La città è la sua regione urbana

Foto M. B. Fashion

Quando si accusano certi conservazionisti a senso unico di non aver capito nulla delle città che vorrebbero «tutelare», non si sta certamente facendo un discorso di stile, estetizzante, e neppure provando ad aggiungere valori sociali alle loro idee, che certamente non hanno nulla da imparare in questo senso: il conservazionista, in altre parole, non è affatto automaticamente un conservatore. Ma la sua idea di città, troppo rivolta a certi simboli diciamo così superficiali, come alcune forme esterne e radici socio-culturali, finisce per recidere l’idea stessa di nodo umano e geografico da cui nasce l’insediamento a densità variabile che da un secolo circa chiamiamo «regione urbana», e il cui rapporto col cosiddetto nucleo centrale (anche questo concetto assai complesso e ad assetto variabile) pare a dir poco sottovalutato. La recente parabola del sogno suburbano, o decentramento pianificato che dir si voglia, di fatto e specularmente ripercorre un equivoco del tutto analogo, solo sostituendo all”organicità vera o presunta il classico sistema meccanico dell’idea di efficienza novecentesca, nella fiducia piuttosto cieca basata sui poter taumaturgici delle tecnologie e dell’organizzazione. Così come nell’ipotesi conservazionista il centro deposito dei valori irrinunciabili si sgancia in tutto o in parte dalla periferia allargata, allo stesso modo nel sogno della dispersione il mix perde ogni connotazione fisica, per trasferirsi a categorie dello spirito come il lavoro, la comunicazione, l’economia, insomma virtualizzando ciò che virtuale non può essere.

Crisi dei simboli?

Che esistesse una lettura assai parziale della crisi urbana di fine ‘900 e dei possibili rimedi, appariva chiaro da subito anche a chi aveva deciso di puntare su una specie di neo-segregazionismo meccanico, da usare però come strumento per recuperare organicità. Peccato che poi le cose paiano essere sfuggite di mano, perché business is business e l’OGM della contabilità diventata fede si ritiene (con ampio sostegno politico a quanto pare) indiscutibile. Quando il distacco fisico-organico tra centro e periferia aveva raggiunto il suo picco, anche processi di ricentraggio nel senso della neo-gentrification sociale o di impresa, o addirittura «gentrification ambientale» in certi casi, potevano apparire una controtendenza, e da lì in fondo nasceva tutta la fede nelle nuove professioni, nel rimescolarsi dei tempi di lavoro e tempo libero, nel nuovo ruolo socio-economico-ambientale della mobilità non automobilistica locale. Salvo poi scoprire, grazie a chi prova a non segmentare le conoscenze e fare interdisciplinarità seria, per esempio l’altro sintomo apparentemente lontano, della povertà periferica o suburbana (attenzione alle analogie e differenze anche locali dei due termini simili). Povertà, e degrado di vario genere, che magari la sola sociologia avrebbe potuto considerare domanda di politiche di opportunità, o l’architettura-urbanistica occasione per l’ennesimo benintenzionato maquillage dei contenitori, a plasmare relazioni diverse nel classico filone novecentesco. Per fortuna, diciamo così incrociando i dati, l’approccio sviluppista organico, cosa ben diversa dal cosiddetto sviluppo del territorio di matrice speculativa, ha colto il senso: crisi urbana e crisi suburbana sono la stessa cosa, e agire su un solo versante scordandosi dell’esistenza dell’altro è un falso ideologico, o magari solo frutto di colpevoli fette di salame sugli occhi.

Dismissione e riqualificazione regionale

Un aspetto lo colgono molto chiaramente, tutti quegli studiosi che in sostanza per non offendere nessuno, dopo essersi dichiarati free marketers garantisti del mercato, si dichiarano anche indifferentemente urban-suburban, e poi addirittura conservatori-progressisti tanto per chiudere il cerchio anche politicamente. Colgono chiaramente, almeno, ciò che in fondo appariva chiaro pur nella sua schematicità di pura crescita industriale ai primi pianificatori regionali novecenteschi: non si fanno progettoni giganteschi (sia fisici che in termini di politiche di sviluppo e/o combinazioni di interessi con ricadute ovvie) se non entro un quadro interattivo, e sulla base di ragionamenti davvero di lungo periodo, in una direzione e nell’altra. Basta pensare a quell’infinitesimale scheggia del Regional Plan of New York and its Environs anni ’20 riguardante le reti aeroportuali, in un’epoca in cui l’aviazione civile era solo un auspicio, e quella militare poco più delle imprese del Barone Rosso Manfred von Richthofen. Oggi invece pare di veder trattati in modo frammentato e segregato gli infiniti spunti (è solo un esempio fra i tanti) delle tecnologie energetiche, trasportistiche, di organizzazione del lavoro, nuovi prodotti e via dicendo, proprio nei termini in cui concorrono vuoi all’integrazione, vuoi a un ulteriore scollamento, del nucleo centrale dalla sua regione urbana. Basta pensare alle reti di condivisione, o agli effetti delle app sul turismo, o successivamente della monocoltura turistica sui valori immobiliari e le spinte a un nuovo decentramento delle imprese di punta: qualcuno ci pensa? Qualcuno rivolge riflessioni, investe risorse, ascolta, tutto ciò che riguarda queste concatenazioni? Oppure l’occhio inchiodato ai bilanci finanziari tabernacolo sacro di ogni consapevolezza contemporanea, non vede più nulla? Sarebbe preoccupante a dir poco.

Riferimenti:
John Russo, The Pittsburgh Conundrum, The American Prospect, 26 luglio 2017
In questo sito il citato capitoletto del Regional Plan di New York: Thomas Adams,
Aeroporti Metropolitani (1931) 

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