Quali spazi per quale società

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Foto M. B. Style

Il dibattito mondiale sulle nuove forme assunte dal concetto di «famiglia» coinvolge molto notoriamente l’idea di welfare, e un po’ meno notoriamente recupera in sordina quell’antico e naturale legame tra welfare e politiche urbane, caduto formalmente in disuso nell’enfasi sul privato che ci sta sul groppone da lustri. C’è da dire, su questo versante, che spesso qualcuno su giornali e riviste (per motivi abitualmente mercantili) riscopre l’esistenza dei singles, anche se poi pare ci si guardi bene dall’iniziare a dare risposte serie alla domanda di spazi, servizi, opportunità sinora rimasta sepolta dalla retorica soffocante della famiglia nucleare tradizionale pigliatutto. Questa idea tradizionale forse cara a certa retorica parrocchiale, casa famiglia bottega territorio locale, ma che ha prodotto ovunque troppi danni per risultare ancora sostenibile in quanto religione assoluta. I difensori della famiglia ideologica, vagamente mafiosa, ragionano in malafede e per interessi di parte, ma non è questo il punto.

Il punto è chiedersi perché esista tutta questa rigidità, attorno a una struttura sociale che nei fatti pare molto ridimensionata, almeno nelle forme che certa pubblicistica continua a riproporci. Alla malafede e agli interessi si affianca una constatazione ovvia: attorno a quel modello specifico si è costruito un mondo intero, e non è facile da un momento all’altro disfarsene come si fa di un vecchio paio di calzini bucati. Facciamo qui il solito esempio dell’organizzazione mercato territorio produzione consumo: tutto è modulato esattamente in funzione di quel tipo standard. Bastano pochi esempi correlati a rinfrescarci la memoria: il maschio capofamiglia che ha bisogno del suo complemento femminile casalinga anche per fare carriera, ad esempio organizzando eventi sociali. Questi due paradigmi complementari devono poi essere dotati almeno di uno o due figli, quindi reddito a sufficienza per mantenerli a scuola, e questo garantisce rapporti equilibrati con le altre famiglie dei colleghi d’ufficio, quando arriveranno per la grigliata o il dopocena o la festa di compleanno. Qual è il luogo ideale per fare tutte queste cose? Indovinato! La villetta unifamiliare, dal cui antenato contemporaneo, il cottage anglosassone immerso nel verde dei quadri ottocenteschi, tutto partì tanto tempo fa, giusto quando Berta aveva appena finito di filare, e le sue nipotine entravano nelle navate delle tessiture industriali.

Come ci ripetono da decenni il mondo è cambiato, si è globalizzato, circolano capitali e idee, circolano tanto forte da produrre un effetto frullatore dentro al quale si è rimescolata parecchio anche quell’idea di famiglia fatta di maschio capobranco con squaw e cuccioli al seguito, dotato di autonoma caverna da difendere con la clava, e da cui allontanarsi rigorosamente su quattro ruote. Ovvio che un pochino serpeggi il panico, nel mondo della produzione industriale: dove andranno a finire il mercato di massa delle lavatrici e congelatori da due metri cubi, l’editoria specializzata nel distrarre le casalinghe disperate, i giochini individuali per adolescenti soli in cameretta, finché la mamma non li accompagna sul Suv al campo di calcio distante rigorosamente venti chilometri? Un bel problema, e di soluzione piuttosto difficile a giudicare dallo schieramento di forze messo in campo da lustri, a sostenere l’insostenibile, ovvero che There Is No Alternative al cosiddetto Sogno Americano diventato inopinatamente globale. Anche quando si tratta, da qualunque punto di vista salvo quello dei pubblicitari, di una specie di incubo.

In occasione del suo settancinquesimo anniversario, l’associazione costruttori progressisti Urban Land Institute, proponeva qualche anno fa a firma di Arthur C. Nelson The new California Dream: how demographic and economic trends can shape the housing market. A land use scenario for 2020 and 2035. E forse ci voleva davvero, il chilometrico titolo un po’ da tesi di dottorato, per ripararsi da certi immaginabili strali reazionari. Dato che lo studio, tabellina dopo tabellina, dati rigorosamente statistici, frontiere ne tracciava davvero di nuove, in sintesi fissando la data di scadenza dell’effimero sogno villettaro americano.

Cosa sta succedendo? Cose abbastanza note, come la popolazione mediamente più anziana (aumenta l’età grazie alle migliori cure, e si fanno meno figli), diversa organizzazione sociale con una maggiore mobilità spaziale e di redditi, nonché la composizione etnica e relative abitudini e valori. Complessivamente, questi dati si possono ricondurre, dal punto di vista di chi produce edilizia e trasformazioni urbanistiche, residenziale e non, a uno spostamento di domanda, dalla prevalenza della casa unifamiliare con grande giardino, a modelli più vicini a quelli composti della città multifunzionale. Questa di per sé non sarebbe una notizia affatto sconvolgente, se non fosse per l’ostinazione pregressa contro cui si è scontrata da lustri qualunque idea non canonica di sviluppo territoriale. È infatti successo, come naturale, che queste trasformazioni si manifestassero abbastanza evidenti in termini di tendenza, anche in altre rilevazioni, ma fossero puntualmente ignorate dagli operatori, aggrappati magari pure in buona fede (tanto per non essere cattivi) alla speranza che il loro modus operandi standard continuasse ad essere valido in eterno.

Però risulta sempre difficile rinunciare a una gallina dalle uova d’oro, anche quando altre galline, come quella Galina Tachieva autrice dello Sprawl Repair Manual, avvertono che il settore dovrebbe innovare, senza nulla perdere anzi guadagnandoci, e orientandosi verso la riqualificazione, la densificazione, il riuso dell’esistente. Il fatto è che anche la trasformazione urbanistica fa parte di un modello di sviluppo più ampio, ed è quello a doversi riorientare, prima di tutto. Lo comprendeva bene per esempio l’autore del New California Dream enfatizzando le due leggi fondamentali sulla sostenibilità fatte approvare nel mandato Schwarzenegger: il Global Warming Solutions Act del 2006, e l’SB 375 del 2008. Dove si fissavano dei principi apparentemente piuttosto vaghi per un osservatore superficiale, come le emissioni di gas serra, il contributo al riscaldamento globale, l’inquinamento, ma poi si indicano precisamente gli ambiti da cui derivano tutti i guai. Ambiti che quindi vanno modificati, volenti o nolenti.

La dispersione urbana, valanghe di studi scientifici alla mano, spicca per rilevanza come vera e propria fabbrica di emissioni. È qui che si generano gran parte degli spostamenti automobilistici coatti che bruciano benzina, dal pendolarismo casa lavoro, alla vita nomade da una funzione all’altra su lunghissime distanze per servizi e tempo libero, al sistema di produzione e distribuzione alimentare e di altri prodotti essenziali che rende possibile la vita in quello che Robert Fishman trent’anni fa chiamava orgogliosamente tecnoburbio. Beh, adesso si scopre che quella, parafrasando Lewis Mumford, era proprio paleo-tecnica, da superare ad esempio sfruttando al meglio le possibilità delle tecnologie dell’informazione, ma anche recuperando alcune vecchie glorie, come gli spostamenti a piedi e coi mezzi pubblici. Naturalmente per spostarsi a piedi o coi mezzi pubblici ci sono molti modi possibili: un’ordinanza militare da applicare in punta di baionetta, oppure favorire le tendenze già in atto, contando sulla superiorità del modello di offerta alternativo.

Il rapporto Urban Land Institute sceglieva decisamente (pro domo propria da costruttori) la seconda ipotesi, spiegando che il cosiddetto mercato tradizionale si è spaventosamente sbilanciato negli ultimi anni, producendo un’offerta di spazi per la famiglia nucleare da american dream di molto superiore alla domanda reale. Quelle lottizzazioni di villette, con relativi centri commerciali ecc. insomma già abbondano, e coprono l’intero fabbisogno abitativo della prossima generazione nelle principali aree metropolitane, appunto dove si prevede il massimo dello sviluppo e della crescita economica. Le trasformazioni edilizie dovrebbero adesso orientarsi in massa verso la ricostruzione in senso sostenibile, sia di singoli edifici e quartieri, sia di aree urbane in senso lato, per adattarsi ai nuovi modelli di vita che chiedono minor isolamento familiare, e maggior prossimità funzionale. La parola chiave niente affatto rivoluzionaria è multi-family. Niente affatto rivoluzionaria un accidente, pensandoci un istante in più.

Anche qui esistono modelli estremi e autoritari, da cui rifuggire come dalla peste. È proprio un malinteso schema urbano multi-family, quello del razionalismo applicato meccanicamente dopo la seconda guerra mondiale, ad aver foraggiato la domanda di spazi suburbani individuali a bassa densità, secondo il recupero deviato della città giardino, malamente mescolato allo zoning esclusivo che era stato ideato per altri scopi a cavallo fra i due secoli. Oggi i cantori della villetta del destino hanno spesso facile gioco a evocare gli spaventosi alveari del «modello Shanghai» quando qualcuno parla di densità, o la fragilità e diseconomia dei centri storici, giustamente improponibili come modello di massa per gli stili di vita contemporanei, che non è possibile cambiare improvvisamente, specie mortificandoli con un ritorno al passato. E allora ben venga l’ottima idea di partire non dagli spazi ma da ciò che devono contenere, e del resto anche il razionalismo aveva fatto la stessa cosa col suo uomo ideale. Diciamo edificio multifamiliare allora, o complesso abitativo che senza escludere la casetta isolata abbia un’idea di fondo multifamiliare.

C’è poi l’altro passaggio, quello delle norme di azzonamento non troppo restrittive, a escludere ogni attività di servizio dalle aree residenziali, o il commercio, la produzione se non ha problemi ambientali, ecc. Si tratta di una partita aperta, ma nella quale si sta affermando il medesimo principio: esiste una domanda di più facile accessibilità, e la prima risposta che viene in mente è quella di accorciare le distanze, ovvero almeno di ridurre drasticamente le dimensioni dei quartieri monofunzionali. Anche qui esiste una potenziale domanda «progressista», stavolta da parte di imprese ed enti erogatori di servizi, legata a diverse organizzazioni del lavoro (decentrato, telelavoro ecc.) per unità locali non gigantesche. Anche se si tratta appunto di qualcosa da capire e orientare adeguatamente: come dimostra l’ultima pensata della Apple con l’office park suburbano di Norman Foster, è duro a morire il modello sottilmente autoritario.

Il solo concetto dell’edificio multifamiliare già apre alla multifunzionalità. Lo capisce anche un cretino che al pianterreno o seminterrato di una villetta non ci può stare altro che il proprietario di quella villetta. Mentre sulla ampia superficie anche di una palazzina da soli tre piani con dodici appartamenti (siamo come si nota a mille miglia dagli alveari, una palazzina così può stare senza che nessuno la noti anche in mezzo alle villette) c’è posto per un bar, un ufficio postale, un supermercato di quartiere. Ovvio, è indispensabile sempre tenere nel conto la complessità dei rapporti fra domanda e offerta, come nel caso dei prezzi più alti dei piccoli negozi rispetto al centro commerciale. Ma il centro commerciale lo paga il suo impatto sull’ambiente? Se lo facesse, e probabilmente dovrà farlo prima o poi, tutta la convenienza dello scatolone se ne andrebbe al diavolo. Ma non è il caso di ridiventare ideologici. Bisogna dare tempo al tempo.

La cosa sicura è che da un lato la città densa contemporanea, col suo tenore di vita impossibile, il suo orientamento ormai da un paio di generazioni mirato solo alla produzione-riproduzione, non funziona più. Dall’altro la risposta sistematica del decentramento si è rivelata impraticabile per i suoi impatti ambientali estesi all’intero pianeta. Entrambe queste affermazioni sono indiscutibili, davvero «lo dice il mercato» in senso buono. La via d’uscita forzosa, magari con le migliori intenzioni, non è sicuramente praticabile, ma c’è tutto un mondo che continua a non capirlo, a indicare il baratro senza riconoscere che il ritorno a un misterioso passato felice non interessa a nessuno e nessuno è disposto ad accettarlo. Quello di stabilire dei solidi principi ambientali, scientificamente supportati, e poi agire di conseguenza adattando via via i modelli, anche sulla base di tendenze sociali innegabili, pare un percorso intelligente, democratico, per nulla campato in aria. E spesso basta poco, da cosa nasce cosa, ad esempio dal levarsi certe fette di salame sugli occhi.

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