nuove idee sono meglio i vecchi edifici» osserva Jane. Se una zona offre anche spazi a prezzi accessibili possono insediarsi anche studi di artisti con pochi mezzi, può iniziare a lavorare un negozietto etnico, o cominciare l’attività un fabbricante di monopattini alle prime armi. Pare sempre affascinante «l’ingegnoso adattarsi dei vecchi luoghi a nuove funzioni. L’ex salone rappresentativo del palazzo che diventa l’esposizione dell’artigiano, il seminterrato dove fanno musica e spettacolo e riunioni gli immigrati, l’ex magazzino trasformato in cucina artigianale di cibo cinese». Nelle città è sempre importantissimo il fattore tempo. «Ci sono vecchi edifici che anno dopo anno vengono sostituiti da nuovi o rimodernati … Vale a dire che col passare del tempo cambia la mescolanza di diverse epoche e tipologie. Si tratta naturalmente di un processo dinamico in cui ciò che un tempo era nuovo diventa vecchio». Ma certo non basta tutto questo mescolarsi di attività isolati corti e compositi vecchio e nuovo, a garantire vivacità e dinamica. C’è l’altro elemento essenziale che sono le persone, tanti tipi di persone diverse che vivono e lavorano insieme.

Jane apprezza l’esistenza dei luoghi densamente popolati dove si possono trovare altri che condividono interessi, dallo studio del mandolino alla cucina indiana. E c’è una bella differenza tra un certo tipo di auspicata alta densità dove molti alloggi stanno uno vicino all’altro, e l’altra sgradevole dove troppe persone condividono il medesimo spazio. Alcuni luoghi degradati sono davvero tuguri infestati dai topi, ma è troppo facile bollare come slum quartieri che invece ospitano sane vivacissime comunità. In Death and Life si descrivono positivamente il North End di Boston e il Greenwich Village di New York, proprio come esempi di vitali luoghi che non sono affatto tuguri. E ci sono anche zone molto dense per esempio a Filadelfia o San Francisco di gran lunga preferibili ad altre meno popolate delle stesse città. Troppo spesso si tende a dare per scontato che una città debba essere un posto sporco e malsano. Jane ricorda ai suoi lettori come straordinari progressi della medicina e della tecnica rendano oggi perfettamente possibile abitare in grande quantità insieme in modo salubre: seppure non ancora eliminati, inquinamento e malattie non costituiscono più la minaccia di un tempo.

Jane celebra l’esistenza urbana, quel convivere in prossimità tra tante diverse nazionalità, persone che i quartieri li abitano o li percorrono, dagli scaricatori di porto irlandesi ai ballerini haitiani. E verso la fine di questo rivoluzionario libro ci ricorda che nonostante siano in tanti a considerarle posti assolutamente caotici, le città possiedano invece un proprio implicito ordine. Da appassionata solutrice di puzzle prova a descrivere ai suoi lettori un complicato intreccio di tessere incastrate le une dentro le altre. Sostiene anche come le città non siano affatto qualcosa di maligno e innaturale, ma posti del tutto sani e ordinati. «Gli esseri umani sono, ovviamente, essi stessi parte della natura, così come lo sono gli orsi o le api o le balene. Le città degli esseri umani sono naturali in quanto prodotto di una forma naturale, così come le tane dei cani della prateria o i fondali di ostriche». Con una nota di ottimismo sul futuro della città americana la naturalista urbana Jane Jacobs conclude: «Città sterili, artificiali, certo, che contengono i semi della propria distruzione. Ma anche così diverse, vive, intense, ricche dei semi dalla propria rinascita».

(*) Si tratta forse evidentemente del quartiere Pruitt-Igoe progettato dallo studio di Minoru Yamasaki e reso quasi leggendario proprio dall’immagine negativa, sia negli studi sulla sicurezza degli spazi collettivi di Oscar Newman, sia nelle riprese della demolizione montate dal film documentario Koyaanisqatsi poi rese ancora più note dalla definizione del critico Charles Jencks: «la morte dell’architettura moderna». Però qui è il caso di precisare che l’inserto del caso nella narrazione del libro di Jane Jacobs, scritto quando il progetto Pruitt-Igoe era ancora fresco di assegnazioni e un quarto di secolo prima delle cariche di dinamite, rischia di confondere il lettore (n.d.t.)

estratto da: Glenna Lang, Marjory Wunsch, Genius of Common Sense – Jane Jacobs and the story of The Death and Life of Great American Cities, David R. Godine, Boston 2009 – Traduzione di Fabrizio Bottini –  qui la Prima Parte del saggio – Segue

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