La gentrification del basilico e della lattuga

Foto J. B. Hunter

Lo sviluppo è fatto di equilibri e anche di squilibri, di vuoti che vengono riempiti da flussi, filiere corte e lunghe che si intrecciano, interessi che si sovrappongono, si scontrano, si mescolano. Ogni tanto però salta fuori che si è esagerato dimenticandosene un pezzo, o meglio facendo finta di scoparlo sotto il tappeto senza che nessuno se ne accorga, e ci si accorge del grosso guaio combinato: c’è uno squilibrio da correggere, urgentemente, a volte radicalmente. La città macchina industriale otto-novecentesca, sotto il tappeto ha – consapevolmente o meno – scopato vere montagne di indebiti squilibri, che vanno dallo sfruttamento del lavoro, al degrado della salute e dell’ambiente (anch’essi ancorati indebitamente al ciclo della macchina fino all’esplodere della contraddizione), a quello vistoso e assai tangibile dello spazio fisico, che forse meglio riassume tutti gli altri. Compressione, specializzazione, segregazione, allontanamento artificioso, con questi e altri metodi si è ridotta quella che era una delle più incredibili invenzioni umane a una specie di strumento di tortura che infierisce su sé stesso. Ma dato che, come sappiamo, dentro il male a cercare bene si trova sempre anche la cura, in pratica sin dal suo sorgere la città ha iniziato anche a produrre gli anticorpi che sono serviti almeno a lenire il dolore e il disagio di queste distorsioni e squilibri: tecniche, culture, organizzazioni, hanno fatto sì che in fondo anche «abitare dentro una macchina» potesse diventare accettabile, normale, addirittura desiderabile entro certi limiti.

Squilibrio consapevole

Con la crescita delle conoscenze scientifiche sull’ambiente e le risorse non rinnovabili, è cresciuta anche la consapevolezza dell’errore concettuale compiuto con la città-macchina moderna, dell’aver abbandonato lo stretto rapporto col territorio locale a favore di relazioni meccaniche, nonché di meccanismi di compensazione altrettanto artificiosi e inefficaci: il sistema sanitario, quello dei trasporti, la stessa rete del verde che, perduto il ruolo di infrastruttura portante dell’insediamento, finiva per svolgere solo una funzione per molti versi altrettanto meccanica, di spazio pubblico aperto per lo sfogo del tempo libero e la «gioia degli occhi». Una funzione che certo conservava (per esempio le alberature stradali o le superfici scoperte e permeabili dei parchi) anche ruoli ecologici importanti, ma nel suo insieme ne perdeva altri, principalmente quello della conservazione di biodiversità locale e produzione alimentare di prossimità, quello che oggi propriamente o un po’ forzatamente chiameremmo chilometro zero. L’intuizione ormai abbastanza datata, della cosiddetta vertical farm, e più in generale dell’agricoltura urbana a rete e integrazione socioeconomica, vorrebbe in prospettiva praticare entrambi gli obiettivi: da un lato concentrare sulla produzione tecnologicamente avanzata la risposta ai bisogni alimentari di una determinata area, con rese infinitamente più elevate delle colture tradizionali anche per unità di superficie, dall’altro lasciare che quelle liberate, di superfici agricole, sinora sottoposte al supersfruttamento dell’agro-industria, possano recuperare funzioni ecologiche e biodiversità. Ma a questo genere di reintegrazione ambientale, purtroppo si accompagna una prospettiva assai distorta di «integrazione socioeconomica di mercato».

Sperimentazioni sbagliate

Accade cioè che, con la scusa (pare sulla scorta di tante esperienze ormai quello: una scusa) di sperimentare tecnologie innovative, organizzazioni tutte da mettere a punto, spazi da rimodellare e a cui riconferire significato urbano, la cosiddetta produzione agricola intra moenia ad elevata tecnologia e concentrazione spaziale, finisca puntualmente per orientarsi verso produzioni che ad un elevato valore aggiunto uniscono quasi sempre l’irrilevanza alimentare nel senso degli equilibri calorici e degli apporti nutritivi. Si leggono ormai valanghe di articoli, scientifici o di informazione generale, o siti dedicati, che raccontano le meraviglie dell’innovazione, del recupero di contenitori dismessi o sottoutilizzati, dei processi di riqualificazione innescati da queste … produzioni di erbe aromatiche, al massimo di insalatina del tipo che guarnisce le portate da ristorante. Insomma nulla che in un modo o nell’altro si possa qualificare davvero con la parola «cibo»: quello in città continua ad arrivare dai campi tradizionali, magari da campi tradizionali agro-industriali lontanissimi, bruciando calorie di petrolio invece di fornirne a chi mangia. In pratica, anche queste attività sembrano in qualche modo seguire per conto proprio l’altro processo di riqualificazione, riuso dello spazio urbano, che è la più o meno strisciante e traumatica gentrification: nel caso di quella classica attraverso un processo di infiltrazione o più brutale sostituzione anche edilizia, si rivoluziona la composizione sociale di quartieri e settori metropolitani, riducendo anziché incrementando un certo tipo di «biodiversità»; nel caso della gentrification agricola, si infilano tenere foglioline ad elevato valore aggiunto ma scarsissime proprietà nutritive, a riempire dei vuoti che invece dovrebbero essere destinati a qualcosa di assai più serio e urgente, ovvero restituire complessità, anche bio-alimentare, al tessuto urbano. Quando leggeremo di qualcuno che nella sua maledetta vertical farm, o comunque in rete locale, produce una rilevante quota di un pasto decente? Lo aspettiamo da molto, e temiamo di doverlo ancora aspettare a lungo.

Riferimenti:
Jonathan M. Pitts, Baltimore farm-in-a-box a potential catalyst in urban revitalization, Baltimore Sun, 8 agosto 2017

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