Urbanistica: perché? (1915)

cadbury_01Appare evidente da qualunque punto di vista, quanto l’urbanistica riesca a stimolare e impegnare il pensiero di tante persone ogni giorno. Non si tratta neppure più di di qualcosa confinato a pochissimi esperti, ma via via che i vantaggi della pianificazione si evidenziano, si avverte il disagio tra moltissimi quando capiscono che le attuali carenze di metodo nel governo delle città producono sprechi, confusione, malattie. Esiste un vivo contrasto insomma, sempre più ampiamente compreso, e il successo dell’urbanistica dipende proprio dalla sua capacità di risolverlo.

Per molti anni i riformatori sociali hanno saputo quanto le trasformazioni convulse e isolate portassero risultati a dir poco insoddisfacenti. La crescita delle reti tranviarie o delle ferrovie suburbane, o di altre forme di trasporto locale, non hanno certo risolto, come si diceva, i problemi della casa e del sovraffollamento. Hanno invece replicato la medesima situazione, senza neppure modificare in meglio quella di chi abita ancora in città.Tutti gli incrementi di valore sono finiti nelle tasche dei proprietari immobiliari, e si sono devastate le campagne per chilometri e chilometri attorno ai grandi centri. Si sa da tempo che quando si realizzano infrastrutture di trasporto si deve anche in qualche modo governare lo spazio che attraversano. Appare essenziale considerare adeguatamente tutti gli interessi, e il più importante è quello della collettività. Gli operatori sociali da sempre si confrontano coi mali urbani, e il sostegno che da più parti arriva all’urbanistica si deve in notevole parte al fatto che sa prevenire il ripetersi delle medesime patologie nelle aree non ancora urbanizzate.

Ma forse è più giusto partire da un panorama della situazione attuale, per capire come l’urbanistica possa salvaguardarci dal ripetere gli errori.Le condizioni abitative in gran parte delle nostre attuali grandi città, per non parlare delle aree rurali, sono uno scandalo per la civiltà: «Se consideriamo la somma di imprevidenza e vizi, vediamo quanto le famiglie dei lavoratori siano costrette a vivere in abitazioni che gridano scandalo, inaccettabili per la nostra cultura cristiana» (così il Vescovo di Wakefield al Congresso del 1912). E sarebbe facile riportare statistiche in questa materia da qualunque città inglese. Ad esempio il rapporto del Comitato per la Casa di Liverpool, quando ci racconta che:«Esisteva a Liverpool anni fa, e ancora esiste, una parte di città con abitazioni così fitte che se ne possono sistemare dodici (sei per lato su una striscia larga quattro metri e mezzo) in una superficie di 350 metri quadrati, vale a dire che la densità sarebbe di 400 abitazioni per ettaro. In quei dodici alloggi stanno 70-80 persone, tutti condividono un solo rubinetto per l’acqua, due gabinetti nell’angolo in fondo al cortile, e sono privi di boiler per l’acqua, bagni, verde eccetera» (relazione letta la Congresso delle Amministrazioni Locali, Bradford 1913).

O prendiamo il caso di Birmingham, dove al giorno d’oggi esistono 30.000 alloggi a schiera in fila doppia, e «Cortili oscuri squallidi e minacciosi. Acqua ristagnante sul terreno e umidità che impregna le pareti degli alloggi. Su un cortile si affacciano 17 abitazioni, una di fronte all’altra a una distanza di due metri e mezzo, aria e sole non possono entrare in quel pertugio. Nessun adeguato impianto, pareti che crollano, all’interno buio e umido» (un articolo dal Birmingham Daily Mail, 30 aprile 1913)Cose comuni a tutte le grandi città, con conseguenze terribili e verificabili nell’altissimo tasso di malattie e mortalità, nelle statistiche sui reati, nei costi economici. I tassi di mortalità e malattia variano di molto, dal 97 per mille delle zone rurali al 254 per mille nei quartieri più vecchi e densi delle città. Osservando le cifre si capisce quanto il tasso di mortalità segua da presso la densità, come in quel caso di un mercato che ha sostitutito ed espulso la residenza, dimezzando nella sua zona di rilevazione il tasso rispetto ai quartieri circostanti.

Una correlazione simile esiste fra densità e tasso di mortalità infantile. Nessun esame obiettivo delle cifre sulla criminalità, arresti per ubriachezza, aggressioni, atti contro la moralità, soprattutto riguardanti i minori, può non far rilevare lo stretto rapporto tra il problema e quello delle abitazioni. Cosa potremmo aspettarci da chi ha trascorso l’infanzia in vicoli e corti senza alcun contatto con la Natura a stimolarlo e illuminare la vita? Non c’è da stupirsi se i più giovani tendono ad essere corrotti da ciò che li circonda, scivolando verso un’esistenza che li porterà a infrangere la legge?«Pensiamo ai bambini in un certo periodo della loro vita. Mostrano una straordinaria voglia di conoscere, di capire ciò che accade nel meraviglioso mondo in cui abitano. Leggono avidi le fiabe o i racconti di avventura. Si inventano mondi fantastici in cui ambientarli. Si lanciano in qualunque forma di divertimento, stimoli o novità possibile. Manifestano amore per colori e forme, spesso con gusto assai selettivo; grande amore per la musica e il ritmo, mente sveglia, originalità, e anche una bellezza fisica e che non finisce di stupire se si pensa ai luoghi da cui provengono.

La natura umana, per quanto intrappolata e distorta da quelle case sovraffollate, dalla pessima alimentazione o dalle malattie ereditarie, pare sempre in procinto di sbocciare in qualcosa di divino e sacro. Ma andiamo a vedere la medesima popolazione dieci o quindici anni più tardi. In quello spazio di tempo è svanito per sempre il sogno, ci si è svegliati: non certo ad una piena consapevolezza, ma dentro ad una specie di incubo, un avanzare sonnambulo giorno dopo monotono giorno. Non si aprirà più nessun libro. Svanito il gusto per i colori e le forme; canti e danze, amore per la melodia, nulla di questo fa più parte dell’esistenza. La bellezza fisica si è rattrappita ed è scomparsa: le lunghe ore di desolante fatica, i lavori di casa, la cura della famiglia sin da giovanissimi, il lavoro in fabbrica, hanno reso donne e uomini rachitici, deformi, macilenti, non un bello spettacolo da vedersi» (C.F.G. Masterman, Nel Cuore dell’Impero)

E gli adulti? Certo con decisione e risolutezza ce ne può anche essere qualcuno che ha superato gli effetti dell’ambiente, ma ne restano migliaia e migliaia che non ce l’hanno fatta. Gradino dopo penoso gradino, sono scivolati in un’esistenza che li porterà nei ranghi dei criminali. Il rapporto fra reati e sovraffollamento non è mai stato chiarito in modo sistematico e generale, perché appare certamente difficile farlo; ma gli operatori sociali sono unanimi nel sostenere che non si esagererà mai nel valutare gli effetti dell’ambiente sul carattere. Il capo legale della città di Liverpool fornisce i seguenti dati riguardo alla criminalità in alcune zone su cui opera il Comitato per la Casa, prima e dopo le demolizioni:

Area di Adlington Street
1894 1904 1910 1911 1912
Ubriachezza 81 34 12 2
Aggressioni 40 4 1
Altro 81 46 21 2 2
Area di Hornby Street
1901 1910 1911 1912
Ubriachezza 32 32 33 29
Aggressioni 19 3 4 6
Altro 119 49 11 17
Area di Burlington Street
1905 1911 1912
Ubriachezza 17 2 6
Aggressioni 2 1 1
Altro 27 3 7

Il responsabile dell’ufficio legale, commentando questi dati, afferma: «Dati preziosi perché il Settore Casa deve trovar posto a chi ha perso l’alloggio per le trasformazioni. Le cifre testimoniano una vera rigenerazione umana». Basta ricordare che nel caso della zona di Burlington Street sono state trasferite il 99% in nuove case. Il primo anno citato in ciascun caso è quello relativo alle statistiche dei reati che precedono le demolizioni degli alloggi malsani. L’urbanistica ha come scopo di realizzare quartieri migliori di quelli esistenti, e ci sono pochi dubbi che il risultato giustifichi lo sforzo. Certo bisogna ricordare che non si tratta di una panacea per tutti i mali che affliggono l’umanità. I benefici sono necessariamente limitati, ma è certo che così si realizzano le basi sulle quali costruire riforme più generali e durature.

cadbury_02C’è del vero nell’opinione che quella dell’urbanistica, come tante altre lodevoli cause, soffra di certo estremismo proposto talvolta dai propri sostenitori più ardenti. Meglio fissare un ambito limitato alla sua azione. Da questo punto di vista appaiono sagge le parole dello scomparso parlamentare Sir Alfred Lyttelton: «Chi vuole operare in modo costruttivo là dove incombono i residui degli errori passati deve agire con cautela; non deve mescolare necessariamente ad antichi abusi tutto il sentimento di giustizia, le questioni dei singoli con quelle della collettività, tenendo ben in mente quanto pesino le questioni finanziarie nel determinare l’atteggiamento delle persone» (dalla Prefazione a J. S. Nettlefold, Practical Housing)

Ma se non sono abbastanza convincenti le argomentazioni dei tassi di mortalità o delle statistiche criminali, forse dovrebbero bastare i costi per il contribuente del demolire lo slum, rialloggiare gli abitanti, tracciare nuove vie, a guardare con occhio diverso alla prevenzione, a come si continui a sprecare in quel senso. Basta l’esempio di qualunque città per descrivere le fortissime, evitabili, spese. A Sheffield si sono investite 100.000 sterline per i tuguri nell’area vecchia di Crofts su due ettari, cinquantamila a ettaro. Le antiche stradine di cent’anni fa sono state cancellate, costruendo nuove vie larghe e con pendenze più accettabili (dai dati dell’ingegnere capo di Sheffield, C.F. Wike). Liverpool al 1912 has speso 1.135.000 sterline, al netto del carico sui contribuenti nell’arco di tempo a partire dal 1864, ovvero 37.000 sterline l’anno, ma i costi specifici di rialloggiare gli sgomberati sono di 22.700 sterline all’anno, che certo si fa sentire sulle tasse.

Però pensiamo che Liverpool spende 800.000 sterline l’anno in ospedali, 129.000 l’anno in pulizia, e quindi quella somma per la casa agli sgomberati non è certo un semplice costo come apparirebbe a prima vista (dati dal presidente del Comitato per la Casa di Liverpool, col. G. Kyffin Taylor).Il Metropolitan Board of Works ha speso 1.500.000 sterline in demolizioni di vecchie case; il London County Council ha investito 1.114.800 nella bonifica di zone malsane, e nella sola area di Tabard Street si sono spese 366.000 sterline su circa sette ettari, per 625 alloggi malsani, quindi circa 70.000 sterlien l’ettaro. A Manchester 152.623 sterline per lo sgombero di 2.635 persone, e via dicendo, tutte le città hanno un storia simile da raccontare. E gran parte di queste spese naturalmente si sarebbero risparmiate se si fosse ragionato in anticipo, ma non pare ancora sufficientemente chiaro quanto una città soffre e spreca, in cose così.

Nell’area di Bevington Street a Liverpool, dove lo slum è stato eliminato e gli abitanti rialloggiati sulla medesima superficie in nuove abitazioni, si rileva un calo del 50% sul tasso di mortalità; le morti in media annuali per tubercolosi si sono ridotte all’1,9 per mille; scende il tasso di mortalità infantile, e si sta affermando un forte miglioramento nelle abitudini igieniche degli abitanti. Il rapporto su Liverpool del Comitato per la Casa spiega: «È interessante notare come esista oggi un livello morale maggiore, sia evidente una autostima, una migliore cura della casa; si bada di più ai bambini, ci si veste meglio, si abita un ambiente che favorisce benessere materiale e morale».

cadbury_03aL’urbanistica, stabilendo un tetto alla quantità di alloggi per unità di superficie, è un ostacolo alla formazione dello slum, e quindi può far molto non solo per risparmiare spese future al contribuente, ma per fornire un ambiente salubre ai lavoratori nella città. Charles Dickens aveva ben capito quanto contasse, la casa, nella vita nazionale, quando diceva: «Ho sistematicamente cercato di usare i miei romanzi per mostrare quanto fosse prevedibile la miseria e povertà delle masse, ribadendo la mia convinzione, basata sull’esperienza, che la riforma della casa dovesse venire prima di qualsiasi altra riforma, e che senza quella tutto il resto fosse inutile». Si potrebbe replicare, subito, che quegli slum in fondo sono stati costruiti settant’anni fa, e sarebbe poco probabile si replicassero oggi i medesimi errori; ma se guardiamo alle recenti costruzioni nelle grandi città, appare evidente l bisogno di una migliore e più sistematica urbanistica.Ancora: «Basta l’incremento naturale della popolazione, a peggiorare il male. Ai margini delle grandi città, si creano periferie operaie di case costruite a casaccio, che nel futuro diventeranno un insormontabile problema tanto quanto quello attuale dei quartieri de centro» (Al cuore dell’Impero, cit.).

File di case squallide e monotone, vie altrettanto squallide e monotone, che non rispondono adeguatamente ad alcuna domanda di case per lavoratori. Si vedano le illustrazioni, una a rappresentare una zona operaia di Birmingham, la seguente un quartiere alternativo, così come si potrebbe fare con poca spesa in più, ma con enormi vantaggi per chi lo abita. Si potrebbero proporre numerose statistiche su densità e altri dati, qui basti dire che se il quartiere attuale con cinquanta alloggi/ettaro ha una rendita per affitti pari a 4, quello possibile con trenta alloggi/ettaro rende 5, quindi con incrementi piuttosto bassi. Nel primo caso l’area media del lotto per un alloggio è di 90 mq, nel secondo di 244. Non si deve dimenticare che i vantaggi stanno soprattutto nel modello di quartiere giardino, perché è chiaro che occorre andare oltre la semplice non costruzione di alloggi inadeguati.Non si tratta semplicemente di salute, ma anche di qualità.

Possiamo tranquillamente dire, che in tutta Inghilterra non esista una singola circoscrizione amministrativa dove non esistono zone di sovraffollamento e degrado, là dove sino a pochi anni fa c’era la nostra campagna. «Due generazioni or sono, Walworth era tutta giardini pubblici; Camberwell era un bellissimo tranquillo suburbio; Wandsworth un antico villaggio su un placido ruscello. In meno di cinquant’anni abbiamo trasformato tutto questo in ettari di desolazione, grumi ristangnanti di umanità negletta» (C.F.G. Masterman, L’Abisso). E forse qui val la pena chiarire il rapporto fra casa e urbanistica. Le politiche della casa prese in sé, affrontano il problema degli alloggi malsani, attraverso operazioni sulle strutture o trasferimenti di abitanti, oltre ad operare verso la realizzazione di nuove abitazioni là dove l’offerta pare inadeguata.

L’urbanistica d’altro canto non si occupa propriamente dell’offerta di case, ma costituisce la base su cui formulare poi adeguati progetti.Attraverso un saggio governo delle superfici, fissando le condizioni generali delle trasformazioni quanto a trasporti e spazi aperti, il numero massimo di alloggi, può evitare tanti mali legati al sovraffollamento, e prevenire il supersfruttamento dei terreni, vale a dire quella spinta della proprietà a trarre il massimo profitto dalla superfici, senza alcun riguardo alla salute degli abitanti. Le indicazioni dell’urbanistica possono modificare le norme edilizie, incidere sui costi di realizzazione delle strade se si considera una dimensione di intervento di quartiere calcolando tutti i fattori, imporre vincoli e semplificare moltissimo la soluzione del problema della casa. Regola entro determinati limiti aspetto e altezze degli edifici, o i tipi di abitazioni, ad esempio se si rivolgono a una sola o a più famiglie, anche se non riguarda direttamente la costruzione di alloggi, il loro finanziamento, il lavoro delle Associazioni Pubbliche, la demolizione dello slum, tutti argomenti più adeguatamente affrontati nelle arti 1, 2, 3 della Legge per la Casa del 1890, con gli emendamenti successivi del 1909.

cadbury_03bSenza dubbio al giorno d’oggi una delle grandi motivazioni delle agitazioni operaie è il desiderio delle masse lavoratrici di una vita più adeguata, per sé e per le famiglie. Fra gli aspetti delle agitazioni, l’insoddisfazione per gli alloggi, non solo quelli nelle zone vecchie delle città, ma anche perché si notano scarsi miglioramenti nelle espansioni in periferia attorno al centro, e pare non esserci via d’uscita dalla triste monotonia di quelle strade, nessuna possibilità per i bambini di aria pura e ambienti un po’ più simili alle campagne. Lord Derby in un discorso a Liverpool sottolineava con forza questo aspetto, affermando: «Abbiamo sentito molto parlare di Agitazioni Industriali. Sarebbe certo ingiusto affermare che l’unico motivo sia l’insoddisfazione per le case, ma dobbiamo comunque convenire che molto di questo scontento si è alimentato sulla pessima situazione abitativa. L’uomo che vive in un malsano grigio quartiere, per forza subisce l’influenza di quell’ambiente, e ancor più ne saranno influenzati i suoi bambini che ci crescono» (discorso alla posa della prima pietra del progetto di Bevington Street, 1910).

Ecco la forza che sta alla base della domanda di urbanistica, e se i piani urbanistici non sapranno affrontare con generosità di spirito queste richieste, rispondendo alle questioni dello spazio, saranno destinati a fallire. Ma per quanto importante questo aspetto, i mali della vita urbana moderna non si fermano certo al problema della casa. Siamo soddisfatti delle nostre vie? Sono ampie e dritte come dovrebbero essere? In genere hanno seguito il percorso di una vecchia stradina di campagna, tortuosa e vagante, allargandosi poi di tanto in tanto con spese enormi. In alcuni casi se ne sono realizzate di completamente nuove, come la Kingsway attraverso il cuore di Londra, o Corporation Street attraverso quello di Birmingham. Un caso recente è quello di Broad Street, ancora a Birmingham, che per l’allargamento in un tratto ha richiesto alla città una spesa di 40.000 sterline, per acquisire cento metri quadrati di superficie.I costi degli allargamenti stradali in questo paese non sono mai stati adeguatamente calcolati su vasta scala, ma per dare un’idea delle dimensioni bastano alcuni casi degli ultimi dieci anni: a   Birmingham 876.153 sterline, a Hull 841.159, a Bristol 511.322 sterline, a Liverpool 1.331.850.

Non solo le vie principali sono del tutto inadeguate nelle aree dei centri città, ma all’esterno di questi si rendono necessarie arterie di trenta metri per smaltire un traffico in costante crescita. Lo sviluppo dei veicoli a motore negli ultimi sei anni è quantomeno indicativo della domanda. Le stime che seguono sono state elaborate da The Car su alcuni anni:

Anno Auto Moto Veicoli pesanti TOTALE
1906 49300 48700 3200 101200
1907 65800 55000 4520 125320
1909 101169 73821 6765 181755
1912 175247 132245 12627 320119

Harold Collins, vice Ingegnere capo a Norwich, calcola che complessivamente questi veicoli possano percorrere 1.300.000.000 km l’anno circa. E sottolinea come in più veloce incremento siano quelli che richiedono più spazio, ovvero i pesanti. Contemporaneamente esistono criteri inadeguati per i quartieri, che si ripercuotono sugli affitti delle case. L’urbanistica può anche essere di aiuto a uno sviluppo scientifico delle attività economiche, con infrastrutture migliori e disagi minimi. Le fabbriche sparpagliate ovunque in città hanno evidenti inconvenienti a causa delle distanze da ferrovie o canali, provocano traffico pesante sulle vie, con molte ripercussioni sugli immobili residenziali e a servizi. Un danno, questo del mancato governo, che si ripercuote sia sulla fabbrica che sulla città in generale. Un’industria rumorosa coi suoi rimorchi è un forte fastidio per chi ci abita vicino, anche oltre gli intasamenti stradali per il traffico, e il consumo delle superfici stradali.

A Francoforte si è realizzato uno spazio di interposizione a parco tra la città e l’area industriale, col duplice scopo di allontanare fumi e rumori dalle case, e offrire un luogo in cui i lavoratori possano cercare una pausa durante l’orario di pranzo. Un ottimo esempio lo troviamo nella città di Boston negli Usa, dove sono presenti numerosi depositi merci ferroviari di varie compagnie, in varie zone della città. Ciò richiede spostamenti da un deposito all’altro nelle varie fasi, secondo i calcoli della Commissione Urbanistica cittadina con sprechi valutati attorno ai sei milioni di tonnellate/miglio. Calcolato che queste mobilitazioni richiedano 2.000 rimorchi, ciascuno da una tonnellata, con spostamenti di venti miglia al giorno. Nelle nostre vecchie città, costruite quando attorno c’era solo campagna e in pratica prive di spazi aperti al loro interno, oggi risulta estremamente costoso realizzare parchi per gli abitanti.

E anche là dove ce ne sono, essi paiono ma distribuiti, lasciando fuori dal servizio molte parti di città.Una adeguata pianificazione può offrire a ogni casa a distanze ragionevoli spazio verde. Ci sono campi da gioco scolastici soffocati, mancano alberi e fiori, la cui presenza può far tanto per rendere la vita sana e gioiosa. Le carenze di spazi aperti hanno effetti gravi soprattutto sulla salute dei più giovani, facendoli precocemente crescere in uno spazio innaturale. E non esiste una autentica infanzia là dove manca la natura. Dunque anche espandere la città così come si faceva un tempo è inadeguato: si degradano le campagne con squallide schiere di edifici; si distrugge l’immaginario dei giochi dei bambini; si obbligano donne e uomini a un ambiente sordido e monotono, privo di qualsiasi tratto naturale; si disegnano vie tortuose che reclamano il prezzo di vite umane (solo nella città di Birmingham, nel 1912 sono rimaste ferite 1.213 persone in incidenti stradali, e 40 uccise).

L’espansione inadeguata della città la si legge nelle statistiche sanitarie, di mortalità, di criminalità; comporta forti spese per la demolizione dei tuguri, per ospedali, manicomi, ospizi, sanatori; crea miseria, malattie, sprechi. La terribile maledizione della città moderna non è certo qualcosa a cui sia possibile porre rimedio a breve termine, anche potendone sostenere gli enormi prezzi. Ma certo l’urbanistica, se può fare abbastanza poco per sradicare il male dalla città esistente, può prevenirne la replica nei quartieri ancora inedificati. Ad esempio rendendo più agevole il trasferimento di fabbriche e abitanti in periferia, e contribuendo a rendere il problema urbano dei centri esistenti di più facile soluzione futura. Il fatto è che il territorio dovrebbe essere governato nel suo insieme da un organismo responsabile, che equilibri i vari interessi. E tutte le varie Leggi per la Casa non hanno ma dato questi poteri di controllo sul territorio. Sono state distrutte aree di bellezza naturale, oltre che fatti sparire boschi di valore in quanto legname, spazzando via tutto da Londra o altre zone dove, con un minimo di attenzione in più, si sarebbero potuti realizzare meravigliosi nuovi suburbi. Sono state con grande difficoltà tutelate le bellezze di Richmond Park grazie all’impegno di alcune persone generose, ma in genere mancano i poteri per affrontare il problema e prevenire perdite irrimediabili.

cadbury_04È importante che i piani urbanistici delle città inglesi non ripetano gli errori di quelli tedeschi. Il problema principale sta in quelle strade ampie e costose che si estendono in tutte le direzioni, non solo per quel che si paga per costruirle, ma per il fatto che occupano così tanto spazio da indurre i proprietari poi a coprire in qualche modo le spese di quello residuo. In Inghilterra si è risposto rendendo più economica la realizzazione, contenendo il numero di edifici per unità di superficie, allargando la disponibilità di terreni. Un approccio alla città nel suo insieme, e non solo a nuovi nuclei o quartieri come nel caso di Bournville o Hampstead, è quello sperimentato a Letchworth, dove si è affrontata la questione anche per quanto riguarda fabbriche, piazze, nuclei commerciali, edifici pubblici, ovviamente le case, e con la proprietà dei terreni urbani e della circostante greenbelt agricola alla comunità.

In America l’urbanistica si è concentrata quasi completamente su parchi e zone aperte, non ci si è dotati di alcuna legge paragonabile a quella urbanistica inglese. Ciò che ci distingue dalle altre esperienze, è probabilmente il nostro diffuso desiderio di una casa propria, e non di una abitazione in affitto insieme ad altri. Va in questa direzione il movimento della città giardino, anche se l’idea di una città migliore non è certo nuova. Nel 1817 Robert Owen pubblicava la sua descrizione della «Nuova Armonia», del 1845 è la proposta di un villaggio giardino a Ilford. Nel 1895 George Cadbury iniziava la realizzazione del suo villaggio giardino a Bournville, e come ci ha detto Ebenezer Howard è stata l’ispirazione di Bournville ad aver ampiamente influenzato la sua visione per la città giardino. Bournville era il tentativo pratico di mettere a disposizione dei lavoratori condizioni abitative ideali, e si tratta di un notevole successo.

Nel passaggio di proprietà e responsabilità di gestione al Consiglio, il Fondatore spiega chiaramente il proprio obiettivo: «Vorremmo alleviare i mali che sorgono dalla malsana e inadeguata situazione abitativa di gran parte della classe lavoratrice, assicurando agli operai delle fabbriche alcuni dei vantaggi della vita all’aria aperta caratteristica dei villaggi, della salubre e naturale attività del coltivare la terra». Altri villaggi giardino sono quelli di Port Sunlight o Earswick, o i sobborghi di Hampstead, Ealing, Harbome, Ilford, a Liverpool, a Manchester, e altrove (vedi la descrizione di Ewart G. Culpin nel suo The Garden City movement up-to-date, 1913). L’approvazione della legge urbanistica nel 1909 segna una nuova situazione in Inghilterra. Le superfici di una città giardino sono controllate da un solo proprietario, mentre quelle di una amministrazione locale, con poteri urbanistici conferiti dalla legge, ricadono sotto il controllo di molte proprietà. L’amministrazione quindi può procedere solo sviluppando qualche metodo di collaborazione e rapporto con questi proprietari. L’urbanistica non mira solo a una città futura bella, ma governata nell’interesse delle varie classi che ne compongono la popolazione.

L’articolo 54 (I) della Legge, recita: «Un piano regolatore urbanistico redatto ai termini della presente legge, riguarda un’area da trasformare, o che possa essere trasformata da punto di vista edilizio, con l’obiettivo di assicurare adeguate condizioni sanitarie, qualità, attraverso il disegno e organizzazione dello spazio da trasformare e delle superfici annesse». La legge conferisce ampi poteri di governo alle amministrazioni locali, consentendo di vincolare le superfici sinché il piano non sia stato approvato, e poi obbligando, chiunque contravvenga alle indicazioni del medesimo piano, a rimuovere a proprie spese qualsiasi trasformazione difforme.

Il fatto che le amministrazioni locali apprezzino questo potere di controllo sullo sviluppo è ben dimostrato dai trentatré piani o già operativi o nelle fasi finali di approvazione. Mentre sono molte di più le autorità locali che aspettano di vedere gli effetti pratici di questi piani. L’opinione pubblica è molto attenta a questa necessità di migliorare la situazione abitativa di grandi masse di popolazione. Gli stessi lavoratori paiono sempre più a disagio, gli occhi aperti dai pochi spiragli intravisti nei villaggi e sobborghi giardino realizzati in alcune aree del paese, stanno diventando consapevoli di quanto una legge urbanistica possa rappresentare strumento per rendere quelle migliori condizioni universali.

Da: Town Planning, with special reference to the Birmingham schemes, Longman Green & Co., Londra 1915 – Estratti e traduzione a cura di Fabrizio Bottini

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