La Città in Groppa al Giardino

triginto_suburb_neve

Foto F. Bottini

C’era una volta la nuova frontiera. Fosse quella personale del ricomincio da zero, o quella sociale delle magnifiche sorti progressive garantite dal destino, o infine quella economica del riempitevi le tasche ce n’è per tutti. Tutte queste frontiere avevano in un modo o nell’altro un loro implicito quasi automatico aspetto territoriale: dal pioniere che va a ricominciare da zero nella sua capanna di tronchi persa in pineta (disponibile anche nella versione horror di The Shining, ad esempio); all’intrepido imprenditore lanciato nella corsa all’oro del Klondike (qui anche in versione per i più piccini nella biografia di Paperone); soprattutto nella classicissima e antichissima epopea delle genti che attraversano mari e monti per andare a fondare la loro nuova città, avvitandola nel bel mezzo della valle dell’Eden, che da quel momento in poi si chiamerà di solito come il loro barbuto leader, salvo l’aggiunta di qualche suffisso. Ovviamente questa storia della nuova frontiera può restare valida viva e vegeta anche nel nostro mondo un pochetto più consapevole, e per fortuna, dei cosiddetti limiti dello sviluppo. Nelle sue varie declinazioni, dovrà assumere forme un po’ meno sprezzanti delle risorse disponibili, evitare di spaparanzarsi sopra qualcos’altro, insomma rispettare l’ambiente, senza il quale abbiamo capito che non esisteremmo neppure noi, altro che territori sterminati.

C’era una volta anche la città giardino

Quello della città giardino è un mito di origine probabilmente biblica, recuperato da vari soggetti in epoca industriale. Quello apparentemente più di successo è l’utopia sociale di Ebenezer Howard e dei suoi amici fabiani: si usa il mito della nuova frontiera come strumento di liberazione dei lavoratori (e dei loro datori di lavoro) dalle peggiori situazioni abitative della metropoli detta Coketown, immersa nei fumi delle paleo-tecnologie produttive. Peccato che dell’utopia sociale nel giro di un battito d’ali non resti più assolutamente nulla. Nominate la città giardino a qualsiasi essere umano e vi risponderà che si tratta di un quartiere di villini immersi nel verde, del tutto ignaro degli altri “aspetti irrinunciabili” del decentramento produttivo, dell’organizzazione a proprietà cooperativa, dei sistemi elettorali e di gestione partecipati, dell’integrazione agro-industria sia nel sistema economico che in quello degli stili di vita e abitativi. Proprio a questa integrazione agro-industria fa riferimento quella che è probabilmente l’unica caratteristica base della riforma howardiana non classicamente legata al mito della nuova frontiera: la greenbelt. Come intuiva e sviluppava teoricamente, e correttamente, negli stessi anni anche il biologo, sociologo e planner Patrick Geddes, era essenziale recuperare equilibrio fra le risorse naturali e le nostre spinte alla crescita, e quella fascia di interposizione metropolitana poteva e doveva diventare uno strumento chiave. Macché: tutti a pensare solo alle casette con giardino, la mogliettina che saluta dal cancello, il sabato del villaggio con le motofalciatrici e l’offerta tre per due al centro commerciale.

Nuove frontiere: il localismo suicida

Bella cosa l’autodeterminazione, ma vediamo prima di capire cosa significa esattamente quel “auto”. Nella logica della nuova frontiera, della crescita infinita se vogliamo guardarla da un’altra prospettiva, il pioniere che cerca la brand new start del destino al centro della rebrandizzata Valle dell’Eden, lì dentro fa e disfa quel che vuole. Siamo dalle parti del classicissimo, biblico Dio me l’ha dato perché lo usi a mia discrezione. Anche qui c’è il correttivo post-divino dell’autorità centrale che arriva a farti toc-toc sulla spalla quando ti allarghi troppo, ed è ad esempio uno dei tanti motivi (uno dei tanti, mica l’unico, certo) per cui i grandi programmi di città nuove della storia, da quelli informali degli imperi antichi, attraverso la Magna Grecia, la bonifica integrale dell’Agro Pontino e le britanniche New Town del dopoguerra, mantengono sempre una forte struttura centrale. Ma oggi pare andare di moda il localismo, per alcuni semplice ideologico ritorno all’idiotismo rurale, per altri giusta enfatizzazione del paese e della dimensione sociale conforme. Devono aver ragionato attorno a questi spunti i destrorsi del centro studi britannico Policy Exchange, nel loro ultimo tentativo travestito di minare le basi ambientali delle leggi sul territorio. Girando attorno alle varianti emergenza casa, tradizione della città giardino ridotta a quartiere di villini, e di una greenbelt sì certo, ma non esageriamo, se ne sono usciti con l’ennesima pensata. Che suona: affidiamo alle amministrazioni locali il potere di decidere a casa loro, chissà mai che si possa tornare al mito della nuova frontiera, villini felici per tutti, e basta coi casermoni eccetera eccetera … Questa, pare la tesi di fondo, al netto di tutto il resto, che pare messo lì a far da cortina fumogena. Leggere per credere, ma leggere con spirito critico ovviamente.

Riferimenti:

Lord Matthew Taylor, Chris Walker, Garden Villages: Empowering localism to solve the housing crisis, Policy Exchange, 2015

Commenti

commenti

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *