La crescita suburbana (1914)

suburban_streetLa straordinaria crescita urbana negli Stati Uniti e in tutto il mondo civile è avvenuta sull’arco di una sola generazione, e solo oggi si comincia fortunatamente a reagire. La città dal punto di vista umano si è rivelata un fallimento. Si sono troppo sfruttate la sovrappopolazione e la concentrazione di attività industriali, senza mettere in campo alcuno strumento contingente per rispondere alle necessità normali dello sviluppo umano e industriale efficiente per le città. Oggi entrambi questi due aspetti indicano la speranza di una soluzione diversa da quella dell’ultra-urbanizzazione delle attività umane. Il decentramento delle abitazioni si è già espresso nel magnifico sviluppo dei sobborghi metropolitani, e oggi le necessità crescenti di espansione industriale, l’eccesso dei valori dei terreni urbani, la domanda di condizioni più sane favoriscono un esodo verso le campagne che rappresenta una delle più positive speranze della moderna società.

Con questo esodo speriamo di risolvere una notevole quota del problema delle abitazioni, migliorare le condizioni di vita, creare un migliore rapporto di simpatia fra il lavoratore e il suo lavoro. Ci sono gli esempi di Pullman, di Gary o di Fairfield, nel nostro paese; le tante città giardino che crescono in Inghilterra e Germania, la generale rapida crescita suburbana nelle città metropolitane o dei centri satellite industriali: tutto è prova convincente di un decentramento delle attività umane residenziali e produttive. Una immagine davvero impressionante e chiara della spaventosa concentrazione di popolazione che si è venuta a creare, la si può trarre dagli studi statistici demografici del tredicesimo censimento. Sul totale della superficie degli Stati uniti, 770.233.974 ettari, soltanto 479.874,5, e cioè lo 0,026% del totale, è occupato da città metropolitane, le quali contengono il 18,59% della popolazione, 91.972.666 di abitanti al 1910. Se consideriamo tutti i centri del paese con oltre 30.000 abitanti, scopriamo che hanno in tutto 27.316.407 abitanti, cioè il 29,76% della popolazione del paese, su una superficie di 945.209,92 ettari, lo 0,123% del totale nazionale. In altri termini, se la superficie totale degli Stati Uniti consentirebbe di dare a ciascun abitante oltre otto ettari, nelle città con oltre 30.000 persone si abita in media a una densità di trenta abitanti ettaro.

Questo enorme sovraffollamento spinge anche a un ritorno all’aperta campagna o verso i centri minori. Se consideriamo le circoscrizioni entro un raggio di 25 chilometri dalle città metropolitane, vediamo in costante crescita nuclei residenziali e industriali, per una superficie complessiva di 1.429.243 ettari, più del triplo del territorio occupato dalle città metropolitane di cui sono satelliti, ma con una popolazione che è poco più di un quarto. Considerando i centri di oltre 200.000 abitanti, rileviamo che la città propriamente detta è cresciuta del 33,2% nel periodo fra i due censimenti del 1900 e 1910. Le circoscrizioni esterne sono invece cresciute nel medesimo periodo del 43%.

Segnali positivi, che si devono valutare seriamente come tendenza di decentramento residenziale ed economico a ridurre il sovraffollamento, se non lo si può proprio cancellare. Tutelare queste circoscrizioni esterne contro la replica di quanto avvenuto nelle città metropolitane è possibile soltanto una adeguata programmazione di tipo suburbano. In Pennsylvania, una parte del paese molto nota a chi scrive, lo sviluppo di questi centri minori residenziali e industriali appare evidente nei dati censuari. Se paragoniamo la crescita delle grandi città a quelle minori vediamo che le maggiori, come Scranton, Pittsburgh o Filadelfia, con più di 100.000 abitanti,crescono negli ultimi dieci anni del 28,9%, mentre le circoscrizioni con 10.000-25.000 abitanti aumentano del 42,1% e quelle da 2.500-10.000 addirittura del 52,6%. Il tasso di incremento della popolazione nella città metropolitana di Filadelfia è solo del 21,3%, due volte e mezzo in meno dei centri sotto i 10.000 abitanti. Cifre estremamente significative dal punto di vista dell’urbanista, o di chi studia i mali del sovraffollamento, perché rappresentano una chiara tendenza alla redistribuzione della popolazione.

Guardando più attentamente i dati relativi alle contee confinanti con l’area di Filadelfia, si nota come la popolazione delle due circoscrizioni in cui lo sviluppo industriale è stato reso possibile dalle reti di trasporto, energetiche eccetera, sia cresciuta molto rapidamente negli ultimi quarant’anni. Nel caso della Delaware County, dove le condizioni per l’industria sono particolarmente favorevoli, l’incremento è stato del 199% contro il 127% di Filadelfia. Nella Montgomery County l’incremento nel medesimo periodo risulta del 107%, tasso che significa moltissimo a fronte di circoscrizioni che non sono cresciute, e molto vicino a quello di Filadelfia metropolitana.

Ciò indica la soluzione per uno dei nostri più gravi problemi, quello della «congestione», e la speranza è non solo di spostare popolazione, ma farlo in modo lungimirante e programmato attraverso una attenta urbanistica. I piccoli centri finiscono per imitare quelli più grandi, nel bene e nel male, e se certo capiscono l’importanza di crescere in popolazione, spesso non sono pronti, non capiscono proprio, che tipo di responsabilità educative, morali, materiali pone un tale incremento di esseri umani. La situazione sanitaria delle città e cittadine minori interessate dall’industrializzazione, in genere è uguale o peggiore a quelle delle grandi. Lo slum si trasferisce in aperta campagna, e il casermone in affitto spesso si staglia su bellissimi paesaggi naturali deturpandoli. Alle industrie che cercano questi piccoli centri è consentito di localizzarsi ovunque, senza riguardo per le necessità umane o cittadine. Il dottor Hegemann definisce la congestione dei nostri centri terziari urbani come «uno slum per gli affari». Allo stesso modo certo sviluppo suburbano degli ultimi anni si potrebbe davvero coerentemente definire «uno slum in campagna».

La città, col suo sovraffollamento, le strade strette e mal tenute, il traffico pericoloso, la mancanza di spazi, le pessime abitazioni, gli elevati tassi di malattie, si è dimostrata disastrosa per le risorse umane. Si è confusa la crescita industriale con la ricchezza, e l’aumento di popolazione per vero progresso urbano. Si è perso di vista l’individuo, salvo come dato statistico che forma le masse. Le migliori influenze umane sono state delegate al debole e inadeguato sistema dell’istruzione, che spesso dimentica del tutto lo spirito civico, essenziale per una vera consapevolezza locale. Oggi si continua semplicemente stravagantemente e instancabilmente a costruire. Nascono città in una settimana, villaggi da un giorno all’altro. Non dipendiamo dal passato per iniziare il lavoro, né dal futuro per completarlo. Abbiamo nelle nostre mani la costruzione delle città e cittadine. Che la nostra epoca venga ricordata per il bene o per il male, dipende dalla nostra arte di costruire, perché si tratta dell’unica eredità duratura. La scienza, l’arte, la letteratura, tutte hanno un posto nell’incedere del progresso, ma le città dipendono interamente da noi, e devono superare l’esame della storia, dell’adeguatezza, della bellezza, della salute, o cadere dimenticate.

A tutti i mali si deve prima o poi trovare un rimedio, e il nostro orribile modo di costruire città lo sta trovando nell’idea di urbanistica. Parchi, campi da gioco, abitazioni adeguate, trasporti, acqua potabile, luoghi per il tempo libero, gallerie d’arte, scuole, musei e via dicendo, tutte cose essenziali della vita civile e che costituiscono oggetto dell’urbanistica. L’urbanista deve coordinare questi elementi e umanizzarli, piegandoli all’ideale dello sviluppo cittadino, col sostegno della comunità locale, a costruire i migliori criteri di benessere collettivo. I costi dell’urbanistica si possono anche calcolare in dollari e centesimi, ma forse una valutazione migliore la si può ottenere guardando i tassi di mortalità infantile quotidiana, o le malattie o i reati che dobbiamo subire, e pagare. Le pianificate città giardino inglesi o tedesche ci insegnano come salute, morale e sviluppo industriale possano essere organizzati da una buona urbanistica. Le statistiche ci mostrano quanto la densità vada di pari passo con la morte, la malattia, il crimine. Ovunque vediamo l’evidenza di quanto valga una buona urbanistica, per rispondere all’esigenza di migliori condizioni abitative fra le persone. Fatta la diagnosi, trovata la terapia – l’urbanistica – e ancora dobbiamo pagare un meritato pegno per non averla applicata.

La suburbanizzazione dei lavoratori è una grande occasione economica e sociale. La crescita di popolazione nei centri minori e l’esodo dell’industria verso le campagne in corso nel paese, è davvero un’occasione d’oro,adesso spetta a noi decidere se si tradurrà solo in un peggioramento delle campagne riempiendole di repliche dello slum cittadino, o se prevarranno delle città giardino sugli squallidi orrori dell’esistenza urbana, consegnando a uomini donne e bambini una vita diversa, e all’industria la possibilità di servire l’uomo, anziché renderlo schiavo. La grande città può anche essere ricostruita, con un po’ di attenzione urbanistica, ma i centri più giovani hanno a disposizione spazi aperti, nulla di risistemare o ricostruire, solo il grande vantaggio rispetto allo slum congestionato, che oggi può vedere un superamento definitivo, grazie alla superiore qualità abitativa, alla possibilità di costruire futuro e migliorare il presente. L’utopia urbana di ieri trova posto nel suburbio del nostro tempo, e la storia saprà giudicare se avremo colto o no questo ideale, che la scienza l’arte e la viva democrazia rendono oggi possibile.

Da: Annals of the American Academy of Political and Social Science, Volume 51, gennaio 1914 – Titolo originale: Suburban development – Scelto e tradotto da Fabrizio Bottini

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