La città è monopolio degli architetti?

Ciclisti

Foto J. B. Hunter

L’immaginario collettivo si fa catturare quasi automaticamente da certe immagini molto forti, suggestive, sedimentate. É piuttosto curioso che quella dell’architetto moderno, diretto discendente degli intellettuali del Rinascimento in versione giacca e cravattino, risalga più o meno all’epoca degli uomini soli al comando, i mitici anni dei mitici leader che facevano sognare le folle vuoi col New Deal, vuoi col trionfo della razza ariana, vuoi coi treni che arrivavano in orario. Esattamente da quelle parti inizia a spuntare un altro protagonista, che di solito ci figuriamo in un punto elevato, a scrutare la metropoli fiutando l’aria, ma dove un futurista qualsiasi sapeva al massimo abbozzare affascinanti schizzi o fonemi, l’architetto del Novecento si slacciava la cravatta e buttava giù le prime basi di un’idea che poi avrebbe sviluppato scientificamente, sistematicamente: la città ideale del futuro.

È così forte questa immagine, da avere anche una faccia precisa: quella di Gary Cooper nel film La Fonte Meravigliosa, una specie di sintesi tra vari protagonisti del progetto di architettura e dell’impegno culturale, tratta dall’omonimo romanzo di Ayn Rand. Con qualche variante, siamo cresciuti un po’ tutti coccolando questa idea, che come tutte le idee che si rispettano contiene un po’ di verità, e parecchia fantasia. Del resto l’avevano ben capita anche i non-architetti della stessa epoca, la necessità di fare un passetto indietro formale, lasciando che a gettare a volte efficacemente il cuore oltre l’ostacolo fossero questi ardimentosi artisti-progettisti. Poi a sistemare le cose, sarebbero entrati in campo tutti gli altri. Non a caso ogni volta che qualcuno si prende la briga di fare un pochino di documentata storia urbana o urbanistica, salta fuori sempre la stessa cosa: dietro la grande visibilità di piani e progetti dibattuti sulle riviste, nei convegni, insomma in quelle che parrebbero le sedi uniche, c’è la città reale, costruita in modo diverso, da altri, con criteri magari identici, magari opposti.

Il concetto generico di «tutti gli altri» non comprende solo le anonime masse amorfe che guardava ad esempio le Corbusier dall’alto del suo balcone parigino in una torrida notte d’estate, intuendo le basi di Urbanisme negli anni ’20. Né le folle proletarie oppresse che sfilano nelle travolgenti inquadrature di Metropolis di Fritz Lang, se è per questo. Tutti gli altri sono, esattamente, tutti gli altri, ovvero cittadini di varia formazione e interessi, che hanno pieno diritto di esprimere idee, opinioni, progetti per la città. Magari anche facendo il tifo per questo o quell’architetto, oppure semplicemente partecipando in qualche modo alle discussioni, attraverso i rappresentanti politici, o direttamente negli organismi istituzionali e spontanei. Come nelle polemiche per certe grandi o piccole trasformazioni, i loro impatti, la loro qualità e legittimità culturale.

Accade di continuo di vedere singoli o gruppi di intellettuali legati al mondo dell’architettura intervenire per denunciare, con l’enfasi di linguaggio caratteristica dei nostri tempi, l’incombere di qualche «mostro», ovvero progetti di trasformazione che hanno fatto o potrebbero fare grossi danni.

Un’opinione come un’altra, a cui ragionevolmente si potrebbe rispondere spiegando che di sicuro se c’è qualcosa di sbagliato o di inopportuno nei vari «mostro» si vedrà di verificare e intervenire. Quando si discute di qualità urbana, certamente è benvenuto il contributo di chi «ne capisce», ma appunto le opinioni di pur noti e prestigiosi intellettuali con laurea in architettura in tasca, in fondo pesano tanto quanto quelle di tanti altri, magari degli abitanti di certi quartieri, che paiono invece felicissimi di convivere coi «mostri», anzi non vedono l’ora.

In definitiva: esiste un’idea di città in sé e per sé migliore di un’altra? Esiste una certa élite intellettuale in grado di comprendere meglio i problemi generali e orientare le soluzioni? Pesano di più, rispetto alla composizione di interessi e orientamenti collettivi, queste prospettive particolari, rispetto ad altre, nel condizionare le decisioni politiche e amministrative, che traducono in fatti concreti le generiche aspirazioni? Succede ovunque, che la discussione si faccia aspra e a volte pure drammatica, come nel caso delle grandi opere di spropositato impatto ambientale e sociale, ma soprattutto quando l’ambito della trasformazione è abbastanza ristretto, limitato il numero delle varianti in campo, è possibile leggere un po’ meglio gli equilibri.

In sintesi estrema: il tale progetto di trasformazione, che qualcuno considera mostruoso, non pare esserlo per tanti altri: per tutti coloro che sin dall’inizio l’hanno concepito (altri savant di settore tanto per iniziare) discusso attraverso le varie fasi del processo di revisione e approvazione, criticato costruttivamente nelle varie sedi messe a disposizione dalle regole. Certo si ha pieno diritto di esprimere prestigiose opinioni, ma si tratta appunto di una cosa come un’altra, al massimo utile ad aprire un dibattito culturale.

Ma altro, tutt’altro, è il dibattito sulle regole da seguire e sugli equilibri da raggiungere: non è che nell’epoca delle rivoluzioni politiche fatte sui social network sia possibile continuare con lo scontro fra titani sulle pagine dei quotidiani, nei salotti, insomma in quegli spazi esclusivi a cui hanno accesso appunto solo persone trendy, letterati, accademici, parenti e cugini. Tutti sono legittimati, per carità, a parlare di qualità, di più o meno cristallina limpidezza delle procedure amministrative di approvazione, oppure al contrario di terrificanti mostri di cui i nostri discendenti si vergogneranno per settanta volte sette generazioni. Però si spera che nessuno voglia recitare la parte della folla amorfa sballottata di Metropolis, e nessuno prendersi il posto del dittatore industriale.

Insomma sarebbe anche ora, in epoca di app e scambi in tempo reale, di far chiarezza sui ruoli e il peso relativo dei termini, evitando anche l’involontario ridicolo dei cosiddetti ecomostri o disastri per l’umanità tirati in ballo a sproposito. O delle città future ed eterne quando si parla invece di marciapiedi, paracarri, un edificio: magari brutti, orrendi, nella testa di qualcuno, e invece accettabilissimi compromessi del tutto rimediabili in futuro, per altri. Le avanguardie storiche con la loro idea un pochetto fascistoide di élite, quelli che nella notte guardano giù dal balcone sognando di plasmare il mondo come cera, con le sue iperboli verbali, stanno nella storia, e al massimo vengono rievocate alla lettera solo da certa cultura residuale di destra. Un segno di discontinuità potrebbe anche essere un cambio di marcia nei toni: è passato tanto tempo, ed è ora di cambiare stile. Anche questa in fondo è qualità urbana, oltre che democrazia. Può non piacere, ma fatevene una ragione.

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